Dal <<Paradiso>> di Dante Alighieri, (XVI - 127).
"Ciascun che della bella insegna porta, del Gran Barone, il cui nome ed il cui pregio la festa di Tommaso riconforta, da esso ebbe milizia e privilegio."

:: COMUNICATO ::
Le perizie giurate e non, nonche' le consulenze araldico-storico-genealogiche e le certificazioni di stemmi, vengono effettuate e redatte soltanto dai Periti-esperti e dai consulenti del Tribunale in quanto liberi professionisti iscritti agli Albi, e non dall'Istituto Araldico del Due Sicilie onlus, che e' non solo una onlus ( e che puo' effettuare perizie per mandato ricevuto da enti statali), ma che svolge per statuto meramente un'attivita' didattica e culturale attraverso lo svolgimento di Seminari di storia medievale, nella citta' di Catania, Messina e Palermo, fin dall'anno accademico 2000,in collaborazione con enti ed istituzioni culturali pubbliche e private.

:: COMUNICATO ::
Il CONSIGLIO DIRETTIVO dell'ISTITUTO ARALDICO onlus, comunica che il suo Presidente Fabio SCANNAPIECO-CAPECE MINUTOLO di COLLEREALE, con Decreto del Gran Maestro il Principe Vittorio Emanuele di SAVOIA,e' stato nominato Cavaliere del nobile ed antichissimo Ordine dei SANTI MAURIZIO e LAZZARO, per meriti didattico-culturali e per le benemerenze nella pluriennale militanza per la causa monarchica ;le insegne del medievale Ordine Cavalleresco ,indetto il Capitolo,saranno consegnate durante la solenne investitura nell'Abazia di Altacomba.

:: PUBBLICAZIONI ::
"GOTHA", un libro racconta la storia
attraverso l'araldica di Bent Parodi.


 
Un’interessante ed originale ricerca sulle origini degli stemmi nobiliari: “Gotha”, questo il titolo dell’ultima opera di Fabio Scannapieco Capece Minutolo, studioso di araldica e genealogia, il libro edito da Edibook Giada è stato presentato ieri alla Fondazione Lauro Chiazzese a Palazzo Branciforte da Ida Rampolla del Tindaro e da Salvatore Bordonali.

Questa pubblicazione raccoglie una serie di saggi sull’aristocrazia, su alcune nobili famiglie, sulle norme che regolano il diritto nobiliare, sulla storia degli stemmi e sulla simbologia ad essi collegata. L’autore affronta argomenti legati agli ordini cavallereschi, al significato dei simboli araldici, che nascondono precisi riferimenti risalenti al Medioevo. Attraverso la storia delle famiglie nobili, o dei loro componenti, il lettore ha la possibilità di spaziare dallo stretto ambito dell’araldica ad un più vasto repertorio di notizie che non riguardan0o soltanto la materia trattata.

L’autore, che tra l’altro è consulente di genealogia ed araldica al Tribunale di Palermo, tratta in alcuni capitoli le disposizioni che regolano l’uso dei titoli nobiliari.

L’opera diventa così un mezzo di conoscenza che va oltre la descrizione arida di nomi, genealogie, stemmi; infatti racchiude nel suo complesso una esauriente ricognizione di storia siciliana, medievale, dell’aristocrazia italiana, di dinastie reali europee.

Non mancano gli spunti giuridici, le riflessioni letterarie, che conferiscono al libro un’impronta di tipo divulgativo e di facile lettura.

La ricerca e l’indagine sono condotte con rigore scientifico, senza mai cadere nell’astruso e nel noioso, in quanto l’araldica diventa non solo la scienza che studia l’identità nobiliare delle famiglie, ma investe una sfera più ampia, che è quella dei riconoscimenti di identità nella simbologia degli stemmi di città, comuni, enti, corporazioni.

