--------------------------------------------------------------------------------
Maria Josè "Potrò ritornare in Italia fin dal 1997:
Gli italiani non abbiano paura di me, io non
sono una Monarchica, sono soltanto una Regina".
"Nozze Reali in Spagna: L'erede al trono in Spagna, il principe
delle Asturie, Don Felipe di Borbone, infante
di Spagna sposerà il 22.05.2004 nella
Cattedrale di Madrid, Donna Letizia Ortiz, (dopo
il recente fidanzamento ufficiale). Le nozze
reali saranno benedette dal Cardinale Arcivescovo
di Madrid, Primate di Spagna.
--------------------------------------------------------------------------------
"Nozze Reali:
Il 25 settembre 2003 nella Basilica Vaticana
di Santa Maria degli Angeli in Roma, sono state
celebrate le nozze tra S.A.R. il Principe Emanuele
Filiberto di Savoia e Clotilde Coureau: Le nozze
verranno benedette dal Pontefice per il tramite
di un Cardinale di Santa Romana Chiesa.
Gli italiani ed i Monarchici inviano voti augurali."
--------------------------------------------------------------------------------
Notizie liete: Lieto evento in Casa Savoia
"Notizie Liete in Casa Savoia" - "A
tre mesi dalle nozze del 25 settembre 2003 avvenute
a Roma è nata nell'Ospedale Cantonale
di Ginevra la figlia primogenita del Principe
Emanuele Filiberto di Savoia e di Clotilde Courau.
Le è stato imposto il nome di Vittoria
insieme ai nonni Sabaudi di Cristina, Adelaide,
Chiara e Maria, in onore della nonna Regina
Maria Josè. Il padre, ancora sofferente
per le fratture del recente incidente di moto,
ha assistito accanto alla moglie alla nascita
della figlioletta, per la quale sarà
comunque richiesta in Italia la cittadinanza
italiana."
Notizie Liete: Battesimo della piccola Vittoria.
La piccola Vittoria Chiara di Savoia, figlia
di Emanuele Filiberto di Savoia e di Clotilde,
sarà battezzata nel mese di maggio nella
Basilica di San
Francesco ad Assisi.
--------------------------------------------------------------------------------
Notizie liete: Lieto evento in Casa Borbone
Due Sicilie
Il Principe S.A.R. Carlo e la Principessa Camilla
di Borbone Due Sicilie, hanno dato alla luce
il 23 giugno 2003 la loro erede, la futura Duchessa
di Noto, titolo siciliano spettante alla nipote
del Gran Maestro dell'Ordine Costantiniano ed
erede della Casa Reale Napoletana. La neonata
si chiama Maria Carolina, come l'Ava, la prima
Regina del Regno delle Due Sicilie, (e che è
stata la prima Principessa a nascere in Italia
dopo il 1861). I siciliani ed tutti i Cavalieri
e Dame Costantiniane inviamo voti augurali.
Il Battesimo della piccola Maria Carolina avverrà
a novembre a Caserta nella Cappella Reale della
Reggia."
E' nata a Dicembre 2004, la figlia secondogenita
del Principe Carlo di Borbone-Due Sicilie e
della pr.ssa Camilla, cui e' stato imposto il
nome di Maria Chiara .Auguri vivissimi dai soci
dell' Istituto ARALDICO delle DUE SICILIE.
--------------------------------------------------------------------------------
Notizie Costantiniane
E' stata consegnata la medaglia Giubiliare di
benemerenza alla Dama di Grazia dell'Ordine
Costiniano di San Giorgio Donna Amalia Alì
Capece Minutolo di Collereale ved. Scannapieco,
per la partecipazione al grande Giubileo del
2000 in San Pietro
--------------------------------------------------------------------------------
Gran Ballo a Palermo
E' stato dato un ballo al Palazzo Biotos, sabato
1° marzo, dai Cavalieri Costantiniani Fabio
e Donna Milly Scannapieco Capece Minutolo di
Collereale, per festeggiare il loro 17°
Anniversario di Matrimonio. I saloni sono stati
sapientemente addobbati da Donna Milly Vanni
di San Vincenzo, con magnifiche corbeilles di
fiori, da alzate di frutta e da suggestive fiaccole.
Gli oltre duecento invitati che provenivano
anche da Roma e da Catania, si sono trattenuti
fino a notte inoltrata."
--------------------------------------------------------------------------------
Nomine
"Il nostro Presidente Dr. Fabio Scannapieco
Capece Minutolo è stato nominato, con
il Barone Spoto, a capo della Commissione Araldica
della Delegazione per la Sicilia Occidentale
dell'Ordine Costantiniano di San Giorgio - Napoli".
--------------------------------------------------------------------------------
PREMIO “THE HERALD AWARD”
Sono aperte le iscrizioni al Premio “The
Herald Award” che è stato bandito
dall’Istituto Araldico delle Due Sicilie
(www.araldicaduesicilie.com) i cui partecipanti
dovranno inviare un elaborato Storico –
Araldico Siciliano ed il migliore secondo il
giudizio di una Commissione di esperti, avrà
aggiudicato il Premio con il Diploma di Accademico.
Gli elaborati dovranno essere inviati alla
sede dell’Istituto Araldico delle Due
Sicilie, in Palermo, via M.se di Villabianca,
4 (90143), e-mail: scannapiecollereale@araldicaduesicilie.com
- inviando un vaglia postale di 20 Euro per
la partecipazione.
--------------------------------------------------------------------------------
( Ritratto di Scuola Napoletana di metà
'800 è presente nell'atrio dello Ospizio
Collereale di Messina )
--------------------------------------------------------------------------------
IL PRINCIPE BUONO
Un aristocratico Siciliano in Epoca Napoleonica

All’inizio della primavera del 1827,
a Messina moriva Giovanni Capece Minutoli di
Collereale. Era nobile, ricco e potente, alto
ufficiale e comandante la piazzaforte della
città “La Cittadella”, sotto
il regime borbonico, nei primi decenni dell’Ottocento.
Ma aveva anche sofferto nelle sue carni il tormento
della malattia, che né la ricchezza,
né la potenza possono sanare, e la sua
indole, naturalmente incline a sentimenti umanitari,
si era raffinata nel dolore aprendosi alla comprensione
e alla generosità verso gli umili, i
poveri e i sofferenti.
Appartenne a una delle più antiche e
nobili famiglie messinesi di origine napoletana,
si avviò alla carriera militare, attingendone
con rapidità i più alti gradi.
