Pagina iniziale
Chi siamo
Lo Statuto
Rassegna Stampa
Attività e Programma
Servizi
Sentenze
Pubblicazioni
Novità
Diritto Nobiliare
Ordini Cavallereschi
Elementi di Araldica
Esempi di Stemmi
Come Contattarci
Forum
Link

© Copyright 2006 - Tutti i diritti riservati ai legittimi proprietari.

 

Il mistero dei Templari

La fondazione dell’ordine del tempio

I Templari suscitano molto interesse per via dell’organizzazione che si diedero e per le attività che svolsero, ma la loro esistenza si spiega e si giustifica solo in rapporto alle crociate: niente crociate, niente templari. Per certi vrsi , però, vale anche l’affermazione contraria: spesso senza i templari le crociate non avrebbero avuto luogo. Ecco dove si misura l’ambiguità del Tempio. È stato fondato a Gerusalemme, ma , anche a Troyes. È stato creato per operare in Medio Oriente, ma ha anche agito in Europa Occidentale. È stato un ordine religioso, ma anche militare.

È stato indispensabile alla politica del papato e dei sovrani europei, ma anche una milizia parallela dai fini oscuri. È stata un’associazione di monaci cavalieri pronti a morire per la fede cristiana, ma anche un gruppo di uomini che rinnegavano Gesù , che portavano con fierezza la croce rossa, ma anche un agglomerato di uomini che sputavano sulla Croce. Il gonfalone del Tempio, il famoso baucèant, o baucent, era bianco e nero: non esiste un simbolo che esprima meglio la dualità , ola realtà a due facce, dell’ordine. È esaminare l’ambiente in cui nacque l’Ordine del Tempio e le probabili motivazioni dei suoi fondatori.

Le circostanze sono essenzialmente quelle delle crociate. Il 27 novembre 1095 papa Urbano II, reduce da un viaggio in Occitania intrapreso per informarsi sui progressi della riforma della Chiesa avviata dal suo predecessore Gregorio VII, parla al concilio regionale riunito a Clermont. Di fronte a un uditorio formato soprattutto da vescovi e abati, oltre che da qualche laico, Urbano II si scaglia con veemenza contro i chierici che trafficano con i beni della Chiesa. Lancia i suoi strali anche contro i nobili che, come il re di Francia Filippo I , vivono nella lussuria e, in contrasto con le leggi della Chiesa, violano la pace di Dio combattendo l’uno contro l’altro per ragioni materiali o di prestigio, come i peggiori briganti.

Tuttavia, per ogni peccato esiste una possibilità di remissione, e i peccatori possono sempre trovare la strada della salvezza, indicata, con un’abilità ammirevole e già macchiavellica, da Urbano II: invece di battersi contro i cristiani, invece di assassinare dei fratelli, questi cavalieri, buoni solo a fare la guerra, non hanno che da andare in Terra Santa a liberare il Santo Sepolcro dalle mani degli infedeli. “D’ora in poi diventino Cavalieri di Cristo, coloro che non erano che briganti! Lottino a buon diritto contro i barbari, coloro che si battevano contro i loro fratelli e genitori! Otterrano la ricompensa eterna, coloro che per pochi miserabili soldi diventavano mercenari!”

Questo appello magniloquente e attentamente ponderato è subito accolto. Alla fine dell’XI secolo in Europa, e soprattutto in Francia, le file delle piccole nobiltà e dei cavalieri sono particolarmente affollate ed inquiete. A dire il vero, non si sa bene che cosa fare di questi turbolenti guerrieri e avidi di bottino. Ma ecco che viene loro offerta la possibilità di soddisfare appetiti e bellicosi entusiasmi; potranno acquisire nuove terre e ricchezze e stabilirsi in regioni che diventeranno di loro proprietà. Inoltre, invece di scontrarsi con la giustizia regale e di incorrere nella riprovazione della Chiesa- accompagnata da anatemi, scomuniche e minacce di dannazione eterna-, sono assolti in anticipo e sicuri di ottenere il Paradiso.

Il sistema non è nuovo ed è stato utilizzato diverse volte nel corso della storia; quando un insieme di individui diventa troppo ingombrante e minaccia una nazione dall’interno, lo si manda all’esterno. Al tempo di Carlo V, Bertrand du Guesclin utilizzerà le grandi compagnie religiose per lo stesso scopo. La Terza Repubblica Francese si servirà di questo metodo al tempo dell’espansione coloniale in Africa e in Asia. Il vantaggio è duplice: lo Stato può guadagnare nuovi territiri, e gli uomini mandati altrove, che sopravvivano o che muoiano, di solito non ritornano. Che liberazione!

Ecco quale era il senso delle crociate. Sebbene siano state rivestite di spiritualità, tirando in ballo la gloria di Cristo e la salvezza delle anime, il succo resta questo. In seguito le crociate vivranno un’evoluzione e diventeranno una risorsa economica, anche se Luigi IX ne fece una questione morale. Per il momento, però, servono, almeno in apparenza, per liberare l’Europa dai cavalieri indesiderabili, e allo stesso tempo sono un investimento per il futuro, un futuro promettente. L’appello di Clermont suscita naturalmente reazioni entusiaste. Una folla invasata, ma indisciplinata, si mette in marcia, domandando a ogni tappa se quella sia già Gerusalemme. Dietro questa massa umana che depreda ed uccide gli ebrei della valle del Reno, i contadini ungheresi e i sudditi di Bisanzio, convergono verso Costantinopoli gruppi di cavalieri giunti dalla Francia, dall’Inghilterra, dai Paesi Bassi e dall’Italia Normanna. L’Imperatore, molto preoccupato, cerca di farli passare in Asia Minore il più in fretta e ordinatamente possibile.

Che vadano dagli altri! Gli altri sono i turchi, signori di quelle regioni dal 1071; nel 1097, dopo averli sconfitti, i crociati raggiungono il nord della Siria, nel 1098 assediano Antiochia e il 13 Luglio 1099 conquistano Gerusalemme. Certi di essere dalla parte del giusto ed ebbri per la vittoria, i crociati massacrano chiunque gli si pari davanti, musulmani ed ebrei, oltre a qualche cristiano confuso tra gli altri. L apresa di Gerusalemme finisce in un bagno di sangue, ma è meglio che accada là, piuttosto che a Parigi o a Provins. Vengono quindi fondati i regni latini del Medio Oriente. Goffredo di Buglione, capo dei vincitori, rifiuta la corona reale e si accontenta del titolo di advocatus, cioè difensore, del Santo Sepolcro.

l mistero dei Templari 2

In seguito alla sua morte, avvenuta un anno più tardi, il fratello Baldovino, conte di Edessa, diventa il primo re di Gerusalemme, e tale rimane fino al 1118. Alcuni crociati tornano in Europa: hanno tenuto fede al voto di liberare la tomba di Cristo e portato a termine il loro viaggio sacro in Terra Santa. In fondo , la crociata non è che un pellegrinaggio, seppure armato, e nell’Europa dell’XI secolo le vie di comunicazione non erano per niente tranquille, con mille pericoli in agguato su ogni strada. Altri crociati rimangono in Palestina e in Siria, dove occupano parte dei territori. Serve la presenza dei Cristiani per organizzare nuovi pellegrinaggi; dopo la liberazione dei Luoghi santi, i Cristiani sono colti da una nuova passione: recarsi a pregare sul sepolcro di Cristo. Diventa quindi necessario organizzare l’arrivo, il soggiorno e la sicurezza dei pellegrini, che naturalmente non sempre sono guerrieri o avventurieri pronti a tutto.