GOTHA
Saggi di scienze Genealogiche e Araldiche

di F. Scannapieco Capece Minutolo
Edizioni Giada Edibook Palermo, via Intorcetta, 16
www.infosicilia.net

Fabio Scannapieco Capece Minutolo, noto studioso di Araldica e di Genealogia, ha raccolto in questa sua nuova fatica letteraria alcuni suoi recenti saggi che riguardano il tema delle Aristocrazie, illustrato nella storia di alcune insigne Famiglie, in quella degli Ordini Cavallereschi e nelle regole del diritto nobiliare.L’opera, perciò, non è priva di interesse dal momento che affronta ad ampio raggio un universo storico di cui la modernità intende ideologicamente cancellare le gesta, i valori, lo spirito e la memoria.Senza nostalgia ma con animo intensamente partecipe e appassionato, l’Autore si impone il compito di restaurare i simboli e le immagini del mondo delle Aristocrazie, riprospettandone i significati più profondi e gli episodi di civile e militare virtù.Va da sé che il blasone diventa strumento di messaggio, mezzo di comunicazione delle connotazioni più rimarchevoli di una stirpe, ma anche fattore di eternizzazione di una Famiglia. Nel blasone i “signa” si trasformano in insegne, le immagini riverberano i simboli, gli spazi geometrici da un lato partiscono le consanguineità e dall’altro le tengono fra loro strettamente congiunte.L’Araldica perciò, come nota l’Autore, è una scienza dell’identità, non solo dell’identità delle Famiglie, ma anche di quella degli Enti e delle attività delle Corporazioni: è scienza dell’identità, cioè, che ricorre alla forma artistica, all’espressione abbreviata e a regole non arbitrarie di riconoscimento. Ne consegue che l’araldica non cosparge di segni qualche èlite sociale ma fornisce gli elementi di significazione che possono soddisfare le esigenze di una identità distinta voluta da ciascuno.L’opera di Fabio Scannapieco Capace Minutolo ha il merito non indifferente di promuovere una ricerca scevra da pregiudizi in un campo di indagine che incomincia ad imporsi all’attenzione di una sempre più crescente opinione pubblica colta.Essa è scritta con garbo letterario, con stile misurato mirando a coinvolgere il lettore nei valori perenni della Tradizione, nella purezza dello spirito cavalleresco, nel secolare sentimento di lealtà e fedeltà alle Istituzioni dell’Europa cristiana.
Recensione di: “GOTHA”: di L. De Anna - (BO)
Araldo Antico del Regno di Sicilia (1450)

(chiamato "ARALDO SICILE")

Il titolo del libro riguarda la città capoluogo della Turingia: Gotha, città vicino Coburgo, da cui la dinastia dei Coburgo – di Sassonia.

La storia nobiliare siciliana è così ricca di spunti da invogliare molti ad avventurarsi nei suoi meandri. Questo libro è una raccolta di saggi, che Fabio Scannapieco Capece Minutolo dedica al figlio “perché possa sentire l’amore per “i suoi maggiori”, scopo molto degno della ricerca che ognuno di noi, gli appassionati di genealogia, intende intraprendere. Il libro mi è piaciuto e non solo per la leggibilità dei saggi, ma anche, anzi, soprattutto, per il suo taglio “ideologico”, che tende a dare alla ricerca storica una sua continuazione al di là della storia medesima. L’Autore cioè “interpreta” la storia nobiliare, proponendo suggerimenti che vanno oltre l’analisi pura e semplice delle vicende. Indubbiamente la storia delle nobiltà e le discipline affini si prestano a questa ideologizzazione (naturalmente non da tutti condivisa nelle sue proposizioni finali e qualcuno potrà discordare con alcune delle idee espresse in questo Gotha) ma ciò è inevitabile, avendo rappresentato la nobiltà il motore della società per molti e molti secoli. Letto il libro in questa luce, mi pare che stoni la citazione in epigrafe tratta da Leo Valiani, uno storico che ebbe posizione di totale contrasto con i valori di cui l’aristocrazia è portatrice. Molto più è adatta la frase riportata a p. 17, pronunciata da S. Santità Pio XII, il quale nel discorso tenuto alla nobiltà e al patriziato romano disse “la fede rende più nobile la vostra schiera, perché ogni nobiltà viene da Dio, Ente Nobilissimo e fonte di ogni perfezione” (si veda anche il saggio Nobiltà, eroismo, santità).

Il libro si apre con il saggio Emblemi e Simboli dell’alto Medioevo, titolo ovviamente generico, che in realtà copre una serie di considerazioni che spaziano dal Medioevo a epoche più recenti. All’inizio del Saggio si ricorda la funzione dei simboli dell’araldica che “furono una forma, in nuce, di pubblicità”. In effetti questa considerazione andrebbe ampliata ed è innegabile che il mondo dei segni di oggi abbia una sua continuità culturale e perfino artistica con quello di ieri. La trasmissione del messaggio tramite l’immagine (e sarà inutile rimandare agli studi semiotici) è certamente una importante chiave di lettura dell’araldica, il cui aspetto semiotico è stato appunto generalmente trascurato e solo recentemente si è giunti, con gli studi di Mario Cignoni, a vedere aspetti nuovi, non “simbolici”, ma storici e ideologici, nell’arte del blasone. Un ulteriore passo sarebbe quello dello studio del simbolo come elemento di comunicazione, applicando appunto le conoscenze della semiotica e della comunicazione pubblicitaria. Certo, una differenza resta: l’araldica ha un retroterra culturale e spirituale ben diverso dal marchio della Coca Cola.