Fu così coinvolto nei moti del 1821,
nei quali assunse il comando delle forze borboniche
e domò la rivoluzione; fu Comandante
la Cittadella di Messina e Maresciallo nonché
Cav. di San Gennaro; si meritò perciò
la stima e la riconoscenza anche dei suoi avversari,
tra i quali lo stesso G. Rosseroll , capo dei
rivoluzionari, da lui sconfitto ma anche aiutato
a fuggire.
Di lui ci ha lasciato il seguente ritratto
G. La Farina, noto per i suoi sentimenti antiborbonici:
“Bello nella persona, piacevole ed arguto
nel conversare, pronto a soccorrere gli infelici
e a riprendere i malvagi, odiatore delle ingiustizie,
di probità senza macchia, assoluto nei
modi, e animoso sinoo all’audacia”.
Colpito da paralisi e martoriato da acerbi
dolori, rammaricatasi pensando a coloro che,
travagliati da simili malattie, vivono anche
nell’indigenza e sono impossibilitati
e procurarsi non solo i farmaci ma persino gli
alimenti. Era questo l’argomento delle
sue conversazioni con gli amici che andavano
a visitarlo.
Con testamento del 7 luglio 1825 egli perciò
costituiva suoi eredi universali gli invalidi
poveri, disponendo per essi la fondazione che
da lui prende il nome.
Il 20 marzo, giorno della sua morte, venne
aperto e pubblicato il suo testamentoolografo,
steso due anni prima, nel quale i suoi sentimenti
religiosi e filantropici trovarono concreta
espressione. Con esso, infatti istituì
suoi eredi universali “li poveri di questa
città (Messina) e suoi casali, che sono
paralitici, stroppi, zoppi, e che hanno altro
male, o vizio nell’organizzazione del
corpo per cui non possono lavorare, o procacciarsi
il pane, sino a quel numero che soffre il frutto
annuale della mia eredità come infra
si espressero per alimentarsi e vestirsi ad
necessitatem”.
Nel destinare ai poveri la sua ricca eredità
– 100.000 onze, che ora sarebbero parecchi
miliardi di lire – egli diede anche precise
e particolareggiate disposizioni ai suoi esecutori
testamentari, per la creazione di un’opera
che avrebbe dovuto essere la casa dei suoi eredi.
Prendeva così il via, nella città
di Messina, un’altra grande istituzione
umanitaria, che ricalcava i motivi informatori
e gli intendimenti di quella di Torino e come
quella sarebbe poi stata nel tempo battezzata
con il nome del suo fondatore e si sarebbe chiamata:
il COLLEREALE.
Nello stesso anno veniva fondato a Torino il
“Cottolengo” da Benedetto Cottolengo:
L’uno, il Cottolengo, nell’estremo
Nord d’Italia, a Torino, povero prete
consacrato al Signore; l’altro, il Collereale,
nell’estremo Sud d’Italia, a Messina,
uomo d’arme, nobile e ricco.
Ambedue, però, pieni di fede in Dio
e profondamente sensibili alle necessità
dei fratelli.
Ma chi era Don Giovanni Capece Minutolo di
Collereale, Maresciallo di Campo dei Reali Eserciti?
Le notizie che ci sono pervenute sul suo conto
non sono molto numerose, ma sono sufficienti
a darci di lui l’immagine dell’uomo
aristocratico, che convalida la nobiltà
dei natali con la nobiltà della vita,
osservante dei doveri religiosi, devoto al trono,
conservatore, ma aperto alla comprensione dei
gravi problemi politici e sociali che caratterizzano
il suo tempo. Soprattutto ricco di umanità.
IL GENERALE BORBONICO
Era nato il 23 aprile 1772 da Andrea e da Antonia
Vianisi Porzio di Montagnareale. Dopo la prima
educazione ricevuta nel real convitto delle
Scuole Pie, entrò nell’Accademia
e percorse con rapidità i vari gradi
della carriera militare. A 25 anni è
colonnello e lo si ritrova impegnato nei vari
fatti d’arme che opposero i Francesi ai
Borboni, prima nel Napoletano, poi nel Messinese,
sulle spiagge di Mili e di Galati, dalle quali
ricacciò i 3.000 uomini che Gioacchino
Murat aveva fatto sbarcare agli ordini del Generale
Cavaignac.
Erano quelli i tempi in cui le case regnanti
d’Italia dovevano fare i conti non soltanto
con le mire espansionistiche dei Francesi, ma
anche con le nuove idee liberali che erano esplose
dalla stessa Rivoluzione Francese, e che venivano
filtrate e rese operative dalle cosiddette “Società
Segrete”, specialmente dalla “Carboneria”.
Nei primi decenni di quell’Ottocento Messina
era diventata il centro carbonaro più
importante dell’Isola; si contavano nella
città sino a 35 “vendite”,
e le stese forze armate ne erano largamente
contaminate. Sintomi rivoluzionari serpeggiavano
in mezzo al popolo, specialmente tra i giovani,
e piccole congiure, con focolai di sommosse
venivano scoperti qua e là, seguiti da
atroci reazioni governative. Tuttavia la maggior
parte della gente non aveva ancora dimenticato
i considerevoli aiuti e i privilegi ottenuti
dal Re Ferdinando in seguito al grande terremoto
che nel 1783 aveva colpito la città,
e molti restavano refrattari ai nuovi fermenti.
In questo contesto la scelta del Principe di
Collereale non ebbe alcun tentennamento, ed
egli si schierò accanto al suo legittimo
sovrano, però senza livori e settarismi,
anzi con rispetto verso gli avversari.
A questo punto noi cediamo la parola a Giuseppe
La Farina, uomo politico e storico messinese,
non certamente tenero verso i borbonici. Egli
nella sua STORIA D’ITALIA DAL 1815 AL
1850 (Vol. 1° pag. 250), si occupa del nostro
Principe, e lo fa con sentimenti di profonda
ammirazione e stima, ma lasciamo a lui la parola:
“Comandava la fortissima e munitissima
cittadella di Messina il Principe di Collereale.
Egli aveva servito nell’esercito col grado
di Colonnello; giovane ancora, colpito da paralisi
alle gambe, aveva chiesto il ritiro, ed ottenutolo,
s’era ridotto in Messina, sua patria,
ove viveva con lo splendore rispondente alla
ricchezza e alla nobiltà del casato.
Lo teneva in pregio la corte, perché
sapevalo a sé devoto e in quella città
potentissimo; rispettavalo il popolo pel nome,
e per la liberalità e beneficenze da
lui esercitate.