I Templari vengono finalmente riconosciuti ufficialmente il 14 Gennaio 1128 presso la Cattedrale di Troyes nella regione dello Champagne dove si riunisce il Concilio incaricato di deliberare sulla sorte del Tempio. Si è molto discusso se questa milizia sia stata una creazione da attribuire al Cavaliere Ugo di Paynsi e dai suoi nove compagni e quindi da interpretare come un impegno religioso indivuduale oppure sia dovuta al re di Gerusalemme ai capi militari ed alla Gerarchia Ecclesiastica della Palestina. In ogni modo nel 1119 o forse nel 1118, ma impossibile stabilirne la data esatta, Ugo di Paynsi ed altri fondano quello che diventerà l’Ordine del Tempio: infatti il cronista Guglielmo di Nangis riferisce in un suo scritto dell’avvenimento, con una sola frase: “in questo periodo, 1120, dice viene fondato l’Ordine della Milizia del Tempio comandato dal Maestro Ugo. Ugo di Paynsi è un signore –feudatario di media importanza presumibilmente del ramo cadetto della famiglia dei conti di Champagne e grazie ai matrimoni, è imparentato con la casata di Bernardo di Chiaravalle, i Montbard. Nel 1120 il conte Folco D’Angiò futro re di Gerusalemme sbarca in Terra Santa e si unisce ai Templari ed alloggia presso di loro donando, trenta lire angioine all’Ordine . Nel 1126 entra nell’Ordine Ugo di Champagne.

I Templari cominciano a ricevere altre donazioni , ed in questo periodo Ugo di Paynsi, accompagnato da cinque cavalieri ritorna in Europa, con l’intenzione di far conoscere il suo Ordine e di ottenere il beneplacito ufficiale della Chiesa e di fare così nuovi adepti. L’Ordine del Tempio è ad una svolta decisiva e il Gran Maestro accompagnato dai fratelli cavalieri, il cofondatore dell’Ordine Goffredo di SaintOmer, Payen de Montdider, Archambaud de Saint-Amand, Goffredo Bisol e un certo Roland passano da Roma ed ottengono di incontrare papa Onorio II. Il successo del Gran Maestro Ugo è certamente dovuto al profondo interessamento di Bernardo Chiaravalle, “ l’uomo che fa i papi ed i re”, senza dubbio una delle figure più importanti della chiesa nel XII secolo, e si è perfino affermato che la regola e lo statuto del Tempio sia stata opera di Bernardo ma è certo che a redigerla sia stata Ugo ed i suoi consiglieri più intimi.

Ciò è molto importante perché si è spesso sostenuto che gli ordini militari siano stati di ispirazione Benedettina, mentre l’influenza di Bernardo Chiaravalle ed il Concilio,di Troyes dimostrano che furono di ispirazione Cistercense anche perché era presente l’Abate di Citeaux, Stefano Harding che con Bernardo era il maitre à penser dei Cistercensi, in linea con la riforma della Chiesa di Papa Gregirio VII, e richiamata nella famosa lettera di Bernardo di Chiaravalle “ elogio della nuova milizia”. C’è però una grossa difficoltà: la Chiesa non era, almeno in origine, un’istituzione temporale. Non era neppure un’organizzazione militare, e durante i primi secoli del cristianesimo aveva condannato ogni forma di guerra, rifiutando perfino di operare la sottile distinzione tra guerra giusta e guerra ingiusta.

Quando nasce l’idea della crociata, le cose cambiano: si afferma che la cristianità è minacciata dai musulmani e che la fede nel vero Dio correrebbe grandi pericoli se si lasciassero diventare troppo potenti gli infedeli. Sarebbe dunque un caso di leggitima difesa, anche se la spiegazione sembra un po’ speciosa: mentre si può a buon diritto parlare di difesa per la battaglia di Poitiers, ai tempi di Carlo Martello, ciò non vale per la situazione del 1100, quando si fa appello alla necessità di proteggere i Luoghi Santi dagli infedeli. Inoltre, la società è organizzata gerarchicamente ed è basata sulla divisione dei compiti: ci sono “quelli che pregano, quelli che combattono e quelli che lavorano”.

Il mistero dei Templari 3

Nell’Ordine del Tempio non vige il principio dell’eguaglianza, esiste al contrario una rigida gerarchia. Ci sono quelli che prendono i voti- i cavalieri, gli scudieri, i sergenti-, poi ci sono tutti gli altri, quelli cioè che in un modo o in un altro, si “donano” al Tempio, appunto i donats, i quali , come i domestici e gli altri servitori che a volte si uniscono all’Ordine solo temporaneamente, non prendono i voti e quasi non partecipano alla vita comunitaria. In effetti, la struttura del Tempio riprende lo schema tripartito della società feudale: i monaci cavalieri combattono, ma non solo preti, i cappellani pregano e sono gli unici preti dell’Ordine, gli altri fratelli lavorano e possono essere paragonati ai conversi dei monasteri.

Dato che per diventare monaci cavalieri è necessario essere di origine nobile, non essere sposati e non avere legami, viene creata un’altra categoria di soldati, costituita dagli scudieri e dai sergenti, che, pur non essendo dei dignitari, affiancano sempre i cavalieri. In realtà , però, ed è importante ripeterlo per capire la storia del Tempio e il processo intentogli, gli unici veri Templari erano i monaci cavalieri, che non erano preti, e i cappellani che svolgevano per loro la funzione di elemosinieri. Bisogna inoltre precisare che all’interno di questa categoria superiore esistevano ulteriori distinzioni basate sul rango e sul grado d’istruzione. La maggior parte dei fratelli era illetterata ( compreso l’ultimo Gran Maestro dell’Ordine, Giacomo di Molay, morto sul rogo), e ben pochi possedevano una cultura generale. Và però ricordato che i templari non entravano nell’Ordine per dedicarsi a speculazioni intellettuali, ma per servire Dio sul campo di battaglia.