Scannapieco Capece Minutolo in questo saggio vuole riportare la genesi della nobiltà all’antica Roma e fa delle insigna delle gentes romanae le Armi di Famiglia. Qui bisogna avere molta cautela, perché né l’araldica, né la nobiltà come oggi le conosciamo hanno le proprie radici a Roma, o meglio, sono verificabili legami, ma essi sono così generici, così universali da non permetterci di concludere che le radici dell’araldica o della storia nobiliare debbano arrivare fino all’epoca romana.

Ugualmente, gli storici contemporanei di araldica non condividerebbero l’asserzione che l’origine dell’araldica sia da farsi risalire a Carlo Martello, il quale, tra l’altro, non fu imperatore, come qui è detto. Sarebbe da discutere se l’araldica fu effettivamente stimolata alla sua nascita dalla necessità sociale di distinguere i cavalieri che partecipavano ai tornei; proprio alla luce degli studi di Cignoni, ci sembra invece che si debba piuttosto guardare alla funzione di collante politico ed ideologico dell’araldica, che aiuta ad identificare le fazioni, i clan, le nazioni nel loro formarsi e riformarsi durante la storia d’Europa a partire dall’XI-XII secolo.

Alcuni di questi temi relativi all’araldica vengono ripresi nel saggio I Simboli di Storia che nascondono significati misteriosi sono quelli araldici; l’impostazione resta la medesima, si tratta di un testo interessante , che però necessiterebbe di un aggiornamento su alcuni punti. Innanzitutto il Crollalanza come fonte autorevole di scienza araldica oggi è improponibile (me lo ricorda sovente nelle sue lettere Ugo Barzini, un araldista di profonda dottrina); il colore delle croci usate in Terrasanta ha in verità una storia più complessa e non è possibile attribuirla a gruppi nazionali suddivisi in base al colore della croce che portavano. Del resto tutta la storia delle croci degli ordini cavallereschi nati in Terrasanta è ancora da (ri)scrivere; in passato si è prestata troppa attenzione alla forma della croce, mentre, è vero, fu il colore a distinguere i vari gruppi, ma la suddivisione passava non per nuclei nazionali (concetto tra l’altro poco diffuso in quell’epoca), ma per nuclei monastici.

Del resto, è evidente che l’Autore preferisce basarsi su una storiografia “tradizionale”, piuttosto che si studi più recenti, come si evince anche dal saggio Storie dell’Ordine Militare del S. Sepolcro, in cui perpetua la leggenda di un ordine del S. Sepolcro nel 1099, anno di fondazione che non ricorre più neppure nelle più recenti pubblicazioni scientifiche curate dal medesimo OESSG. Si perpetua insomma l’equivoco della identificazione di un ordine cavalleresco del Snto Sepolcro, ami esistito, con un ordine dei canonici del Santo Sepolcro, che invece ebbe una sua importante funzione a partire dalla prima crociata.

Più documentato e attinente alla realtà effettuale storica è il saggio Ordine di Malta verso il nuovo millennio, che in alcune sue parti riprende il discorso fatto in altri saggi della presente raccolta sul ruolo della nobiltà, intesa nella sua funzione moderna tramite appunto l’operato cavalleresco. Come dice giustamente l’Autore: “Così inteso, così dimensionato il concetto di “nobiltà”, il carattere nobiliare dell’Ordine di Malta non appare più un’anacronistica sopravvivenza, ma al contrario un valido mezzo per sollecitare le azioni degne di apprezzamento e di pubblico riconoscimento”.

Interessante, perché più originale, è il saggio L’Araldica del Gattopardo, dal quale si rileva una certa inesattezza nella terminologia in cui incorreva Giuseppe Tommasi di Lampedusa. Utili sono le spiegazioni che qui vengono date sui trasferimenti di nomi dalla realtà della storia familiare dello scrittore ai personaggi del romanzo, a cominciare da quel Corbera che appare anche come nome del co-protagonista della novella Ligea.