Bello della persona, piacevole e arguto nel
conversare, pronto a soccorrere gli infelici,
ed a riprendere i malvagi, odiatore delle ingiustizie,
di probità senza macchia, assoluto nei
modi e animoso sino all’audacia, tale
era l’uomo, se non per ufficio autorevole,
certo potentissimo nelle cose che riguardavano
quella città.
Le provvigioni, i comandamenti e gli ordini
agli ufficiali e magistrati il re quasi tutti
con lui pria consultava, il qual favore fu cagione
che egli acquistasse reputazione grandissima
presso i magistrati, che di lui forte temevano,
perché non vi era loro colpa od errore
ch’ei non iscoprisse e motteggiando non
vituperasse. Se congiure ordivansi contro il
governo, egli usava chiamare a sé i congiurati
e cortesemente invitarli smettessero e le vaghezze
o scapataggini giovanili non meritevoli di castigo.
Grande era quindi il rispetto che gli era portato
da’ Messinesi, perciocché tutti
come loro difensore e sostegno l’osservavano.
Lo stesso La Farina, dopo questo elogio sente
il bisogno di dire: Non mai gli scrittori servili
delle Due Sicilie han tributato onore alla memoria
del Principe di Collereale; sia resa questa
giustizia a lui, che fu fedelissimo ai Borboni
da scrittore che la dominazione dei Borboni
aborre e detesta.”
In realtà la fedeltà ai Borboni
non impediva al Principe di Collereale di prendere
delle iniziative e di assumere degli atteggiamenti
che , quanto meno, dovevano apparire inspiegabili
agli intransigenti.
Il 25 marzo 1821, il comandante della piazzaforte
di Messina, Generale Giuseppe Rosseroll, ruppe
gli indugi, si mise egli stesso a capo dei costituzionalisti
e, dopo avere abbattuto la statua e gli stemmi
del Re in Piazza Duomo, proclamò la rivoluzione.
Ma non tutti gli ufficiali lo seguirono nel
suo disegno rivoluzionario e quelli rimasti
fedeli al Re posero la loro fiducia nel Principe
di Collereale, che era allora il vice-comandante.
Questi prese in pugno la situazione e, acclamato
comandante generale della piazzaforte al posto
del Rosseroll, pervenne lo scoppio della sommossa,
risparmiando ai cittadini giornate di violenza
fratricida. Egli stesso, però, dopo aver
tolto il comando al Rosseroll, si incontrò
segretamente con lui e, conoscendo la sua onorata
povertà, gli fornì i mezzi per
mettersi in salvo, prima che la ferocia borbonica
cominciasse a esercitare le sue vendette. Dal
suo proclama alla città, traspare chiaramente
come oggetto principale delle sue preoccupazioni
fosse, nel prendere il comando, il desiderio
di assicurare ai cittadini una vita tranquilla.
“Ottimi e leali Messinesi – si
legge nel proclama – rasserenate pure
i vostri cuori, ritornate tranquilli alle vostre
case, in mezzo alle vostre care famiglie, riprendete
le vostre giornaliere occupazioni. L’intera
tranquillità vi è alla fine da
tutti i lati assicurata. Le truppe, la flottiglia,
la cittadella, le fortezze e le armi tutte sono
rivolte al mantenimento dell’ordine e
della pubblica quiete oggetto sacro per il cui
conseguimento si sono sin’oggi i bravi
Messinesi distinti (L’intero proclama
del Maresciallo di campo Principe di Collereale
ai Messinesi al momento di pigliar possesso
del comando della piazzaforte di Messina si
può leggere per intero in “Annali
della Città di Messina” continuazione
dell’Opera di C.D. Gallo per G. Oliva,
Vol. VI pag. 185). Certamente non si intende
qui sopravvalutare il significato del proclama,
che come tutti i documenti del genere, sono
intesi soltanto a conquistare le simpatie popolari
e scoraggiare le inimicizie evidenziando gli
aspetti che convengono allo scopo; ma, nel contesto
di una vita nella quale, per altro verso, si
riscontrano motivi umanitari, così eccellenti
da spingere a dare credito a queste parole,
crediamo che il proclama sia citato a giusto
proposito.
Le imprese militari, del resto, non erano
le uniche per le quali egli era conosciuto e
amato. Gli “Annali di Messina” continuazione
dell’opera di Caio Domenico Gallo non
gli risparmiano elogi, e ci fanno sapere che
nel 1823, una grave alluvione si abbattè
sulle terre messinesi, sommergendo villaggi
e facendo perire uomini e molto bestiame. Particolarmente
danneggiato il villaggio S. Stefano. Fu allora
il Principe di Collereale che per primo corse
in aiuto degli alluvionati e organizzò
i soccorsi, ed egli stesso fu poi nominato presidente
del comitato di solidarietà.
Gli stessi “Annali” (o.c. Vol.
VI, pag. 237-238) ci fanno sapere che egli fu
tesoriere del Grande Ospedale Civico di Messina
denominato S. Maria della Pietà, e in
tale qualità seppe talmente migliorare
le entrate e i servizi della pia istituzione
che “per suo mezzo parve ne sorgesse un’altra
sull’antica”.
Il ricordo e la riconoscenza che la città
di Messina serba verso quest’uomo non
traggono, però motivo dalle sue imprese
militari o dai suoi occasionali, e talora provvidenziali
interventi a favore dei concittadini. Ricordo
e riconoscenza sono invece legati alla benefica
istituzione da lui voluta e che da lui prende
il nome. Essa, a distanza di un secolo e mezzo
continua ad avere il merito di risolvere ogni
giorno, in umiltà, innumerevoli problemi
che angustiano le singole famiglie, tra le meno
provvedute della città: Vogliamo dire
la “CASA DI OSPITALITA’ COLLEREALE”.
Il gagliardo ufficiale borbonico ebbe la sventura
di vivere gli ultimi anni della sua esistenza
nella immobilità. Una grave e incurabile
malattia lo colse, non ancora cinquantenne,
paralizzandogli gli arti inferiori e riducendolo
progressivamente all’inerzia. A nulla
valsero le cure mediche, che le larghe possibilità
finanziarie gli consentivano, e fu perciò
costretto a trascorrere il resto della sua vita
relegato in casa, a letto o su di una poltrona,
visitato e confortato dagli amici e apprezzato
da tutti coloro che conoscevano i suoi nobili
sentimenti umanitari e la naturale tendenza
ad aiutare chi soffre. Ed è proprio tra
queste sofferenze che gli venne maturando il
suo progetto: Egli compiva il grande disegno
col suo Testamento olografo del 1827 ai rogiti
del Notaro S. Cacòpardo: Nomina così
eredi universali “li poveri di questa
città e suoi casali”.