La bolla di Innocenzo II contiene molte altre disposizioni a favore dell’Ordine, come lesenzione, già ottenuta dai Cistercensi, dalle decime che i Templari avrebbero dovuto corrispondere al clero secolare per i loro domini, e il permesso di riscuotere per sé. Si comprendono allora le ragioni dei conflitti che opposero i cavalieri del Tempio alle autorità episcopali di molti Pesi, e si capisce perché l’Ordine non abbia potuto contare su alcun difensore quando fu accusato dei tremendi crimini di cui sappiamo. Per dirla tutta, il Clero secolare e gli altri ordini monastici, soprattutto i Domenicani, i più accaniti detrattori dei Templari furono molto soddisfatti del processo intentato al Tempio, da loro stessi chiesto a gran voce: avevano un tornaconto. Tutto ciò naturalmente, in nome della carità Cristiana e in difesa della vera Fede. Inizia così la parabola ascendente dell’Ordine del Tempio, che a metà del XII secolo, seppure non ancora all’apice della sua potenza, è già sulla buona strada; si è velocemente radicato ovunque, in Palestina come in Europa Occidentale, e si è coperto di gloria combattendo contro i Musulmani. Diventa sempre più chiaro che il Tempio è il miglior garante della cristinanità in Terra Santa.

Il Tempio è rassicurante. Suscita gelosie, talvolta anche odio ( come attesta Guglielmo di Tiro), ma è in posizione di forza: nessuno può farnae a meno. È una situazione eccezionale, se non l’unica , nel corso della storia. È il momento di porsi alcune domande . Storicamente. Il Tempio trae origine dalla pia e ferrea volontà di alcuni cavalieri che vogliono assicurarsi la salvezza eterna. In seguito, grazie ad un intreccio di circostanze e all’appoggio di Bernardo di Chiaravalle, il religioso più influente del periodo, nonché alla liberalità di tutti i re ed i signori dell’Europa Occidentale e al sostegno dei pontefici che si succedono sul soglio di San Pietro, in meno di mezzo secolo l’Ordine del Tempio si trasforma in una delle maggiori potenze politiche, economiche, militari e religiose del mondo. Tutto questo è normale? Non è il caso di fare congetture né di lavorare di fantasia. La questione è importante e merita di essere affrontata seriamente. Non dobbiamo nemmeno inventarci un “mistero del Tempio”: la realtà storica è sufficientemente oscura.

Quali sono le ragioni del successo riscosso dal Tempio? È probabile che la sua fortuna sia dovuta, almeno in parte, a fattori di difficile identificazione. La nascita dell’Ordine rimane avvolta nel mistero. Pare che lo scopo del fondatore, Ugo di Payns, e dei suoi compagni non fosse ben definito. Inoltre, sembra ormai certo che la costituzione di una milizia incaricata di sorvegliare le strade di Gerusalemme fosse stata invocata, se non direttamente sostenuta, dalle autorità civili e religiose della Terra Santa. È probabile che il Patriarca di Gerusalemme e re Baldovino I abbiano influito sulla decisione dei primi nove Templari di costituire la milizia, anche se la parola “Tempio” non fu mai pronunciata prima che Baldovino II li accogliesse in un’ala del suo palazzo.*


*Nel 1118 a Gisors si incontrarono Enrico II e Filippo Augusto di Francia, convinti dall’arcivescovo di Tiro a firmare una tregua e a promettere di organizzare una crociata.

Il mistero dei Templari 4

Per capire le ragioni del processo contro i Templari, il supplizio inflitto a molti monaci cavalieri e gli eventi che portarono allo scioglimento dell’Ordine, ottenuto faticosamente da Clemente V ( il Tempio non è mai stato colpito da una condanna ufficiale), bisogna esaminare le circostanze nel loro contesto, che è quello della lotta implacabile tra il re di Francia e il Papa, soprattutto nella persona di Bonifacio VIII, contro il quale si terrà perfino una specie di processo postumo. Curiosamente, questo processo servirà a Filippo il Bello come moneta di scambio per ottenere da Clemente V, almeno in parte, ciò che voleva: la fine delle persecuzioni contro il suo consigliere- e anima dannata- Guglielmo di Nogaret e l’annientamento del Tempio. Ecco i fatti. Nel 1291, alla morte di Niccolò IV, il conclave non riusciva ad accordarsi su un nuovo papa.

Questa situazione si trascinò per due anni, finchè sul trono di San Pietro fu messo, quasi a forza, un pio eremita, Celestino V. Ma i santi nonn sono mai stati buoni papi: Celestino V, con il suo candore e il suo spirito caritatevole, cominciò a distribuire i beni della Chiesa ai poveri. Si può facilmente immaginare lo scandalo che ne nacque e, di fronte alla crecente ostilità dei cardinali, il papa preferì abdicare. Gli successe Benedetto Caetani, meglio noto come Bonifacio VIII. Ma nacque subito il problema della sua legittimità: Celestino V aveva il diritto di dimettersi dall’incarico pontificio? Le opinioni non erano concordi; per chi non ammetteva la possibilità di abdicare, l’elezione del pontefice non era valida. Quando scoppiò la questione dei Templari, il problema non era ancora stato risolto, nonstante Bonifacio fosse morto e sepolto. Bonifacio VIII aveva tutte le qualità di un buon papa, ma certo non quelle di un santo.

Orgoglioso, autoritario e violento, entrò in conflitto con tutti e si accanì contro i cardinali della famiglia Colonna, sua avversaria politica. Sono note le dispute tra il papa ed il re di Francia su questioni finanziarie ( le imposte del clero), che provocarono una serie di attacchi e contrattacchi, al punto che Bonifacio VIII arrivò a minacciare Filippo il Bello di detronizzarlo. Ma il re non si lasciò intimidire; in Italia aveva degli alleati sicuri, i cardinali della famiglia Colonna, che odiavano il Pontefice e si unirono al re di Francia, partecipando alla campagna di denigrazione contro il papa e arrivando a insinuare che si dedicasse a pratiche magiche o diaboliche per ottenere l’aiuto dei demoni. Nel Marzo del 1303, al Louvre, un’assemblea di vescovi e e di signori si strinse attorno a Filippo il Bello; Guglielmo di Nogaret, temibile oratore ed eccellente “legista” , cioè specializzato in diritto romano, accusò il papa di eresia e chiese che fosse giudicato da un concilio generale della Chiesa appositamente convocato. Bonifacio risposè con una bolla che scominicava il re di francia. Nogaret partì allora per l’Italia e organizzò un complotto per caturare il pontefice e trascinarlo davanti al concilio: è il famoso oltraggio di Anagni. Ma i Colonna fecero fallire il piano: per tre giorni il cardinale Sciarra Colonna torturò Bonifacio VIII e si lascio andare a provocazioni tali nei confronti degli abitanti di Anagni che questi si rivoltarono e liberarono il papa.