Ancora a un tema Araldico è legato il saggio Il Leone e il Grifone, che ci riporta ad un simbolismo veramente arcaico e certamente tra i più profondi che l’antichità trasmise al Medioevo e che potrebbero confermare come la culla della simbologia che poi diventerà araldica, sta non a Roma ma nel Vicino Oriente. In realtà il saggio si concentra sul leone , di cui sono indicate le varie rappresentazioni araldiche, piuttosto che sul grifone, animale mitico di grande interesse in considerazione della sua funzione apotropaica. Il leone dunque rappresentava la virtù del cavaliere, mentre il grifone lo proteggeva.

In Stenni civici di città in Sicilia, vengono rappresentati gli stemmi disegnati da F. M. Emanuele e Gaetani marchese di Villabianca (l’autore della famosa Della Sicilia Nobile).

Alla ricerca genealogica sono destinati i saggi I Vanni di Pisa e Storia di una antica famiglia amalfitana e del suo passaggio in Sicilia, di cui si ripercorre la storia della famiglia Scannapecus o Scannapieco originaria di Cava dei Tirreni, località dove esistette una importante nobilità in parte trasferitasi in Amalfi e in Napoli. Purtroppo anche quest’articolo è martoriato dai refusi, e l’attuale rappresentante della famiglia il Dott. Vincenzo, figura nato il 1922 (anche la bibliografia generale a termine del volume presenta errori e incongruenze).

Un articolo molto interessante, e che certamente suscita un vivace dibattito, è quello intitolato Inefficacia giuridica dei titoli nobiliari umbertini. Come indica il titolo, nell’opinione dell’autore la cessazione del dominium sul territorio comporta non la cessazione della fons honorum ma della facultas nobilitandi dell’ex sovrano. Secondo l’Autore sono invece da considerarsi validi i titoli concessi da Umberto II durante la luogotenenza. Così sintetizza lo Scannapieco: “I titoli concessi dall’ex-Re in esilio sono invece da ritenersi inefficaci” (p. 46). Come ben sanno i lettori di questa rivista, sull’argomento esistono varie e discordanti opinioni. Non entreremo qui in merito alla discussione giuridica (varie e complesse sono le giurisprudenze sul tema), ma la nostra personale opinione è che, nel valutare la questione, di debba tenere presente anche l’aspetto storico e ideologico del problema. Se la nobiltà ha, come ha e come, l’Autore riconosce, un suo ruolo sociale, essa non dovrebbe essere a numero chiuso. Dopo la, involontaria, serrata del 1946 l’Italia non avrebbe quindi più potuto rinnovare il proprio patrimonio nobiliare (negli anni Cinquanta anche la Santa Sede e San Marino cessarono di promuovere nobilitazioni). Le nobilitazioni ex novo e i riconoscimenti di Umberto II ebbero, a mio avviso, proprio questo scopo, di tenere viva una tradizione. Scontato il fatto che Umberto non procedeva a nobilitazioni con lo scopo di sacar dinero come si era fatto nel Seicento e dopo, è ovvio che egli voleva mantenere viva questa fons che rappresentava una diretta conferma della legittimità monarchica e dell’abuso fatto dalla repubblica (addirittura nata, nell’opinione dei monarchici, grazie a un broglio).

A nostro parere dunque le nobilitazioni fatte da Umberto tra il maggio del 1946 e il 1982 sono perfettamente legittime dal punto di vista innanzitutto della tradizione monarchica e del ruolo che l’aristocrazia dovrebbe avere nella società moderna.

I provvedimenti presi da Umberto, elencati in appendice del saggio, sono 465, certamente numerosi; una scorsa a questo elenco è utile ed interessante. Bisogna però ricordare che in buona parte non si tratta di nuove nobilitazioni, ma di titoli riconosciuti o rinnovati a chi nobile lo era già, magari da centinaia di anni. Quindi va corretta l’immagine di una promozione massiccia di parvenu al rango aristocratico, al contrario. E tra i nomi di chi non era già nobile troviamo quelli di personaggi spesso noti. Vi troviamo dunque personaggi dell’antica nobiltà (come Francesco Imperiali), o dell’Ordine di Malta (Felice Catalano di Melilli; Aldo da Parto; Giovanni Battista di Montanara), il quale peraltro accetta la legalità di questi titoli e ciò dovrebbe bastare a sostenere la legittimità (nel 1966 Don Pietro de Mojana di Cologna venne nobilitatoConte, a testimonianza di un rapporto di reciproca stima nutrito dall’allora regnante Gran Maestro Fra Angelo de Mojana e il re in esilio). Abbiamo anche nomi di rappresentanti della passata classe politica (Borletti; Angelo Rizzoli) e gli uomini di scienza e cultura (Condorelli, Volpe), oppure i fedelissimi della causa monarchica (Delcroix, Pezzana, degli Occhi). Certo, nell’elenco compaiono anche i nomi di Umberto Ortolani (scandalo Lochheed) e di Licio Gelli; del resto, errare humanum est, anche nel caso degli ex sovrani.

