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Dal <<Paradiso>>
di Dante Alighieri, (XVI - 127).
"Ciascun che della bella insegna porta, del Gran Barone,
il cui nome ed il cui pregio la festa di Tommaso riconforta,
da esso ebbe milizia e privilegio."
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| :: COMUNICATO
:: |
Le
perizie giurate e non, nonche' le consulenze
araldico-storico-genealogiche e le certificazioni
di stemmi, vengono effettuate e redatte soltanto
dai Periti-esperti e dai consulenti del Tribunale
in quanto liberi professionisti iscritti agli
Albi, e non dall'Istituto Araldico del Due Sicilie
onlus, che e' non solo una onlus ( e che puo'
effettuare perizie per mandato ricevuto da enti
statali), ma che svolge per statuto meramente
un'attivita' didattica e culturale attraverso
lo svolgimento di Seminari di storia medievale,
nella citta' di Catania, Messina e Palermo,
fin dall'anno accademico 2000,in collaborazione
con enti ed istituzioni culturali pubbliche
e private.
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| :: COMUNICATO
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| Il
CONSIGLIO DIRETTIVO dell'ISTITUTO ARALDICO onlus,
comunica che il suo Presidente Fabio SCANNAPIECO-CAPECE
MINUTOLO di COLLEREALE, con Decreto del Gran
Maestro il Principe Vittorio Emanuele di SAVOIA,e'
stato nominato Cavaliere del nobile ed antichissimo
Ordine dei SANTI MAURIZIO e LAZZARO, per meriti
didattico-culturali e per le benemerenze nella
pluriennale militanza per la causa monarchica
;le insegne del medievale Ordine Cavalleresco
,indetto il Capitolo,saranno consegnate durante
la solenne investitura nell'Abazia di Altacomba.
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| :: PUBBLICAZIONI
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| "GOTHA",
un libro racconta la storia
attraverso l'araldica di Bent Parodi.
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Un’interessante
ed originale ricerca sulle origini degli
stemmi nobiliari: “Gotha”,
questo il titolo dell’ultima opera
di Fabio Scannapieco Capece Minutolo,
studioso di araldica e genealogia, il
libro edito da Edibook Giada è
stato presentato ieri alla Fondazione
Lauro Chiazzese a Palazzo Branciforte
da Ida Rampolla del Tindaro e da Salvatore
Bordonali.
Questa pubblicazione
raccoglie una serie di saggi sull’aristocrazia,
su alcune nobili famiglie, sulle norme
che regolano il diritto nobiliare, sulla
storia degli stemmi e sulla simbologia
ad essi collegata. L’autore affronta
argomenti legati agli ordini cavallereschi,
al significato dei simboli araldici,
che nascondono precisi riferimenti risalenti
al Medioevo. Attraverso la storia delle
famiglie nobili, o dei loro componenti,
il lettore ha la possibilità
di spaziare dallo stretto ambito dell’araldica
ad un più vasto repertorio di
notizie che non riguardan0o soltanto
la materia trattata.
L’autore, che
tra l’altro è consulente
di genealogia ed araldica al Tribunale
di Palermo, tratta in alcuni capitoli
le disposizioni che regolano l’uso
dei titoli nobiliari.
L’opera diventa
così un mezzo di conoscenza che
va oltre la descrizione arida di nomi,
genealogie, stemmi; infatti racchiude
nel suo complesso una esauriente ricognizione
di storia siciliana, medievale, dell’aristocrazia
italiana, di dinastie reali europee.
Non mancano gli spunti
giuridici, le riflessioni letterarie,
che conferiscono al libro un’impronta
di tipo divulgativo e di facile lettura.
La ricerca e l’indagine
sono condotte con rigore scientifico,
senza mai cadere nell’astruso
e nel noioso, in quanto l’araldica
diventa non solo la scienza che studia
l’identità nobiliare delle
famiglie, ma investe una sfera più
ampia, che è quella dei riconoscimenti
di identità nella simbologia
degli stemmi di città, comuni,
enti, corporazioni.