Ce ne parla il REGOLAMENTO DEL PIO STABILIMENTO
DEGLI STORPI stampato a Messina coi tipi dei
fratelli Oliva nel 1875, nella prefazione storica:
“Incessantemente travagliato da acerbi
e inesplicabili dolori gottosi, e da tutte quelle
privazioni, che tanto rendono maggiore e insoffribile
l’infermità, per quanto sono le
ricchezze, rammaricatasi al pensare coloro,
che travagliati da simili malattie, mancano
dei mezzi necessari, onde lenire il proprio
soffrire non solo coi ritrovati dell’arte
medica, ma sì ancora di tutto quanto
è indispensabile per alimentare e sostenere
il proprio individuo. Era questo il suo tema
prediletto su del quale piacevasi intertenere
lo amichevole convegno delle persone più
a lui care, confidando alle medesime i suoi
desideri e le sue intenzioni, e da esse ne riceveva
di buon grado suggerimenti e consigli”.
Quali poi fossero questi suoi desideri e queste
sue intenzioni lo rivela il testamento olografo
da lui redatto il 7 luglio 1825, poi ai rogiti
del Notaio Salvatore Cacòpardo il 18
marzo 1827, due giorni prima che lo cogliesse
la morte, nella sua abitazione del Palazzo di
via Austria n. 19. Con questo testamento egli
destinò infatti il suo cospicuo patrimonio
alla fondazione di un’opera che servisse
ad alleviare le altrui sofferenze.
Alla sua morte la città fu immersa
in profondo lutto. Giuseppe La Farina annota:
“la sua morte fu pianta in Messina come
pubblica calamità: si chiusero le botteghe
e quel segno di mestizia, nelle vie più
vicine al suo Palazzo durò tre giorni”
(G. La Farina. o.c. pag. 253).
Secondo il desiderio da lui stesso espresso
nel testamento, fu seppellito nella Chiesa dei
Cappuccini, vestito col saio francescano, e
sulla sua tomba fu posta un’epigrafe
(1*) P.S. La famiglia Capece Minutolo è
citata sia nell'Enciclopedia Treccani nelle
Edizioni del 1939, che nella "Piccola Treccani"
Edizioni del 2000, in cui è citato anche
il ramo siciliano di "Collereale".
--------------------------------------------------------------------------------
L'ultimo Principe di Collereale: Un Gattopardo
a Messina
"Nel 1983 si estingueva il ramo siciliano
dei Capece Minutolo con la morte dell'ultimo
Principe di Collereale avvenuta in Messina il
07 gennaio di quell'anno, due mesi prima della
scomparsa di Umberto II, che avverrà
il 19 marzo 1983. Egli del Gattopardo possedeva
tutti i tratti e forse ancora di più:
Uomo colto e raffinato, era esperto di esoterismo
ed occultismo ed amava riunire alcuni suoi amici
nella villa di Castanea delle Furìe.";
Il Re era molto amico di Don Francesco Capece
Minutolo di Collereale, Barone di Callari, Barone
di Baccarati, Barone di Ogliastro e Barone delle
Masserie di Patti e Critti, che, insieme alla
consorte Donna Teresa si recavano spesso in
visita a Cascais in Portogallo. E' di questi
giorni la esecutività della definitiva
sentenza della Cassazione che devolve l'eredità
patrimoniale dell'ultimo Principe di Collereale
Don Francesco a favore degli orfani dell'Orfanotrofio
di Santa Cecilia in Messina (mentre del patrimonio
storico/culturale della famiglia sono chiamati
alla successione i nipoti).
Si rinnova con questo ulteriore lascito la tradizione
munifica dei principi di Collereale, infatti
come l'avo il Maresciallo Don Giovanni che aveva
fondato nel 1827 l'omonimo ospizio in Messina,
sito in Via Catania, così l'ultimo Principe
di Collereale Don Francesco donerà i
suoi beni terreni ai poveri orfanelli del Santa
Cecilia. Si auspica che l'Orfanotrofio vorrà
apporre una targa in sua memoria, all'interno
della struttura e che il Comune di Messina (di
cui la città non ha alcun ricordo della
famiglia nella sua toponomastica), potrà
intestargli una strada cittadina."
--------------------------------------------------------------------------------
LA CITTADELLA DI MESSINA
Come una delle più importanti opere
di architettura militare del XVII secolo è
stata ridotta in rovine da politici ciechi.
Tutto era iniziato dalle sanguinose lotte di
fazioni all’interno della città
di Messina.
Il partito militare dei MERLI e il partito
dei MALVIZZI (Tordi), che rappresentava i nobili
e la classe dei mercanti arricchiti, si scontravano
ormai da mesi manovrati sottilmente e abilmente
dall’astuta Spagna, memore sempre del
detto “dividi et impera”. Ma le
cose non andarono, per la direzione che essa
avrebbe voluta; il 7/7/1647 iniziò una
rivolta che si mutò in diretta ostilità
contro il governo spagnolo.
Nel contempo Messina invitò il monarca
di Francia, Luigi XIV, il Re Sole, ad aiutare
la città e sostituire eventualmente gli
spagnoli nel dominio dell’isola.
Messina ed il suo territorio restarono però
isolati, perché Palermo, sempre eterna
“sorellastra”non volle prendere
parte all’azione, anzi apoggiò
la Spagna nella lotta contro i francesi e Messina.
La lotta durò fino al 16/3/1678; quel
giorno le navi della flotta francese al comando
del Maresciallo d’Aubusson de la Feuillade
a seguito del trattato di Nimega, con il quale
vennero composte le divergenze fra le due nazioni
belligeranti, si ritirava dalla lotta abbandonando
la città alla vendetta spagnola.
Il 5/1/1679 giungeva a Messina il nuovo Viceré
Don Francesco Bonavides, conte di Santo Stefano,
spagnolo violento, rapace ed estremamente crudele.
Fra le tante cose che intraprese affinché
i messinesi non potessero più nuocere
alla monarchia di Spagna, ma anche perché
faceva parte di un piano generale per migliorare
le fortificazioni di tutta l’isola (alla
luce delle nuove esperienze acquisite durante
gli anni di guerra contro la Francia) fu quella
di progettare una cittadella a Messina.
I lavori incominciarono nel 1679 ed il luogo
scelto fu l’inizio della piccola penisola
di S. Rainieri: la famosa “falce”
del porto di Messina. Fu progettata e diretta
dall’architetto fiammingo Carlo di Nuremberg,
e fu inaugurata il 6/11/1683 con manifestazioni
solennissime e in quell’occasione venne
issato lo stendardo reale seguito dagli spari
dei numerosi cannoni di cui la nuova fortezza
era già fornita.