Nogaret fu ferito e dovette fuggire, mentre Bonifacio VIII, fisicamente e mentalmente provato, morì di lì a un mese. Il suo successore, Benedetto XI, emanò una bolla per scominicare Nogaret e quindi dei suoi complici. Si trattava ovviamente di un attacco indiretto al re di Francia. Ma Benedetto XI morì l’anno seguente per avere mangiato, si dice, troppi fichi; naturalmente si insinuò che fossero avvelenati, ma come esserne certi? Nogaret si affrettò a dichirare trionfalmente: “Dio, più potente di tutti i principi temporali ed ecclesiastici, ha colpito papa Benedetto, in mdo che non gli sia più possibile condannarmi”. I cardinali elessero papa l’arcivescovo di Bordeaux, Bertrand de Got, che prese il nome di Clemente V. Si è ripetuto troppe che Clemente V era al soldo di Filippo il Bello. Si fa presto a dirlo. È vero che il re di Francia e Nogaret complottarono perché fosse eletto un buon papa disposto bene nei loro confronti, ma non risulta che siano arrivati al punto di proporre Bertrand de Got, che d’altra parte non era presente al conclave.

Accolsero quindi il nuovo pontefice facendogli capire che era nel suo interesse cooperare. A ogni modo, essendo la situazione a Roma intricata, il papa decise di trasferirsi ad Avignone. Visto che l’altra sponda del Rodano era già francese, Filippo il Bello aveva buon gioco nel controllare che cosa succedeva in territorio pontificio. Bisogna riconoscere che il processo a Bonifacio VIII era una questione molto delicata. Le accuse si moltiplicavano: e si diceva che il defunto papa era non solo eretico ma anche un mago e Nogaret sosteneva che avesse un demone personale “ i cui consigli seguiva ciecamente in ogni materia”. Da parte sua , Filippi il Bello continuava ad incoraggiare le manovre contro il Tempio, comportamento che è stato attribuito al desiderio di impadronirsi delle sue ricchezze. È vero che Filippo ebbe continui problemi finanziari; quando salì sul trono, la corona francese era sull’orlo della bancarotta e lui dovette fare ricorso a tutta una serie di espedienti. Nel 1294 e nel 1296 impose delle decime alla Chiesa di Francia, decisione da cui scaturì un duro scontro con il papato. Sempre nel 1296, vietò l’esportazione dell’oro dai territori del regno; questa misura determinò il blocco degli abituali contributi alla Santa Sede e causò un ulteriore deterioramento dei rapporti con Roma.

Ordinò la requisizione del vasellame d’oro e d’argento dei suoi vassalli più ricchi, risarcendoli solo in piccola misura, e lo utilizzò per battere moneta. Creò una nuova imposta sul commercio e sulla proprietà, più elevata di quelle esistenti, e promosse varie svalutazioni monetarie, guadagnandosi il soprannome di “falsario”; bisogna però riconoscere che, in questo campo, Filippo non fu che un precursore. Il 14 settembre 1307 Filippo il Bello decide di fare imprigionare tutti i Templari. Solo l’arcivescovo di Narbona, cancelliere del re, osa opporsi alla decisione; dà le dimissioni e il suo incarico passa nelle mani di Guglielmo di Nogaret. Ma l’arresto ha luogo solo il 13 Ottobre. Tra la risoluzione del re e l’esecuzione trascorre dunque un mese; come si fa a negare la possibilità che qualcuno sia fuggito? I Templari erano stati sicuramente avvisati di ciò che li aspettava.

Il mistero dei Templari 5

Il sovrano (Filippo il Bello) dà quindi istruzioni scritte che vengono distribuite a tutti gli ufficiali del regno in plichi sigillati da aprirsi dopo il giorno dell’arresto, cioè dopo il 13 Ottobre giorno dell’effettivo arresto. Il contenuto di questo bando è notorio: in esso il re nell’ordinare l’arresto dei Templari ordina altresì di istruire un’inchiesta giudiziaria “ in attesa del giudizio della Chiesa”, frase dipolomatica che serve al sovrano a dimostrare prudenza sapendo bene che il processo affronterà questioni religiose e di fede, non intendendosi così sostituire ai vescovi ed ai cardinali in materia di religione accontentandosi perciò, nell’arrestare gli accusati di procedere con un’inchiesta.

Con una missiva allegata al bando, il re con grande abilità che dimostra la sua scaltrezza diplomatica, afferma che i Templari vanno confinati oltre le frontiere dell’umanità per causa delle loro nefandezze ed orribili misfatti, “”e costoro sono paragonabili a bestie da soma prive di ragione” e “con le loro azioni ed opere detestabili e discorsi improvvidi che generano confusione nnella nostra fede”. Ed ecco infatti l’elenco dei presunti crimini dei Templari, che Filippo il Bello re di Francia riassume sommariamente in cinque capi di accusa agendo così da buon cristiano rispettoso delle sacre scritture:

  1. il rinnegamento di Cristo: l’accusa riguarda che il Commendatario dell’Ordine, durante la cerimonia di ammissione, secondo il rituale conforme alla regola, ordina al nuovo adepto di sputare tre volte sulla croce rinnegando ogni volta Gesù Cristo.

  2. I baci osceni: il nuvo confratello deve spogliarsi ed il Templare lo accoglie baciandolo.

  3. L’idolatria: i fratelli devono portare un piccolo cordone che è stato prima messo al collo ad un idolo, a forma di testa umana con barba, ed oggetto di culto durante i Capitoli segreti.

  4. Mancata consacrazione dell’ostia: i preti dell’Ordine, durante la celebrazione della messa, omettono la formula del rito della consacrazione dell’ostia.

  5. Sodomia: al nuovo cavaliere viene spiegato che mentre è proibito avere rapporti sessuali con donne, un fratello può unirsi carnalmente ad un altro, in caso “ di calore”, se questi ne fa espressa richiesta.

Il re ordina altresì agli ufficiali di trasmettergli con urgenza la copia della deposizione di tutti quelli che confesseranno questi errori, soprattutto il rinnegamento di Cristo: questo era infatti il punto forte del dossier; la lettera termina con l’indicazione che per chi non collabora , si preveda l’uso della tortura. Sino alla fine dell’800, gli storici hanno ritenuto vere le accuse contro i Templari, aggiungendo però che Filippo il Bello le abbia esagerate per trarne vantaggio. Un secolo dopo gli storici hanno adottato , invece l’atteggiamento opposto, infatti la maggior parte afferma che si tratti di false accuse, sostenedo che addirittura nella loro assurdità sono simili alla famosa “caccia alle streghe del 500 e del600”. I cavalieri confessarono tutto ciò che volevano si dicesse, soprattutto sotto tortura, ma alcuni che non furono torturati come Giacomo di Molay ed altri dignitari lo fecero spontaneamente.