A questo saggio si lega logicamente quello intitolato Voglia di Nobiltà. Una strana “debolezza” dei nostri tempi post-moderni, divenuta quasi una mania, in cui si tratta del desiderio di trovare nobili origini per la propria schiatta, che aggiungiamo, nutre innumerevoli cosiddetti istituti genealogici privi di qualsiasi credito scientifico (e di scrupoli); del resto, aveva detto Ettore Petrofini, “Ognuno discende dalle scale di casa sua”. Filosoficamente, a consolazione di che si affatica in archivi e biblioteche, l’Autore conclude: “il mal di nobiltà, non è che una delle tante debolezze umane. Orsù, un po’ di compassione!”.

La parte più valida di questo volume inizia con Il testamento del Comandante della Cittadella-Fortezza di Messina, il Principe Don Giovanni Capece Minutolo di Collereale; è un documento molto interessante perché riporta alla luce uno scritto di un fedelissimo di casa Borbone, che donò i propri beni ai poveri. Il documento, trattandosi di un testamento detratto nel 1825 riveste un notevole interesse anche dal punto di vista documentario. In appendice troviamo la narrazione dell’assedio della Cittadella di Messina, episodio eroico che fa onore alle truppe borboniche, che l’Autore ha fatto benissimo a ricordare ai lettori di oggi, che troppo spesso si lasciano imbonire dalla storiografia risorgimentale. Le parole del Generale Fergola, l’eroe di Messina, meritano di essere riportate: “Cediamo alla forza perché sopraffatti dalla superiorità dei mezzi e non dal valore dei vincitori”. Come merita di essere ricordata la considerazione di Scannapieco Capece Minutolo: “Il Risorgimento, se lo si guarda dalla parte dei vinti, è una tragedia. Una tragedia uguale a quella dell’ultima guerra in Italia, dove dopo il 25 aprile 1945 cominciò per troppi il dies irae”.

L’Autore, con questo saggio, ha quindi il coraggio di riportare all’attenzione quel parallelismo tra risorgimento e antifascismo che troppo spesso, e troppo affrettatamente, è stato bollato di “revisionismo”. Il dovere dello storico, ci rammenta, è quello di guardare agli avvenimenti anche dalla parte di chi ha perso. “Onore quindi anche ai 47 caduti della Cittadella di Messina”.

Questa rilettura, peraltro attenta e documentata di Scannapieco Capece Minutolo, della storia risorgimentale ricorre anche ne L’eroina di Gaeta: Maria Sofia di Wittelsbach Borbone. Si tratta di un ritratto commosso e dolente della consorte di Francesco re di Napoli, che all’epoca dell’assedio di Gaeta aveva appena vent’anni. Il loro eroismo è noto nonostante le falsificazioni storiografiche compiute dopo il 1861 da chi voleva far dimenticare che l’Italia poteva essere fatta in ben altro modo da quella che fu in realtà realizzata in seguito ad una brutale conquista del Sud, per riprendere il titolo di un famoso libro di Carlo Alianello. Questa propaganda anti-borbonica aveva ironizzato si Franceschiello a il suo esercito; ebbene, come ci ricorda anche l’Autore, il crollo del Regno di Napoli non fu dovuto né al suo re né ai suoi soldati, ma a quella classe borghese che reggeva le file dell’alta ufficialità dell’esercito e dell’apparato dello stato e a quei nobili, non molti, che avevano fiutato il mutar del vento e alla nuova situazione intendevano adeguarsi. Questo scontro tra i difensori di una concezione ideologica che si riassumeva nel trono e nell’altare e i figli e nipoti dell’eversione giacobina si era avuto in Vandea come nella Spagna delle lotte napoleoniche e carliste e si ripeté nelle campagne e nei monti dell’Italia meridionale. Per quanto riguarda l’Italia, non fu però la dinastia Savoia la responsabile della distruzione dell’ordine tradizionale, am piuttosto l’entourage massone e liberale che la controllava e la guidava.