Per la sua costruzione furono spesi 673.937
scudi ed un intero quartiere esistente da secoli,
con circa 8.000 persone residenti e composto
da grandi e piccoli fabbricati, chiese e conventi
venne demolito per far posto alla nuova struttura
militare.
La pianta a forma di pentagono regolare bastionato
agli angoli era, per quell’epoca, di tipo
canonico ma presentava anche molti spunti nuovi
e originali.
Come era d’uso l’opera militare
fu arricchita da molte preziose sculture barocche,
in maggioranza realizzate dai maestri “lapidarum
incisores messanenses” fra i quali gli
Amato, Viola ed il maestro Biundo.
La Cittadella di Messina negli anni 1820/21
fu comandata dal Gen. Mar. Di Campo il Principe
Giovanni Capece Minutolo di Collereale, che
venne stimato e fu lodato dal La Farina per
le sue doti umane.
La formidabile cittadella poteva considerarsi
tra le più importanti opere di ingegneria
militare ed annoverarsi fra quelle famose come
Outreau (1542) Nancy (1556) Torino (1560) Pamplona
(1560) Anversa (1566) etc. girava intorno per
circa tre chilometri, capace di ospitare nel
suo interno una guarnigione di 6000 uomini,
era munita di oltre 300 pezzi di artiglieria
(cannoni ed obici).
Tutto serve a nascondere uno dei monumenti
più importanti di Messina, visto che
i vari terremoti ne hanno risparmiati ben pochi
e questo era quello più integro ed originale,
e sicuramente parte importante per ritenere
la “Memoria della città”.
Abbattuti dopo il 1930 circa, 3 dei 5 bastioni
(S. Carlo, S. Diego e di Norimberga) per fare
posto all’omonimo molo (inizio di un porto
franco abortito sul nascere), alla stazione
marittima delle FF.SS. e alla strada attuale
che porta all’Arsenale della Marina Militare,
non stanchi di questo si continuò ancora
con le demolizioni nel secondo dopoguerra per
creare spazio ad un cantiere navale che puntualmente
dopo pochi anni chiuse per mancanza di commesse.
|
| |
Maresciallo
di Campo in "Gran Tenuta": Principe
Don Giovanni Capece Minutolo di Collereale
- Messina, 1820
|
I SINIBALDI:
Storia familiare e Stemma di Santa Rosalia
In premessa occorre sottolineare che gli stemmi
innalzati sugli edifici sacri e sugli edifici
civili e profani hanno una funzione di fonte
storica oltre che una funzione ornamentale ed
architettonica e tale funzione trova oggigiorno
un preciso riconoscimento nel nuovo testo unico
sui beni culturali del 1999 (n. 490), che ne
dispone il divieto di manometterli e di asportarli.
Ciò si ricollega alla distinzione esistente
tra scienze araldiche e scienze genealogiche:
Mentre l’araldica, intesa come scienza
ausiliaria della storia medievale, studia la
simbologia degli scudi non solo familiari ma
di enti, corporazioni, municipalità,
università, simbologia pontificia e della
gerarchia ecclesiastica nonché gli scudi
degli eserciti e dei reggimenti, la genealogia
studia esclusivamente l’ascendenza e la
discendenza familiare, da un ceppo comune individuabile
o da individuare talchè essa in medicina
prende il nome di genetica e concerne la familiarità
e quindi la discendenza delle malattie ereditarie,
ossia familiari.
Ci soffermeremo non tanto sulla genealogia
di Santa Rosalia, che apparteneva alla nobile
famiglia toscana dei Sinibaldi, genealogia che
peraltro si ritrova in un albero genealogico
situato all’ingresso della grotta su Monte
Pellegrino, che nella sua redazione riporta
dal 1183, anno della morte della Santa Patrona
di Palermo, i suoi ascendenti fino al secolo
‘800 del pre-mille; ma verrà esaminato
esclusivamente l’aspetto araldico, ossia
la blasonatura dello stemma dei Sinibaldi.
La devozione di Palermo per Santa Rosalia è
legata storicamente alla liberazione della città
dalla peste del 1624-25, quando la città
era sotto il dominio spagnolo. Un evento che
tra realtà storica e alone di leggenda,
non basta tuttavia a spiegare come nel tempo
questa devozione sia divenuta qualcosa di più:
un sentimento di vicinanza, una specie di confidenza
quotidiana quasi un’identità: “Palermo
e Santa Rosalia, Santa Rosalia e Palermo”
grida il popolo e ce lo ricordano i cronisti
nel corso dei secoli passati.
Non a caso la nostra Santa è chiamata
confidenzialmente “Santuzza” dai
palermitani devoti.
Dal primo festino del 1625, a oggi sono passati
più di trecentosettantanove anni e Palermo
è sempre puntuale all’appuntamento
con la sua Santa Patrona.
C’è un vuoto di cinque secoli
fra l’esistenza terrena di Santa Rosalia
e l’inizio del suo protagonismo nelle
vicende della città, incerte e confuse
e comunque rare sono le notizie della sua vita.
Il cronista, il padre gesuita, Ottavio Gaetani,
della metà del ‘500, ci dice che
era nata a Palermo in epoca normanna ed era
stata “Ancella” alla corte della
Regina Margherita di Navarra, moglie di Re Guglielmo
I “il Malo”, figlio di Ruggero II,
e che si era ritirata in una grotta su Monte
Pellegrino sino alla morte nel 1183.
Tutti gli storici sono concordi che la Santa
visse nel XII secolo, ma invano si può
essere precisi sulla data di nascita e su quella
di morte, sia perché nei secoli bui dell’alto
medioevo, gli eventuali documenti parrocchiali
possono essere spesso andati distrutti per eventi
bellici o naturali.
Secondo i più autorevoli agiografici,
lo storico Valerio Rossi, il Gaetani, nell’opera
“Vitae Santorum Seculorum” del 1657,
e Filippo Paruta, Regio Notaro del Senato Palermitano,
nei suoi scritti del 1609, Rosalia era figlia
del Duca Sinibaldo dei Sinibaldi della Quisquina
e delle Rose, località fra Bidona e Prizzi,
nipote per parte di madre di Re Ruggero di Altavilla,
normanno, e pertanto cresciuta nel XII secolo
alla Corte Normanna di Palermo.
Le divergenze degli storici si estendono anche
al nome ed alle radici dello stesso, perché
trattasi di nome insolito per una fanciulla:
Alcuni lo dissero un composto di Rosa e Lia:
“Rosalea”, altri “Rosolia”,
per errore degli amanuensi, ovvero in volgare,
ossia in lingua siciliana “Rusolia”.