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GOTHA
Saggi di scienze Genealogiche
e Araldiche
di F. Scannapieco Capece
Minutolo
Edizioni Giada Edibook Palermo,
via Intorcetta, 16
www.infosicilia.net
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| Fabio
Scannapieco Capece Minutolo,
noto studioso di Araldica e di Genealogia,
ha raccolto in questa sua nuova fatica
letteraria alcuni suoi recenti saggi
che riguardano il tema delle Aristocrazie,
illustrato nella storia di alcune insigne
Famiglie, in quella degli Ordini Cavallereschi
e nelle regole del diritto nobiliare.L’opera,
perciò, non è priva di
interesse dal momento che affronta ad
ampio raggio un universo storico di
cui la modernità intende ideologicamente
cancellare le gesta, i valori, lo spirito
e la memoria.Senza nostalgia ma con
animo intensamente partecipe e appassionato,
l’Autore si impone il compito
di restaurare i simboli e le immagini
del mondo delle Aristocrazie, riprospettandone
i significati più profondi e
gli episodi di civile e militare virtù.Va
da sé che il blasone diventa
strumento di messaggio, mezzo di comunicazione
delle connotazioni più rimarchevoli
di una stirpe, ma anche fattore di eternizzazione
di una Famiglia. Nel blasone i “signa”
si trasformano in insegne, le immagini
riverberano i simboli, gli spazi geometrici
da un lato partiscono le consanguineità
e dall’altro le tengono fra loro
strettamente congiunte.L’Araldica
perciò, come nota l’Autore,
è una scienza dell’identità,
non solo dell’identità
delle Famiglie, ma anche di quella degli
Enti e delle attività delle Corporazioni:
è scienza dell’identità,
cioè, che ricorre alla forma
artistica, all’espressione abbreviata
e a regole non arbitrarie di riconoscimento.
Ne consegue che l’araldica non
cosparge di segni qualche èlite
sociale ma fornisce gli elementi di
significazione che possono soddisfare
le esigenze di una identità distinta
voluta da ciascuno.L’opera di
Fabio Scannapieco Capace Minutolo ha
il merito non indifferente di promuovere
una ricerca scevra da pregiudizi in
un campo di indagine che incomincia
ad imporsi all’attenzione di una
sempre più crescente opinione
pubblica colta.Essa è scritta
con garbo letterario, con stile misurato
mirando a coinvolgere il lettore nei
valori perenni della Tradizione, nella
purezza dello spirito cavalleresco,
nel secolare sentimento di lealtà
e fedeltà alle Istituzioni dell’Europa
cristiana.
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Recensione
di: “GOTHA”: di L. De Anna
- (BO) |
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| Araldo
Antico del Regno di Sicilia
(1450)
(chiamato
"ARALDO SICILE")
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Il
titolo del libro riguarda la città
capoluogo della Turingia: Gotha, città
vicino Coburgo, da cui la dinastia dei
Coburgo – di Sassonia.
La storia nobiliare siciliana è
così ricca di spunti da invogliare
molti ad avventurarsi nei suoi meandri.
Questo libro è una raccolta di
saggi, che Fabio Scannapieco Capece
Minutolo dedica al figlio “perché
possa sentire l’amore per “i
suoi maggiori”, scopo molto degno
della ricerca che ognuno di noi, gli
appassionati di genealogia, intende
intraprendere. Il libro mi è
piaciuto e non solo per la leggibilità
dei saggi, ma anche, anzi, soprattutto,
per il suo taglio “ideologico”,
che tende a dare alla ricerca storica
una sua continuazione al di là
della storia medesima. L’Autore
cioè “interpreta”
la storia nobiliare, proponendo suggerimenti
che vanno oltre l’analisi pura
e semplice delle vicende. Indubbiamente
la storia delle nobiltà e le
discipline affini si prestano a questa
ideologizzazione (naturalmente non da
tutti condivisa nelle sue proposizioni
finali e qualcuno potrà discordare
con alcune delle idee espresse in questo
Gotha) ma ciò è inevitabile,
avendo rappresentato la nobiltà
il motore della società per molti
e molti secoli. Letto il libro in questa
luce, mi pare che stoni la citazione
in epigrafe tratta da Leo Valiani, uno
storico che ebbe posizione di totale
contrasto con i valori di cui l’aristocrazia
è portatrice. Molto più
è adatta la frase riportata a
p. 17, pronunciata da S. Santità
Pio XII, il quale nel discorso tenuto
alla nobiltà e al patriziato
romano disse “la fede rende più
nobile la vostra schiera, perché
ogni nobiltà viene da Dio, Ente
Nobilissimo e fonte di ogni perfezione”
(si veda anche il saggio Nobiltà,
eroismo, santità).