Del resto, ricorda l’Autore, (il cui saggio dedicato nel presente volume a Vittorio Emanuele III è molto equilibrato), “non dobbiamo dimenticare che fu proprio la pietas di Umberto di Savoia a riunire le spoglie della regale coppia Borbone a quella della loro piccola Maria Cristina a Roma”.

Vogliamo sottolineare quanto l’Autore ci ricorda, perché negli ultimi tempi ci sono state polemiche tra sostenitori dei Borboni e sostenitori dei Savoia in merito al ritorno di questi ultimi in Italia e all’abolizione della norma transitoria della costituzione che ne impedisce il rientro. E’ certamente vergognoso che alcuni filo-borbonici si siano schierati dalla parte della sinistra, dei radicali e dei repubblicani per negare ai discendenti maschi dei Savoia il diritto di tornare in Italia.

I conti della conquista del Sud non si saldano con meschine vendette, ma con seria ed approfondita analisi di quei fatti storici, da una parte e dall’altra. Non dobbiamo del resto dimenticare l’intreccio che ci fu tra Sud e Savoia, come giustamente ci ricorda il saggio Un Savoia poté diventare il Re di Sicilia: sul regno siciliano di Vittorio Amedeo II di Savoia.

L’omaggio al suo amato Sud continua da parte dell’Autore con Napoli, capitale del Meridione, in cui si ricorda la rivolta di Palermo scoppiata il 15 ottobre 1866, nel corso della quale borbonici, clericali e repubblicani intransigenti si unirono contro il governo. Si tratta quindi di un originale incontro tra (per usare termini della geografia politica più recente) estrema destra ed estrema sinistra, che aveva appunto come obiettivo quello di reagire a una politica antipopolare e antitradizionalista del governo italiano. Con un parallelo coraggioso, sempre ispirato al desiderio di rileggere la storia italiana moderna senza rispettarne le oleografie, l’Autore passa poi a raccontare i fatti di Napoli del 12 giugno 1946, quando le strade di Napoli vennero insanguinate dalla violenza della polizia repubblicana, che causò numerosi morti e feriti tra i dimostranti monarchici. Il grido di quei ragazzi che subivano la carica della celere, composta da reparti comandati da ex partigiani, “Viva ‘o Re”, era lo stesso che i nonni di quei ragazzi avevano lanciato per difendere il legittimo re Borbone. Napoli, la Napoli dal grande cuore monarchico, difendeva ora i Savoia come ieri aveva difeso i Borboni. Una ragione in più per dimenticare da parte di chi si ispira al principio monarchico le avversioni di parte. Chi crede nella monarchia, oggi, continua a gridare “Viva ‘o Re”. Quale sia il Re, non ha importanza. I principi non hanno un nome. Sarà dunque inutile chiedere a Carlo Russo, il ragazzo napoletano di quattordici anni, morto in quel giorno del giugno del 1946 con le parole “Re mio” sulle labbra, chi fosse quel suo Re per il quale perdeva la sua bella giovinezza.

Ma i sovrani, ci ricorda l’Autore, non sono solo creature del passato, come indicato nel saggio Federico II, un costruttore di nazioni, che rammenta l’eredità imperiale europea.

Otto d’Asburgo e Europa della speranza è un attento ritratto dell’Arciduca Otto, figlio maggiore dell’ultimo imperatore d’Austria e re d’Ungheria. Otto d’Arburgo, come è noto, è il Presidente dell’Unione Paneuropea, fondata nel 1921 dal Conte Richard Coudenhove-Kalergi. Otto d’Asburgo non ha mai inteso trasformare questo movimento, che è al di sopra, anzi, al di là dei partiti, in un movimento di nostalgici della monarchia asburgica, tanto che il suo programma politico è quanto di più moderno si possa trovare oggi nel campo dell’ideologia europeista. Certo è però che la tradizione asburgica non può essere presente nell’eredità che l’Unione Paneuropea raccoglie, infatti, come dice Scannapieco Capece Minutolo “L’Europa dei mercanti” “è ben misera cosa rispetto alla grandezza del Sacro Romano Impero e dell’Impero Austroungarico”. Giustamente l’Autore ricorda le parole dell’Arciduca: “la tradizione non è per noi una parola vuota di senso, ma un elemento essenziale del nostro impegno politico”.




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