Prevalse su tutti “Rosalia”, come
una forma contratta di Rosa e Lia, cioè
di rosa e gigli, come trovansi nella Liturgia
nel bellissimo inno dei Primi Vespri.
Durante una battuta di caccia su Monte Pellegrino,
Ruggero fu salvato dall’aggressione di
un leone dal principe Baldovino: in premio,
quest’ultimo chiese al Re la mano di Rosalia.
Sentendosi consacrata al Signore, la fanciulla
fuggì dal Palazzo Reale, vivendo da eremita
prima sul monte Quisquina, dove trascorse dodici
anni, e poi, fino alla morte, in una grotta
su Monte Pellegrino.
Rosalia appartenne, molto probabilmente, al
gruppo etnico principale della Palermo normanna,
che era di lingua e rito greci: è anche
possibile che sia stata monaca basiliana, in
quanto proviene dalla chiesa di Santa Maria
dell’Ammiraglio, e dall’annesso
monastero basiliano femminile, la più
antica pala d’altare che la raffigura
con quel caratteristico abito monacale; e anche
perchè tipica della spiritualità
monastica greca era la ricerca della solitudine
e della pace contemplativa.
Ma esso ebbe straordinario e decisivo impulso
quando una terribile epidemia di peste sconvolse
Palermo nella prima metà del ‘600.
Fra giugno 1624 e febbraio 1626, secondo alcune
stime, in città morirono quasi 30 mila
persone, su una popolazione di circa 120 mila
abitanti. Il 7 maggio 1624 attraccò nel
porto di Palermo un veliero proveniente da Tunisi,
guidato dal Comandante moro Maometto Cavalà;
recava un carico di lana, lino, pelli conciate,
gioielli e altri ricchi doni inviati dal Bey
di Tunisi al viceré, principe Filiberto
di Savoia, oltre ad un gruppo di prigionieri
cristiani riscattati ai pirati barbareschi.
Il vascello, in precedenza, aveva fatto sosta
a Trapani, ma lì non era stato fatto
scendere a terra nessuno, perché l’equipaggio
era sospettato di essere contagiato dal morbo.
In un primo momento, il Pretore di Palermo,
don Vincenzo Del Bosco, Duca di Misilmeri e
principe della Cattolica, si oppose allo sbarco
del carico, ma successivamente si lasciò
convincere diversamente dal viceré, a
sua volta mal consigliato, oltre che avido di
ricevere i doni inviatigli.
Quasi subito si manifestarono i primi casi
di peste e i primi decessi, non risparmiando
sia il popolo, sia nobili e cavalieri, giungendo
fino al Palazzo Reale. Sorsero numerosi lazzaretti,
il primo dei quali venne allestito allo Spasimo;
si bruciava tutto quanto era sospetto di contagio;
le case venivano barricate e piantonate dai
soldati.
La città era in ginocchio. Intanto,
su Monte Pellegrino si scavava. Secondo testimonianze
storiche, infatti, qualche tempo prima, una
donna del popolo, Geronima La Gattuta, inferma
per una grave malattia, aveva sognato una fanciulla
in abito monacale che le aveva promesso la guarigione,
se si fosse recata in penitenza su Monte Pellegrino;
qui giunta a sciogliere il voto, la fanciulla
le era apparsa nuovamente in sogno, indicandole
una grotta in cui scavare per ritrovare il suo
sepolcro. Uomini e donne, amici della La Gattuta,
si misero all’opea: Il 15 luglio, il marinaio
Vito Amodeo, fu il primo a rinvenire un teschio
e numerose ossa incastrate in un grande masso
di pietra. Per tutti, fu immediato il suggestivo
collegamento con Santa Rosalia: Il suo culto
in città era finora piuttosto marginale,
ma a quel punto si rinsaldò quel filo
sottile della memoria popolare che ricordava
la normanna vergine romita sul monte della città.
Lo stesso giorno a Palermo, devastata dalla
peste, era in corsola prima processione aperta
al popolo che le autorità ecclesiastiche
avevano organizzato. Si supplicavano le sante
patrone della città, Cristina, Agata,
Ninfa e Olivia, oltre a San Rocco, cui si attribuiva
la scomparsa dell’epidemia del 1575; e
qualcuno, fra le litanie, implorava anche Santa
Rosalia. Diffusasi subito in città la
notizia del ritrovamento delle ossa, il cardinale
Giannettino Doria si mosse con estrema cautela:
dispose che esse, con tutta la pietra, venissero
trasportate e custodite nel Palazzo Arcivescovile
in attesa di un attento esame per accertarne
l’autenticità.
Al contrario, esplose l’entusiasmo dei
palermitani, che videro in quel ritrovamento
il segno di una speranza. Ogni preghiera, adesso,
si rivolgeva a Santa Rosalia, alimentata da
vere o presunte voci di miracoli. Chi era stato
testimone dello scavo su Monte Pellegrino aveva
raccolto delle pietre, la terra intorno e l’acqua
dove le ossa erano state ripulite: tutto era
passato di mano in mano, somministrato agli
infermi, ed in taluni casi di parlò di
guarigioni improvvise e inspiegabili. Il 27
luglio 1624 – tutto sommato prematuramente
– il pubblico Consiglio stabiliva di onorare
Santa Rosalia col titolo di Patrona di Palermo.
Ma dopo un leggero declino, la peste era tornata
ad infuriare. Il 3 agosto ne rimaneva vittima
anche il viceré Filiberto, al quale subentrava
il cardinale Giannettino Doria, che diventava,
così, anche presidente del Regno.
Le autorità cittadine sembravano volersi
impossessare di questo culto sorto improvvisamente,
per evitare che la devozione popolare, sull’onda
della eccitazione, prendesse strade autonome,
e inclini alla superstizione, o venisse strumentalizzata
o monopolizzata da altri ordini religiosi. I
primi esami delle ossa, affidati ai medici e
ai teologi, sollevarono, però, soltanto
dubbi sulla loro natura umana.
E mentre il contagio continuava ad imperversare,
si allestivano processioni penitenziali, la
cui furia parossistica – descrittaci da
un autorevole testimone, il gesuita Giordano
Cascini – sembrava uno strumento di pressione
nei confronti del collegio indeciso sul riconoscimento
delle reliquie.
Il 13 febbraio 1625, il giovane Vincenzo Bonello,
saponaio di via dei Panieri, che aveva appena
perso la moglie per il contagio, s’inoltrò
su Monte Pellegrino per farla finita (secondo
alcuni, invece, per una battuta di caccia).