La confessione del Gran Maestro presso la Commenda Templare di Parigi è molto sottilmente argomentata, ed anzi egli chiede la tortura che gli viene però rifiutata, per avere agli occhi dei suoi Fratelli una giustificazione. In effetti poiché risultava che molti nuovi cavalieri venissero costretti a sputare 3 volte sulla croce per rifiutare Cristo, cosa che tutti confessarono, fa supporre che non esistendo ua reale giustificazione a quest’atto, questo fosse effetivamente un enigma ed un mistero, ed è questo il primo mistero dei Templari. Ma quale fù la parte del Papa in tutto ciò? Non poteva certo tenersi fuori dalla faccenda: con una bolla del 17 novembre 1307, Clemente V ordinò l’arresto dei Templari in tutta Europa e si fece consegnare i Cavalieri da Filippo il Bello che non potè rifiutarsi. Dato che le carceri della Chiesa non potevano contenerli tutti, Clemente tolse potere ai suoi incaricati e ricominciò tutto da capo. Di fatto il Papa stava cercando di prendere tempo e di evitare un processo pubblico. Il re di Francia è furioso perché teme che i Templari possano sfuggirgli. Il popolo, pieno di odio nei confronti dei Cavalieri dipinti come mostri e avidi di denaro e potere pensa che il Papa si sia fatto corrompere.

Al re arrivano petizioni che chiedono la morte dei Templari. L’opinione pubblica è dalla parte del re, ma egli tentenna perché si sta muovendo su un territorio delicato. Essendo circondato da abili giuristi, consulta l’Università di Parigi riguardo ai suoi poteri. Grazie ai loro privilegi, i Templari dipendono solo dal Papa e non rispondono ad alcuna autorità temporale. La questione è se i Templari, in quanto eretici, possono essere giudicati dal sovrano. Il responso dell’Università di Parigi è sfavorevole al re. La natura del crimine contestato ai Templari è prettamente religiosa e quindi il re si ritrova con le spalle al muro. Solo la Chiesa potrà emettere un giudizio contro i Templari. La maggior parte degli ordini religiosi odiavano i Templari, soprattutto i domenicani, i quali per causa loro avevano perso alcuni privilegi che ora speravano di riprendersi. In alcune diocesi, tipo a Parigi o Sens, il cui capo era il fratello di Enguerrand de Maringny, un’anima dannata di Filippo il Bello, i Templari furono massacrati o torturati. Negli altri paesi le cose andarono diversamente: in Portogallo il re non fece arrestare i Templari; in Castiglia si aprì un’inchiesta che non portò a nulla; in Aragona i vescovi promossero un’indagine ma questa non portò a nulla; in Germania e a Cipro furono tutti assolti.

Quindi la questione era fondamentalmente francese. Giacomo di Molay ricordò il loro valore e coraggio in battaglia, gli fu risposto che non era sufficiente se mancava la fede. Egli assicurò di credere in Dio ma non pronunciò mai il nome di Gesù e aggiunse queste parole sibilline: “Quando l’anima sarà separata dal corpo, allora si vedrà chi era buono e chi malvagio e si saprà la verità”. C’è però da dire che Giacomo di Molay non disse una parola riguardo le sofferenze dei suoi fratelli, né commentò le sue passate confessioni, chiese di potere seguire la messa, e gli fu concesso. Lunedì 5 Aprile 1312, dopo la ripresa del concilio, Clemente V lesse il testo della bolla che sanciva lo scioglimento dell’Ordine. Il testo era essenzialmente un capolavoro di ambiguità. Si nota che l’Ordine non viene condannato ma semplicemente abolito nonostante tutti i suoi presunti crimini. Se in questa storia c’è un vincitore questo è il Papa. Filippo il Bello non raggiunge il suo scopo che era quello di impadronirsi delle ricchezze dei Templari e di ottenere per sé il titolo di Gran Maestro. Le ricchezze dei Templari finiranno invece agli ospitalieri, che diventeranno l’Ordine di S.Giovanni e poi di Malta. La bolla papale del 1312 che abolisce il Tempio non manca di rilevare il modo “misterioso” con cui si è accolti nell’Ordine ed il giuramento richiesto di non rivelare nulla sull’ammissione; la regola ufficiale che ben si conosce, precisa alcuni casi in cui il segreto è obbligatorio, come per esempio è proibito pubblicare le decisioni del Capitolo.

In effetti esaminando i documenti del Tempio ciò che irrita maggiormente sono le incertezze ed il fatto che siano dovute ai Templari stessi: l’insistenza sulle riunioni del Capitolo è sospetta e ciò che ne fa una sorta di setta segreta, suscitando curiosità, si presta ad ogni congettura. Un altro punto a sfavore del Tempio è il divieto di lasciare l’Ordine, chi vi entrava lo faceva per sempre. Esiste ancora un altro misterioso dubbio: che ci fosse una gerarchia parallela ovvero che forse esisteva un Gran Maestro occulto e quindi un Capitolo ancora più segreto. Bisogna quindi porsi delle domande sul Gran Maestro e chiedersi se sia esistito veramente. Ma le circostanze in cui si tenne il processo, i dubbi e le incertezze, le ambiguità nelle deposizioni, il giudizio severo e definitivo che mise d’accordo Filippo il Bello ed il Papa, la famosa maledizione di Jacques de Molay la cui veridicità è sospetta, contribuiscono a confondere le idee. C’è però un personaggio chiave che si presta a sfuggire all’attenzione, cioè il Papa: l’ipotesi sconvolgente ma non assurda, è che secondo lo Statuto il Capo dell’Ordine fosse proprio il Papa.

La sola persona ad avere difeso il Tempio è proprio Clemente V. Al momento della fondazione dell’Ordine e ribadito poi da Clemente V è lo stesso Papa a stabilire da solo ed irrevocabilmente la sorte dei Templari. Il Papa ha fatto di tutto per mettere a tacere la questione, per ostacolare il re e sottrarre ad egli i Templari per capire che cosa stesse accadendo all’interno dell’Ordine, per allungare il processo ed ha offerto a Giacomo di Molay e agli altri dignitari l’ultima chance, ma che essi stessi se ne sono privati. A meno che si supponga che i dignitari legati al papa da un giuramento, abbiano seguito gli ordini di Clemente V. Il Tempio in Francia fu uno stato nello stato, una potenza politica,finanziaria e militare che si sottraeva agli ordini del re, ed il papa in conflitto con i sovrani , in particolare con il re di Francia, usava i Templari per tenere a bada i suoi nemici. Ma come mai non ha usato il suo potere per dare via libera ai Templari ed imporsi sul re di Francia? Molte sono le ragioni del mancato intervento.

Il Tempio, che in Europa stava in fase di instabilità, e le schiere dei monaci guerrieri erano diminuite, e gli altri dell’Ordine, i servitori, gli artigiani ed i contadini liberi erano invece più numerosi dei cavalieri: il Tempio quindi era una minaccia solo in potenza, perché era necessario molto tempo per renderlo operativo. All’inizio del XVI secolo, il papa si era indebolito a causa dell’oltraggio di Anagni e delle accuse a Bonifacio VIII. La chiesa era divisa. Il fatto che Clemente V fosse stato obbligato ad andare ad Anagni e non potesse più recarsi a Roma era indicativo dello stato delle cose.