Il libro si apre con il saggio Emblemi
e Simboli dell’alto Medioevo,
titolo ovviamente generico, che in realtà
copre una serie di considerazioni che
spaziano dal Medioevo a epoche più
recenti. All’inizio del Saggio
si ricorda la funzione dei simboli dell’araldica
che “furono una forma, in nuce,
di pubblicità”. In effetti
questa considerazione andrebbe ampliata
ed è innegabile che il mondo
dei segni di oggi abbia una sua continuità
culturale e perfino artistica con quello
di ieri. La trasmissione del messaggio
tramite l’immagine (e sarà
inutile rimandare agli studi semiotici)
è certamente una importante chiave
di lettura dell’araldica, il cui
aspetto semiotico è stato appunto
generalmente trascurato e solo recentemente
si è giunti, con gli studi di
Mario Cignoni, a vedere aspetti nuovi,
non “simbolici”, ma storici
e ideologici, nell’arte del blasone.
Un ulteriore passo sarebbe quello dello
studio del simbolo come elemento di
comunicazione, applicando appunto le
conoscenze della semiotica e della comunicazione
pubblicitaria. Certo, una differenza
resta: l’araldica ha un retroterra
culturale e spirituale ben diverso dal
marchio della Coca Cola.
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Scannapieco
Capece Minutolo in questo saggio vuole
riportare la genesi della nobiltà
all’antica Roma e fa delle insigna
delle gentes romanae le Armi di Famiglia.
Qui bisogna avere molta cautela, perché
né l’araldica, né
la nobiltà come oggi le conosciamo
hanno le proprie radici a Roma, o meglio,
sono verificabili legami, ma essi sono
così generici, così universali
da non permetterci di concludere che
le radici dell’araldica o della
storia nobiliare debbano arrivare fino
all’epoca romana.
Ugualmente, gli storici contemporanei
di araldica non condividerebbero l’asserzione
che l’origine dell’araldica
sia da farsi risalire a Carlo Martello,
il quale, tra l’altro, non fu
imperatore, come qui è detto.
Sarebbe da discutere se l’araldica
fu effettivamente stimolata alla sua
nascita dalla necessità sociale
di distinguere i cavalieri che partecipavano
ai tornei; proprio alla luce degli
studi di Cignoni, ci sembra invece
che si debba piuttosto guardare alla
funzione di collante politico ed ideologico
dell’araldica, che aiuta ad
identificare le fazioni, i clan, le
nazioni nel loro formarsi e riformarsi
durante la storia d’Europa a
partire dall’XI-XII secolo.
Alcuni di questi temi relativi all’araldica
vengono ripresi nel saggio I Simboli
di Storia che nascondono significati
misteriosi sono quelli araldici; l’impostazione
resta la medesima, si tratta di un
testo interessante , che però
necessiterebbe di un aggiornamento
su alcuni punti. Innanzitutto il Crollalanza
come fonte autorevole di scienza araldica
oggi è improponibile (me lo
ricorda sovente nelle sue lettere
Ugo Barzini, un araldista di profonda
dottrina); il colore delle croci usate
in Terrasanta ha in verità
una storia più complessa e
non è possibile attribuirla
a gruppi nazionali suddivisi in base
al colore della croce che portavano.