Qui – in base alla sua testimonianza giurata
che risulta nell’Originale delli testimonij
di Santa Rosalia – incontrò una
giovane pellegrina con un’aureola che
gli disse di essere Rosalia, che le ossa ritrovate
erano le sue e che la peste sarebbe cessata
soltanto se esse fossero state portate in processione
perle strade della città; gli ordinò
di riferire tutto al cardinale Giannettino Doria
e gli preannunciò anche la sua prossima
fine. Bonello fece quanto la visione gli aveva
detto e morì di peste quattro giorni
dopo.
Il 22 febbraio 1625, la Consulta medico –
teologica, proclamò il riconoscimento
dell’autenticità delle ossa di
Santa Rosalia, che furono trasferite dal Palazzo
Arcivescovile in Cattedrale, poste in un cofano
rivestito di velluto cremisi all’interno
di una cassa di tela d’argento.
Il Senato decise che, a spese della città,
le scarse reliquie dovessero essere custodite
in un’urna d’argento, che fosse
costruita una sontuosa cappella in Cattedrale
e un’altra su Monte Pellegrino, e che
il 15 luglio di ogni anno l’urna dovesse
essere portata in solenne processione. Sotto
la spinta dell’entusiasmo popolare, il
9 giugno 1625, il Senato organizzò con
pubblico bando – conservato presso l’Archivio
storico comunale – una processione trionfale
delle spoglie mortali di Santa Rosalia nell’ambito
di una sontuosa festa che durò nove giorni,
durante i quali la città divenne un tripudio
di luci, broccati, arazzi, archi di trionfo,
statue, festoni di fiori e verde; tutta l’aristocrazia
e il clero parteciparono alla sfilata.
Dettagliatamente descrittaci da Filippo Paruta,
segretario del Senato, essa può considerarsi
a ragione il primo Festino in onore a Santa
Rosalia.
La peste cominciava sensibilmente a decrescere,
e il 4 settembre 1625, dies natalis della Santuzza,
il “Bando per il cessato male” era
stato appena pubblicato. Il 26 gennaio 1630,
Papa Urbano VIII, rivolgendosi al Senato e al
popolo palermitano con lo Scriptam in coelesti,
annunciava l’inserimento di Santa Rosalia
nel Martirologio Romano, dove, di Rosalia, veniva
fissata l’origine palermitana, la stirpe
regale risalente a Carlo Magno, la paternità
di Sinibaldo, cavaliere di Re Ruggero, l’episodio
di Baldovino e la vita ermetica sui monti Quisquina
e Pellegrino.
I Sinibaldi sono una nobile famiglia di Lucca
e i genealogisti fanno provenire nel secolo
XIV da S. Minato del Tedesco con Giovanni, di
Sinibaldo, detto BELGRANO. Un BARTOLOMEO, di
di Giovanni, ottenne la cittadinanza lucchese
il 2 aprile 1416 e da SINIBALDO, di Bartolomeo,
dello stesso secolo, discese il ramo principale
che fu consorte degli Altogradi. Ser PIETRO,
di Berto, di questa famiglia, noto cronista
del secolo XV, dette notizia del suo testamento
del 15 febbraio 1501, che i Sinibaldi si divisero
in quattro rami: dei quali uno passò
in Jmola, il secondo a Palermo, dando a questa
città la sua Patrona in S. Rosalia, il
terzo si estinse in Firenze, ed il quarto fu
quello di Lucca.
ARMA: Squamato d’argento e di nero (ermellino),
alla banda d’oro attraversante.
ALIAS: D’ermellino pieno alla banda d’oro
attraversante.
DIMORA: Lucca e America.
Il pavesare lo scudo, della pelle d'Ermellino
con i fiocchi essi si dicono "moscature"
o "mosche". L’uso dell’ermellino
risale, secondo più accreditati studiosi,
al secolo XIII e non oltre ed è piuttosto
raro negli scudi italiani; ma usato ovviamente,
secondo le regole ed i Massimari della C.A.
soprattutto per i Manti di principe e duca,
e per la Casa Regnante e per quelle ex-regnanti.
Sul segno e sulla simbologia araldica: l’ermellino
nello scudo, indica un’alta dignità
della famiglia che lo porta, nonché indica
PUREZZA, per il candore della pelle, tappezzata
dai fiocchi delle code neri, e anche di INCORRUTTIBILITA’,
dall’abitudine del piccolo animale, che
si racconta, non entri in una tana sudicia e
preferisca farsi catturare.
Fabio Scannapieco Capece Minutolo di Collereale
presentato a Villa Niscemi, sede di rappresentanza
del Comune, con proiezione di diapositive, per
l'inaugurazione del Seminario 2004
|
|
Immagine dei s. rosalia da incisione di JEAN STILTINK
|
|
|
|
|
Umberto II, Re d'Italia
(Racconigi 15.09.1904 - Ginevra 18.03.1983) |
|
S:A:R.Mafalda
di Savoia, pr.ssa d'ASSIA
|
--------------------------------------------------------------------------------
LA BIANCA CROCE DI SAVOIA ED IL SACRIFICIO
DI MAFALDA
Relativamente alla simbologia delle Armi sabaude
,ci si soffermera’ sul Motto FERT, che
compare spesso sotto lo scudo; in effetti le
lettere che compongono il Motto hanno dato àdito
a diverse interpretazioni da parte degli studiosi.
Fert e’ il motto sia di Casa Savoia che
dell’Ordine Supremo della SS.ANNUNZIATA,
detto in origine del Collare, e che fu istituito
nel 1314 da Amedeo VI di Savoia._ Sono numerose
pertanto,le interpretazioni sul suo significato:le
lettere vengono infatti interpretate come le
iniziali di altrettante parole di diversi altri
motti,come:FIDES ET REGNI TUTELA,FEDE E TUTELA
DEL REGNO,ovvero FOTITUDO EIUS RHODUM TENUIT,cioe’
IL LORO CORAGGIO SALVO’ RODI, ovvero e
forse e’ quella da preferire: FOEDERE
ET RELIGIONE TENEMUR,cioe’ SIAMO LEGATI
DA UN PATTO E DA UNA FEDE. –Secondo altri,il
motto deriverebbe dal francese antico che vede
il fert essere pari a ferte’,cioe’
fermezza,forza, ovveroche il motto sia voce
della parola ferto, ,che era una moneta coniata
sotto Amedeo VI ne, ‘3oo e che compare
nei quarti di “grosso” della moneta
stessa. Altri credono che fert derivi dal latino
portare e sopportare e che alluda all’attitudine
del Cavaliere di sopportare ogni pena per la
sua Dama e quando poi l’Ordine assunse
le caratteristiche di un oerdine militare, significo’
l’attitudine a sopportare tutto per la
Santa vergine:_ Rievochiamo adesso la figura
romantica di un eroina dei nostri tempi, tratteggiando
la quale cio’ ci dara’ l’opportunita’,
nella rilettura di quegli eventi storici avvenuti
ormai al crepuscolo del Regno di Vittorio E.