Il Tempio era ormai debole e cercava un nuovo equilibrio, ecco perché il papa propose di fondere il Tempio con l’Ospitale, il problema è che forse il tempio aveva dei fini occulti: c’è sempre grande divario tra le dchiarazioni di intenti e le vere azioni, d’altronde se tutto fosse semplice, se i Templari non avevano altro scopo se non quello di proteggere i pellegrini, se sono stati vittime dell’arbitrio di un re o di un papa che fine farebbe il loro enigma? Poveri martiri della fede seppeliti da un re malvagio e da un pap crudele? Non biso. gna essere così ingenui.

Il Tempio era un ordine nero, o meglio c’era un Tempio nero cui l’altro era sottomesso, ecco il segreto dei Templari: coloro che sapevano non hanno parlato, ma quello che non hanno detto era inconfesabile ed incomprensibile per chi li avesse ascoltati, o quanto meno intollerabile, talvolta è meglio tacere, il papa lo sapeva e quindi non giudicò l’Ordine. Le domande sono tre cosa sapevano i Templari? Qual’era il segreto per cui sono morti? Era inconfessabile almeno a quel tempo? Lo è ancora? Il papa si era privato dei Templari perché ormai inefficaci per i suoi scopi, quindi forse ne era veramente il regista occulto. Questa è solo un’ipotesi. Ormai ci sono parecchi interrogativi sui Templari ed il loro ordinamento destinati a rimanere tali. Forse la risposta è nei sotterranei del castello di Gisors.

FSCM.

simbolo

L’Ordine Militare di San Maurizio e Lazzaro

Una storia degli Ordini Equestri non è certamente priva d’importanza, poiché ad essa è pure unita la storia religiosa,civile, politica di uno Stato e di una Nazione.

Nell’arco dei secoli furono pubblicati su quest’argomento moltissimi lavori e ciò dimostra la sentita volontà di narrare le origini e le vicende di ordini religiosi e cavallereschi, molti dei quali risalgono a tempi lontanissimi.

Visto che al giorno d’oggi gli Ordini hanno perduto interesse cercherò di rinverdire il ricordo di come e quando gli ordini furono fondati.

In ordine si dovrebbe parlare prima dell’Ordine supremo della SS. Annunziata, ma è preferibile iniziare con “l’Ordine Sacro e Militare dei SS. Maurizio e Lazzaro”, accertato che, non per tutti, è nota la sua origine.

Quest’ordine insigne è formato dalla unione di due distinti ordini, e cioè quello di San Maurizio e quello di San Lazzaro.

Il primo fu creato da Amedeo VIII ( il Pacifico) quando, volendosi ritirare dalla Corte, lasciava l’amministrazione dello Stato al proprio figlio Lodovico, riservandosi però di dirigerla, con l’aiuto di alcuni suoi fidi e sperimentati consiglieri, e il 16 Ottobre 1434 accompagnato da sei di essi, che nominava Cavalieri (milites) di S. Maurizio andava a stabilirsi nell’Eremo di Ripaglia sull’ameno lago Lemano presso TONON nel Chiablese, vicino ad un monastero di canonici regolari di Sant’Agostino con Chiesa dedicata a San Maurizio duce della Legione Tebana. Tale è l’ordine di questo ordine illustre. Avendo poi dovuto amedeo VIII abbandonare Ripaglia per la Sua elezione al Pontificato sotto il nome di Felice V, quella religiosa milizia non fù più continuata.

Quasi un secolo dopo, il Duca Emanuele Filiberto fece vivere l’antica milizia e ordine di San Maurizio con nuove regole, destinandolo a purgare i mari d’Italia dai Pirati, a combattere i nemici della Fede ed ad esercitare l’ospitalità.

Il 16 Ottobre 1572 egli ottenne dal Papa Gregorio XII una bolla di creazione dell’Ordine Militare e Religioso con il titolo di “San Maurizio” e un mese dopo ( il 13 Novembre) il precisato Pontefice mandava un’altra bolla di unione perpetua dell’Ordine Mauriziano con quello antichissimo di “San Lazzaro”, dichiarando il Duca e i Suoi legittimi successori Gran Maestri degli Ordini Riuniti.

Mentre l’Ordine di San Lazzaro fu istituito nel 1250 per curare gli effetti della lebbra e difendere i luoghi Santi e forse, nel mille, era già in essere in Gerusalemme, per cui sarebbe anteriore a quello di San Giovanni del Tempio e dei Teutonici.

I cavalieri mauriziani dovevano fare voto di povertà, di obbedienza e di castità coniugale. Essi seguivano la regola dei cistercensi, potevano ammogliarsi una sola volta con una vergine ed era loro permesso possedere dei benefici o delle pensioni sui benefici stessi fino alla somma di 400 scudi. Questo permesso fu loro concesso nel 1596 dal Pontefice Clemente VIII.

Alcune modifiche furono fatte all’Ordine dei SS. Maurizio e Lazzaro da Carlo EmanueleI, da Vittorio Amedeo II e Vittorio Emanuele I. Con Regie Patenti del 9 Dicembre 1831, il Re Carlo Alberto ne modificò egli pure gli statuti, prescrivendo che tre fossero le classi dei decorati di quest’Ordine, cioè:

Cav. di Gr. Croce, Commendatori, e semplici Cavalieri.

Con Patenti Magistrali del 4 Dicembre 1855, il Re Vittorio Emanuele II divise l’Ordine in 5 classi:

Commendatori di 1°Classe-Commendatori di 2°Classe-Ufficiali-Cavalieri.

Poi in forza di un altro decreto dell’11 Febbraio 1857, i Commendatori di 1°Classe assunsero il titolo di Grandi Ufficiali ed infine, con decreto 20 Febbraio 1868, furono determinate le categorie di persone che potevano essere decorate nei diversi gradi dell’ordinee , riservandosi illimitato il numero dei Cavalieri semplici, fu fissato il numero dei decorati nazionali delle altre classi. La decorazione consiste in una Croce trifogliata d’oro, smaltata di bianco, accollata ad altra croce biforcata smaltata di verde, mentre il nastro è vrde ondato.

simbolo


Le Origini della cavalleria

Per comprendere il fenomeno della cavalleria bisogna tenere conto ch'essa, prima di essere una istituzione storicamente riscontrabile, fu un'idea, fondata sulla pratica di alcuni comportamenti essenziali, attinenti a valori quali l'amicizia, la lealtà verso i propri stessi nemici, il rispetto per la parola data, la pietà verso l'avversario battuto sul campo, la protezione dei deboli e la solidarietà verso il “popolo di Dio” - cioè l'umanità intera - nella sua globalità. Innestandosi su questo tessuto di valori la fedeltà verso un signore o una fratellanza d'armi, si ebbe l'istituzionalizzazione della cavalleria e il suo ordinamento, quindi l'inizio della fase storica.