Del resto tutta la storia delle croci
degli ordini cavallereschi nati in
Terrasanta è ancora da (ri)scrivere;
in passato si è prestata troppa
attenzione alla forma della croce,
mentre, è vero, fu il colore
a distinguere i vari gruppi, ma la
suddivisione passava non per nuclei
nazionali (concetto tra l’altro
poco diffuso in quell’epoca),
ma per nuclei monastici.
Del resto, è evidente che
l’Autore preferisce basarsi
su una storiografia “tradizionale”,
piuttosto che si studi più
recenti, come si evince anche dal
saggio Storie dell’Ordine Militare
del S. Sepolcro, in cui perpetua la
leggenda di un ordine del S. Sepolcro
nel 1099, anno di fondazione che non
ricorre più neppure nelle più
recenti pubblicazioni scientifiche
curate dal medesimo OESSG. Si perpetua
insomma l’equivoco della identificazione
di un ordine cavalleresco del Snto
Sepolcro, ami esistito, con un ordine
dei canonici del Santo Sepolcro, che
invece ebbe una sua importante funzione
a partire dalla prima crociata.
Più documentato e attinente
alla realtà effettuale storica
è il saggio Ordine di Malta
verso il nuovo millennio, che in alcune
sue parti riprende il discorso fatto
in altri saggi della presente raccolta
sul ruolo della nobiltà, intesa
nella sua funzione moderna tramite
appunto l’operato cavalleresco.
Come dice giustamente l’Autore:
“Così inteso, così
dimensionato il concetto di “nobiltà”,
il carattere nobiliare dell’Ordine
di Malta non appare più un’anacronistica
sopravvivenza, ma al contrario un
valido mezzo per sollecitare le azioni
degne di apprezzamento e di pubblico
riconoscimento”.
Interessante, perché più
originale, è il saggio L’Araldica
del Gattopardo, dal quale si rileva
una certa inesattezza nella terminologia
in cui incorreva Giuseppe Tommasi
di Lampedusa. Utili sono le spiegazioni
che qui vengono date sui trasferimenti
di nomi dalla realtà della
storia familiare dello scrittore ai
personaggi del romanzo, a cominciare
da quel Corbera che appare anche come
nome del co-protagonista della novella
Ligea.
Ancora a un tema Araldico è
legato il saggio Il Leone e il Grifone,
che ci riporta ad un simbolismo veramente
arcaico e certamente tra i più
profondi che l’antichità
trasmise al Medioevo e che potrebbero
confermare come la culla della simbologia
che poi diventerà araldica,
sta non a Roma ma nel Vicino Oriente.
In realtà il saggio si concentra
sul leone , di cui sono indicate le
varie rappresentazioni araldiche,
piuttosto che sul grifone, animale
mitico di grande interesse in considerazione
della sua funzione apotropaica. Il
leone dunque rappresentava la virtù
del cavaliere, mentre il grifone lo
proteggeva.
In Stenni civici di città
in Sicilia, vengono rappresentati
gli stemmi disegnati da F. M. Emanuele
e Gaetani marchese di Villabianca
(l’autore della famosa Della
Sicilia Nobile).
Alla ricerca genealogica sono destinati
i saggi I Vanni di Pisa e Storia di
una antica famiglia amalfitana e del
suo passaggio in Sicilia, di cui si
ripercorre la storia della famiglia
Scannapecus o Scannapieco originaria
di Cava dei Tirreni, località
dove esistette una importante nobilità
in parte trasferitasi in Amalfi e
in Napoli. Purtroppo anche quest’articolo
è martoriato dai refusi, e
l’attuale rappresentante della
famiglia il Dott. Vincenzo, figura
nato il 1922 (anche la bibliografia
generale a termine del volume presenta
errori e incongruenze).
Un articolo molto interessante, e
che certamente suscita un vivace dibattito,
è quello intitolato Inefficacia
giuridica dei titoli nobiliari umbertini.
Come indica il titolo, nell’opinione
dell’autore la cessazione del
dominium sul territorio comporta non
la cessazione della fons honorum ma
della facultas nobilitandi dell’ex
sovrano. Secondo l’Autore sono
invece da considerarsi validi i titoli
concessi da Umberto II durante la
luogotenenza. Così sintetizza
lo Scannapieco: “I titoli concessi
dall’ex-Re in esilio sono invece
da ritenersi inefficaci” (p.