III di cogliere lo sviluppo delle vicende dinastiche
sabaude ed il ruolo che esse hanno avuto nel
costume e nella cultura della nazione, e nel
momento in cui il Parlamento ha abrogato la
XIII disposizione tran. della Costituzione,,
ci sembra che la strada perriappropriarsi dei
Savoia senza deminizzazioni preconcette e senza
agiografie, sia quella di STORICIZZARENE la
loro presenza nella storia nazionale .- Il 28
agosto 1944 moriva nel campo di Bickenwald,in
Turingia,Frau von Weber,nome sotto il quale
hitler in persona ordino’ che si nascondesse
la vera identita’ di quella che nell’ottobre
1943 era stata registrata come”PRINZESSIN
MAFALDA von HESSEN,geborne pr.vonSavoyen “,
da parte di hans Pardhun lo Sturmchar-fuhrer
del campo.Ma quel 28 agosto le ss riservarono
a Mafalda l’ultimo oltraggio:Infatti quando
il giorno dopo ,le sue spoglie vennero inumate
nel cimitero di Weimar,fu apposta una epigrafe
con la dicitura DONNA SCONOSCIUTA;ma grazie
al prete slovacco Herman Tyl , che riconobbe
la salma,e ssa fu sottratta ai forni crematori
ed e’ sepolta nella terra consacrata :
Mafalda rappresenta il simbolo in qualche modo
di una nazione travolta suo malgrado dall’immane
eruzione della guerra, ed impersona la vittima
innocente e sacrificale di cui la storia spesso
si serve: la storia infatti chiede i propri
olocausti ai puri, agli innocenti e mafalda
conferma questa terribile regola. Ella,che aveva
tutte le caraTTERISTICHE PER OMPRESSIONARE LE
FANTASIE DI OGNUNO e’ la ferma eroina
che ha saputo, come un soldato, morire ,sol
perche’ figlia di re, ma morire impavida
e dolente con il coraggio dei forti e sempre
al proprio posto,senza mai perdere i connotati
della propria natura di donna Il suo nome significa
in Portoghese “forte in combattimento”
ed infatti il giono onomastico si festeggio
per santa Mafalda Regina del portogallo il 2
maggio: Ella nacque a Roma il 19 nov. 1902 ,figlia
secondogenita, dopo Jolanda, di vittorio Em.
III e della Regina Elena, sorella pertanto di
Umberto II. Le furono imposti anche i nomi di
M.Elisabetta Anna romana. Lei fu sempre legatissima
sia alla famiglia paterne che a quella acquisita
del marito: sposo’ infatti il Principe
–langravio Filippo D’Assia-Kassel
nel 1925, figlio di Federico e della pr.ssa
prussiana Marghrtita Hohenzollern, che era nato
nel 1896. Andranno ad abitare in una villa a
Roma che chiameranno Villa polissena, in ricordo
della Pr.ssa Ppolissena d’Assia che nel
700 sposo un Savoia Carlo Em. III.- Durante
l’infanzia ,c’e’ da dire,
che la giovane mafalda imparo’ ed ebbe
dalla madre l’esempio alle azioni caritatevoli
e dal padre ,il Re-soldato, il senso del dovere.
Dal matrimonio nacquero quattro figli:maurizio,Enrico,Ottone
ed Elisabetta. E nonostante la cura gravosa
di ben 4 figli, Mafalda seguira’ sempre
la madre nelle continue ed incessanti opere
di beneficienza da leiperseguite personalmente.Scoppia
la II guerra mondiale e la maggior parte dell’ariatocrazia
tedesco-prussiana prende subito le distanze
da Hitler,seguendo l’esempio del kaiser
Giglielmo III ,che lascio’ scrotto che
ai suoi funerali non voleva alcun simbolo del
IIIReich. Alla fine dell’agosto del ’43
mafalda decide di partire alla volta della Bulgaìa,
per Sofia,lasciando cosi i figli (cosa che la
madre Elena le sconsiglio’ vivamente),
per poter partecipare alle esequie del cognato
Re boris di Bulgaìa, marito della sorella
giovanna, che era deceduto in circostanze misteriose
e forse avvelenato, a seguioto di una congiura
di Hitler per essersi egli schierato contro
il Reich. Il 7 settembre 43 ella riparte da
sofia in treno, nel lungo viaggio e solo dpo
20 giorni ,riesce ad arrivare a Roma:era il
22 sett. 1943. E’ cosa nota che i nazisti
a Roma cercano di arrestare tutti i reali, per
puntare al disarmo delle truppe italiane. In
quei girni viene arrestato in germania il marito,pr.
Filippo d’Assia e trasferito nel campo
di concentramento di Dachau: l’odio dei
nazisti e di Hitler si dichiaraapertamente;
i loro figli invece furono protetti e nascostoìi
da monsignor montini, il futuro PaoloVI, mentre
il primogenito maurizio era arruolato a soli
17 anni nella flak, che era la difesa contra.erea
della Wehrmacht. Con un piano, come e’
ormai noto, ordito dal colonnello Kappler, lo
stesso mattino del 23 settembre43, Mafalda viene
rapita dalle SS e caricata su di auto e portata
a ciampino e trasferita in germania: qui ebbe
percio’ a che fare non con i tedeschi
,ma con i nazisti . Non rivedra’ mai piu’
i suoi cari ed il suo paese. Tradotta nel campo
di concentramento edi sterminio di BUCKENWALD,
asseganta alla baracca 15,stanza 9, nel reparto
degli “speciali2 e le viene assegnata
una dama DI COMPAGNiA, O,COME DICEVANO DISPREGIATAMENTE
I NAZISTI una inserviente,frau Maria rubnau.
LA VITA NEL CAMPO ERA DURISSIMA,vitto scarsissimo
e gli stessi abiti sia d’estate che d’inverno,
come hanno stestimoniato pio, in molti. Si sa
che Mafalda donava il suo cibo a chi soffriva
piu’ di lei, praticando quella carita’
ed altruismo imparati da piccola: ed infatti
il suo fisico s’indebiliva sempre piu’.
Nonostante il divieto di manifestre agli altri