La sovrapposizione o l'affiancamento della spiritualità religiosa a tali legami, con l'obbligo di difendere la fede contro qualsiasi nemico, completarono la sintesi di quelli che potremmo definire i caratteri essenziali della cavalleria. Ai quali se ne aggiunsero via via degli altri, determinati dalla contingenza storica e locale, man mano che gli ordini proliferarono in Europa e altrove. Per accedere alla comunità cavalleresca era richiesta una iniziazione complessa, una vera e propria investitura spirituale, che comportava il superamento di prove volte a sondare la volontà (e la capacità) di adempiere agli obblighi che la condizione di cavaliere comportava. Tale investitura poteva avvenire sul campo, da parte del signore o di un capo rappresentativo della sua autorità, di fronte a manifestazioni di generosità e di coraggio che già di per se stesse corrispondevano al superamento delle prove altrimenti previste. Avveniva però il più delle volte presso la corte del signore che il cavaliere si accingeva a servire, a conclusione - come vedremo - di un tirocinio iniziato fin dall'adolescenza.

Origini leggendarie Le origini della cavalleria sono leggendarie, ma la leggenda esprime in termini fantastici una realtà primordiale attendibile, in qualche modo riconducibile all'oscurità di un'età remota. Ne parla in questi termini il catalano Ramon Llull (Raimondo Lullo, mistico e filosofo, denominato nella società colta medievale “Doctor illuminatus”) nel suo Libro dell'Ordine della Cavalleria, trattato allegorico e dottrinale sulle idealità cavalleresche nella loro accezione spirituale più estesa. Vi fu in origine, scrive Lullo, un evo barbaro, nel corso del quale “scomparvero dal mondo la lealtà, la solidarietà, la verità e la giustizia", per cui “dilagarono slealtà, inimicizia, ingiuria e falsità, provocando errore e disordine nel popolo di Dio”.

Fu necessario allora restaurare la giustizia perduta “attraverso il timore”, e perché ciò potesse avvenire “tutto il popolo fu diviso per migliaia, e da ogni mille ne fu scelto uno che si distinguesse dagli altri per gentilezza d'animo, lealtà, saggezza e forza”. A quest'uomo così straordinario, in grado di prevalere su tutti per nobiltà, coraggio, tenacia e devozione ai suoi principi, fu dato per compagno quello che “tra tutti gli animali è il più bello, il più veloce, il più pronto ad affrontare qualsiasi sacrificio, il più adatto a servire l'uomo”, cioè il cavallo. “E per questo”, conclude Lullo, “fu detto cavaliere.”

IL “MISTERO” DELLA CAVALLERIA

Ricorre spesso nella letteratura cavalleresca, e più che altro negli studi intorno all'esoterismo della cavalleria, il cenno al “mistero” ch'essa sottintende. Non esiste tuttavia un'opera che, al di là delle più fantastiche divagazioni, spieghi in che cosa questo consista. Perché? Perché, come tutti i misteri esoterici, sostengono quanti se ne sono finora occupati, esso non è rivelabile. Non perché segreto. Non è rivelabile perché non è comprensibile a chi non lo conosce per esperienza diretta.Tentare di parlarne, da parte di chi ne ha nozione, sarebbe come voler descrivere il sapore di un'arancia a chi non l'ha mai gustato. Il mistero della cavalleria, dunque, se non lo si vuole ridurre semplicisticamente a un'asettica cognizione storica, è conoscibile soltanto attraverso una percezione naturale dei principi che esprime.

Il che appare tanto più ermetico se si considera che si tratta, come si è visto, di principi tutto sommato elementari, accessibili a chiunque per la loro rispondenza - almeno teorica - a comuni criteri di carità e amore, fedeltà, altruismo, mai divenuti desueti anche se spesso disattesi. In quest'ottica la lettura del fenomeno cavalleresco conserva una sua straordinaria attualità, dovuta alla sopravvivenza dei valori che ne caratterizzarono il decorso, e che nessuna rivoluzione, nessun sommovimento della storia ha mai rimosso, di fatto, dall'immaginario popolare. Su questo aspetto della cavalleria si è soffermato in epoca tutto sommato recente (1930) lo storico francese Victor Emile Michelet, che nel libro Il segreto della cavalleria ne rivendica appunto l'attualità. La sua tesi è che “questo mondo sprofonderebbe il giorno in cui non producesse più un cavaliere”. Completa l'assunto una digressione sul valore metaforico della Grande Avventura, con riferimento esplicito alla ricerca del Graal in quanto simbolo di tutto quello che di bene c'è al mondo, quintessenza appunto dello spirito della cavalleria. “Re Artù non è morto”, scrive Michelet. “Vive nell'isola di Avalon, sempre atteso dai Bretoni, con la spada Excalibur al fianco. Nemmeno Merlino è morto. Dorme il suo sonno nella foresta di Brocelandia, nella selva di Paimpont. La sua arpa è nascosta nella grotta di Fingal, in Scozia.

Quando verrà l'Anticristo a tentare la conquista del Santo Graal, Artù e Merlino si risveglieranno per difendere il vaso sublime.” Anche se è molto improbabile che la sacra coppa possa trovarsi ancora tra noi, conclude questo fine esegeta dell'ermetismo cavalleresco, poiché “quando nessun mortale è più degno di possederlo, il Graal abbandona la terra e risale al cielo, dove rimane sorretto dalle mani degli angeli”.

Si può capire quali divagazioni letterarie possano essere scaturite nei secoli da tali suggestioni. Si tratta con ogni evidenza delle medesime sollecitazioni sulla spinta delle quali Cervantes edifica la geniale follia di Don Chisciotte, Ariosto resuscita il mito dell'alato Ippogrifo per condurre Astolfo sulla luna, Cirano affronta da solo cento uomini armati alla Porta di Nésie. E' tuttavia sintomatico, ai fini di quanto si è detto sull'attualità dei valori cavallereschi, il modo in cui si pone nei loro confronti uno scrittore non certo sospetto di cedimenti allo spirito della fiaba, come l'americano John Steinbeck, premio Nobel per la letteratura, che così sintetizza in Gesta di re Artù e dei suoi nobili cavalieri il senso dell'iniziazione alla Tavola Rotonda: “Giurarono di non ricorrere mai alla violenza senza un giusto scopo, di non abbassarsi mai all'assassinio e al tradimento.

Giurarono sul loro onore di non negare mai misericordia a chi ne facesse richiesta, e di proteggere fanciulle, gentildonne e vedove, facendone valere i diritti senza mai sottoporle alla loro lussuria. E promisero di non battersi mai per una causa ingiusta o per vantaggi personali. Questo giuramento pronunciarono i cavalieri tutti della Tavola Rotonda, e ad ogni Pentecoste lo rinnovarono”.