46). Come ben sanno i lettori di questa
rivista, sull’argomento esistono
varie e discordanti opinioni. Non
entreremo qui in merito alla discussione
giuridica (varie e complesse sono
le giurisprudenze sul tema), ma la
nostra personale opinione è
che, nel valutare la questione, di
debba tenere presente anche l’aspetto
storico e ideologico del problema.
Se la nobiltà ha, come ha e
come, l’Autore riconosce, un
suo ruolo sociale, essa non dovrebbe
essere a numero chiuso. Dopo la, involontaria,
serrata del 1946 l’Italia non
avrebbe quindi più potuto rinnovare
il proprio patrimonio nobiliare (negli
anni Cinquanta anche la Santa Sede
e San Marino cessarono di promuovere
nobilitazioni). Le nobilitazioni ex
novo e i riconoscimenti di Umberto
II ebbero, a mio avviso, proprio questo
scopo, di tenere viva una tradizione.
Scontato il fatto che Umberto non
procedeva a nobilitazioni con lo scopo
di sacar dinero come si era fatto
nel Seicento e dopo, è ovvio
che egli voleva mantenere viva questa
fons che rappresentava una diretta
conferma della legittimità
monarchica e dell’abuso fatto
dalla repubblica (addirittura nata,
nell’opinione dei monarchici,
grazie a un broglio).
A nostro parere dunque le nobilitazioni
fatte da Umberto tra il maggio del
1946 e il 1982 sono perfettamente
legittime dal punto di vista innanzitutto
della tradizione monarchica e del
ruolo che l’aristocrazia dovrebbe
avere nella società moderna.
I provvedimenti presi da Umberto,
elencati in appendice del saggio,
sono 465, certamente numerosi; una
scorsa a questo elenco è utile
ed interessante. Bisogna però
ricordare che in buona parte non si
tratta di nuove nobilitazioni, ma
di titoli riconosciuti o rinnovati
a chi nobile lo era già, magari
da centinaia di anni. Quindi va corretta
l’immagine di una promozione
massiccia di parvenu al rango aristocratico,
al contrario. E tra i nomi di chi
non era già nobile troviamo
quelli di personaggi spesso noti.
Vi troviamo dunque personaggi dell’antica
nobiltà (come Francesco Imperiali),
o dell’Ordine di Malta (Felice
Catalano di Melilli; Aldo da Parto;
Giovanni Battista di Montanara), il
quale peraltro accetta la legalità
di questi titoli e ciò dovrebbe
bastare a sostenere la legittimità
(nel 1966 Don Pietro de Mojana di
Cologna venne nobilitatoConte, a testimonianza
di un rapporto di reciproca stima
nutrito dall’allora regnante
Gran Maestro Fra Angelo de Mojana
e il re in esilio). Abbiamo anche
nomi di rappresentanti della passata
classe politica (Borletti; Angelo
Rizzoli) e gli uomini di scienza e
cultura (Condorelli, Volpe), oppure
i fedelissimi della causa monarchica
(Delcroix, Pezzana, degli Occhi).
Certo, nell’elenco compaiono
anche i nomi di Umberto Ortolani (scandalo
Lochheed) e di Licio Gelli; del resto,
errare humanum est, anche nel caso
degli ex sovrani.
A questo saggio si lega logicamente
quello intitolato Voglia di Nobiltà.
Una strana “debolezza”
dei nostri tempi post-moderni, divenuta
quasi una mania, in cui si tratta
del desiderio di trovare nobili origini
per la propria schiatta, che aggiungiamo,
nutre innumerevoli cosiddetti istituti
genealogici privi di qualsiasi credito
scientifico (e di scrupoli); del resto,
aveva detto Ettore Petrofini, “Ognuno
discende dalle scale di casa sua”.
Filosoficamente, a consolazione di
che si affatica in archivi e biblioteche,
l’Autore conclude: “il
mal di nobiltà, non è
che una delle tante debolezze umane.
Orsù, un po’ di compassione!”.
La parte più valida di questo
volume inizia con Il testamento del
Comandante della Cittadella-Fortezza
di Messina, il Principe Don Giovanni
Capece Minutolo di Collereale; è
un documento molto interessante perché
riporta alla luce uno scritto di un
fedelissimo di casa Borbone, che donò
i propri beni ai poveri. Il documento,
trattandosi di un testamento detratto
nel 1825 riveste un notevole interesse
anche dal punto di vista documentario.
In appendice troviamo la narrazione
dell’assedio della Cittadella
di Messina, episodio eroico che fa
onore alle truppe borboniche, che
l’Autore ha fatto benissimo
a ricordare ai lettori di oggi, che
troppo spesso si lasciano imbonire
dalla storiografia risorgimentale.
Le parole del Generale Fergola, l’eroe
di Messina, meritano di essere riportate:
“Cediamo alla forza perché
sopraffatti dalla superiorità
dei mezzi e non dal valore dei vincitori”.
Come merita di essere ricordata la
considerazione di Scannapieco Capece
Minutolo: “Il Risorgimento,
se lo si guarda dalla parte dei vinti,
è una tragedia. Una tragedia
uguale a quella dell’ultima
guerra in Italia, dove dopo il 25
aprile 1945 cominciò per troppi
il dies irae”.
L’Autore, con questo saggio,
ha quindi il coraggio di riportare
all’attenzione quel parallelismo
tra risorgimento e antifascismo che
troppo spesso, e troppo affrettatamente,
è stato bollato di “revisionismo”.
Il dovere dello storico, ci rammenta,
è quello di guardare agli avvenimenti
anche dalla parte di chi ha perso.
“Onore quindi anche ai 47 caduti
della Cittadella di Messina”.
Questa rilettura, peraltro attenta
e documentata di Scannapieco Capece
Minutolo, della storia risorgimentale
ricorre anche ne L’eroina di
Gaeta: Maria Sofia di Wittelsbach
Borbone. Si tratta di un ritratto
commosso e dolente della consorte
di Francesco re di Napoli, che all’epoca
dell’assedio di Gaeta aveva
appena vent’anni. Il loro eroismo
è noto nonostante le falsificazioni
storiografiche compiute dopo il 1861
da chi voleva far dimenticare che
l’Italia poteva essere fatta
in ben altro modo da quella che fu
in realtà realizzata in seguito
ad una brutale conquista del Sud,
per riprendere il titolo di un famoso
libro di Carlo Alianello. Questa propaganda
anti-borbonica aveva ironizzato si
Franceschiello a il suo esercito;
ebbene, come ci ricorda anche l’Autore,
il crollo del Regno di Napoli non
fu dovuto né al suo re né
ai suoi soldati, ma a quella classe
borghese che reggeva le file dell’alta
ufficialità dell’esercito
e dell’apparato dello stato
e a quei nobili, non molti, che avevano
fiutato il mutar del vento e alla
nuova situazione intendevano adeguarsi.
Questo scontro tra i difensori di
una concezione ideologica che si riassumeva
nel trono e nell’altare e i
figli e nipoti dell’eversione
giacobina si era avuto in Vandea come
nella Spagna delle lotte napoleoniche
e carliste e si ripeté nelle
campagne e nei monti dell’Italia
meridionale. Per quanto riguarda l’Italia,
non fu però la dinastia Savoia
la responsabile della distruzione
dell’ordine tradizionale, am
piuttosto l’entourage massone
e liberale che la controllava e la
guidava.
Del resto, ricorda l’Autore,
(il cui saggio dedicato nel presente
volume a Vittorio Emanuele III è
molto equilibrato), “non dobbiamo
dimenticare che fu proprio la pietas
di Umberto di Savoia a riunire le
spoglie della regale coppia Borbone
a quella della loro piccola Maria
Cristina a Roma”.
Vogliamo sottolineare quanto l’Autore
ci ricorda, perché negli ultimi
tempi ci sono state polemiche tra
sostenitori dei Borboni e sostenitori
dei Savoia in merito al ritorno di
questi ultimi in Italia e all’abolizione
della norma transitoria della costituzione
che ne impedisce il rientro. E’
certamente vergognoso che alcuni filo-borbonici
si siano schierati dalla parte della
sinistra, dei radicali e dei repubblicani
per negare ai discendenti maschi dei
Savoia il diritto di tornare in Italia.
I conti della conquista del Sud non
si saldano con meschine vendette,
ma con seria ed approfondita analisi
di quei fatti storici, da una parte
e dall’altra. Non dobbiamo del
resto dimenticare l’intreccio
che ci fu tra Sud e Savoia, come giustamente
ci ricorda il saggio Un Savoia poté
diventare il Re di Sicilia: sul regno
siciliano di Vittorio Amedeo II di
Savoia.
L’omaggio al suo amato Sud
continua da parte dell’Autore
con Napoli, capitale del Meridione,
in cui si ricorda la rivolta di Palermo
scoppiata il 15 ottobre 1866, nel
corso della quale borbonici, clericali
e repubblicani intransigenti si unirono
contro il governo. Si tratta quindi
di un originale incontro tra (per
usare termini della geografia politica
più recente) estrema destra
ed estrema sinistra, che aveva appunto
come obiettivo quello di reagire a
una politica antipopolare e antitradizionalista
del governo italiano. Con un parallelo
coraggioso, sempre ispirato al desiderio
di rileggere la storia italiana moderna
senza rispettarne le oleografie, l’Autore
passa poi a raccontare i fatti di
Napoli del 12 giugno 1946, quando
le strade di Napoli vennero insanguinate
dalla violenza della polizia repubblicana,
che causò numerosi morti e
feriti tra i dimostranti monarchici.
Il grido di quei ragazzi che subivano
la carica della celere, composta da
reparti comandati da ex partigiani,
“Viva ‘o Re”, era
lo stesso che i nonni di quei ragazzi
avevano lanciato per difendere il
legittimo re Borbone. Napoli, la Napoli
dal grande cuore monarchico, difendeva
ora i Savoia come ieri aveva difeso
i Borboni. Una ragione in più
per dimenticare da parte di chi si
ispira al principio monarchico le
avversioni di parte. Chi crede nella
monarchia, oggi, continua a gridare
“Viva ‘o Re”. Quale
sia il Re, non ha importanza. I principi
non hanno un nome. Sarà dunque
inutile chiedere a Carlo Russo, il
ragazzo napoletano di quattordici
anni, morto in quel giorno del giugno
del 1946 con le parole “Re mio”
sulle labbra, chi fosse quel suo Re
per il quale perdeva la sua bella
giovinezza.
Ma i sovrani, ci ricorda l’Autore,
non sono solo creature del passato,
come indicato nel saggio Federico
II, un costruttore di nazioni, che
rammenta l’eredità imperiale
europea.
Otto d’Asburgo e Europa della
speranza è un attento ritratto
dell’Arciduca Otto, figlio maggiore
dell’ultimo imperatore d’Austria
e re d’Ungheria. Otto d’Arburgo,
come è noto, è il Presidente
dell’Unione Paneuropea, fondata
nel 1921 dal Conte Richard Coudenhove-Kalergi.
Otto d’Asburgo non ha mai inteso
trasformare questo movimento, che
è al di sopra, anzi, al di
là dei partiti, in un movimento
di nostalgici della monarchia asburgica,
tanto che il suo programma politico
è quanto di più moderno
si possa trovare oggi nel campo dell’ideologia
europeista. Certo è però
che la tradizione asburgica non può
essere presente nell’eredità
che l’Unione Paneuropea raccoglie,
infatti, come dice Scannapieco Capece
Minutolo “L’Europa dei
mercanti” “è ben
misera cosa rispetto alla grandezza
del Sacro Romano Impero e dell’Impero
Austroungarico”. Giustamente
l’Autore ricorda le parole dell’Arciduca:
“la tradizione non è
per noi una parola vuota di senso,
ma un elemento essenziale del nostro
impegno politico”.
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