LA TAVOLA ROTONDA

Al primo posto nella leggenda cavalleresca, ben lontana da qualsiasi riscontro storico, c'è la Tavola Rotonda, collocata dagli studiosi di araldica “tra gli ordini falsi o supposti” (Lucio Cappelletti, Gli ordini cavallereschi). Non sono mancati, tuttavia, tra ricercatori e cronisti d'ogni tempo, coloro che hanno tentato di dare fondamento storico alla sua esistenza. Scrive il monaco Pierre Helyot, noto anche come il Père Hippolyte, nella sua monumentale storia della cavalleria (otto volumi) che “un ordine militare chiamato della Tavola Rotonda fu istituito nell'anno 516 dal famoso Artù, re favoloso d'Inghilterra, il quale creò cavalieri di detto ordine ventiquattro signori della sua corte, che in certi dati giorni mangiavano insieme con lui ad una tavola rotonda”. Una falsa tavola rotonda, realizzata in età indefinibile, è oggi esposta al castello di Winchester come attrazione turistica. Escludendo comunque che sia mai esistito un ordine della Tavola Rotonda, resta in piedi per altri storici l'ipotesi che tale denominazione indicasse in epoca remota “una sorta di singolar tenzone, al termine della quale i partecipanti si recavano a cenare in casa di colui che aveva organizzato la pugna, assidendosi a una tavola rotonda”. Non si trattava, evidentemente, di un duello all'ultimo sangue. Ma è chiaro che i miti cavallereschi, sia pure riferiti in certi casi a un contesto storico reale, non possono essere analizzati secondo i criteri della storiografia corrente.

Che Artù e i suoi cavalieri siano realmente esistiti oppure no, che Lancillotto abbia davvero spasimato d'amore per Ginevra o che Parsifal abbia messo in gioco la propria purezza per ritrovare la sacra coppa del Graal, è dei tutto irrilevante al fine di comprendere ciò che la leggenda della Tavola Rotonda storicamente dimostra. In altre parole, la leggenda colma il vuoto storico di un'età oscura, fornendo un supporto immaginario alla carenza di dati reali, quanto basta per poter ricostruire un quadro attendibile di eventi e personaggi condizionati nei loro comportamenti da regole ben definite, corrispondenti a una precisa gerarchia di valori. A questi valori va rapportato il segreto dell'iniziazione cavalleresca, che comportava l'annientamento dell'individuo e la sua rinascita in funzione di un ruolo eroico superiore, secondo cerimoniali che rinnovavano nei loro tratti essenziali i grandi riti di ammissione all'età adulta (o all'esercizio della caccia, della guerra, della magia) nelle società primitive.

L'EDEN DEI CAVALIERI

La percezione del “mistero” significava per il nuovo cavaliere una “reintegrazione dello stato edenico primitivo”, come scrive l'antropologa Dominique Viseux nel suo saggio su L'iniziazione cavalleresca nella leggenda arturiana, o ancora più specificamente il conseguimento di “uno stato che si può qualificare come androgino, corrispondente all'unione delle due Nature”. In quest'ottica, il sirnbolismo della Dama da ricercare per completare la propria identità è indispensabile alla comprensione dell'iniziazione cavalleresca. L'accesso all'anima e al castello della Dama comporta il superamento di prove inaudite. Ma questo non è che l'inizio di un percorso spirituale, contrassegnato da ulteriori più complesse prove, a conclusione del quale c'è il compimento dell'impresa definitiva ed assoluta, identificabile per i cavalieri della Tavola Rotonda nella ricerca del Graal. Il cavaliere, dunque, nel corso di questo suo itinerario dovrà misurarsi con due ordini di misteri, che gli esoteristi distinguono in Piccoli e Grandi Misteri.

I primi sono quelli connessi all'esercizio dell'azione, per il quale è sufficiente l'investitura cavalleresca; i secondi riguardano la pratica della contemplazione, per la quale è necessaria una più elevata iniziazione sacerdotale. Ed è attraverso quest'ultimo passaggio iniziatico che si compie il destino autentico del cavaliere, ponendolo in gara con gli altri per il conseguimento della perfezione. C'è un posto vuoto alla tavola di Artù, alla sua destra, riservato a quel cavaliere che eccellerà su tutti per doti spirituali oltre che per il primato nell'azione. E detto “seggio periglioso”, ma non per i pericoli che l'impresa comporta, bensì per quelli che possono derivare dalla sua realizzazione, per orgoglio e vanità. Per questo il “seggio periglioso” è detto anche “seggio di Giuda”, esponendo chi conquistasse il diritto di sedervi al rischio di tradire le proprie idealità.

E questa la lezione più nitida che si può trarre dalla leggenda di Artù e dei suoi eroi visionari, perennemente in armi per la realizzazione di un sogno, perennemente in procinto di farcela, perennemente sconfitti alla soglia del compimento dalla loro umana imperfezione. Che nemmeno l'illusione mistica dei Graal, forse perché generata anch'essa dall'ambizione di poterlo possedere, è in grado di sanare. Quali protagonisti della cavalleria leggendaria, i gentiluomini della Tavola Rotonda per la storia non esistono se non in quanto fantasmi di un ordine “falso o supposto”. Sono presenti però, come pochi altri, questi signori della cavalleria inesistente con le loro donne, nel grande libro della poesia universale. Li definisce Francesco Petrarca “quei che le carte empion di sogni”. Nel suo Trionfo dell'amore la parola “errante” (cavaliere) fa rima con “amante”.

I PALADINI

Il passaggio dalla leggenda alla storia lo segnano i paladini di Carlo Magno. Se si volesse stabilire una data di trapasso dal mito alla realtà la si dovrebbe individuare nella notte di Natale dell'800, allorquando Carlo Magno cinge con la benedizione del pontefice Leone III la corona di sacro romano imperatore. Solo a quel punto la cavalleria esce dal sogno, e tutto quello ch'era stato retaggio di fiaba diventa materia storica.

Non ci sono più per i paladini di Francia draghi da sconfiggere, dame da proteggere, incantesimi da sciogliere, ippogrifi da cavalcare per potersi inerpicare fino ai reami della luna, ma solo città da espugnare o da difendere, territori sconfinati da controllare. In nome della “santa causa” di sempre, è vero, ma anche di interessi che ormai non hanno più niente a che fare con le originarie illusioni. Sono passati ventidue anni, alla data in cui Carlo Magno diventa imperatore, dal disastro di Roncisvalle. Le gesta di Rolando ed Olivieri non sono più che una pallida memoria, un pretesto di poesia, che non trova ragione di esistere, se non in quanto citazione marginale, nel freddo contesto storico dei fatti. La storia non è generosa quanto la fiaba.

Per la fiaba, i paladini rappresentano la gloria che onora le insegne di Carlo: Rolando ed Olivieri primi tra tutti, poi Berengario, Ottone, Gerino, Ivo, Ivorio, Gerieri, Ansegi, Sansone, Gerardo ed Engelieri sono i dodici eroi che il sovrano considera suoi pari ed ai quali affida in ogni circostanza il proprio stesso destino. Per la storia, non sono che la milizia personale del re, i cui membri vengono di volta in volta ricompensati per i propri servigi con cariche politiche e feudi. Rolando, per la storia, non è che il prefetto della Marca di Bretagna sotto Carlo Magno, destinato a morire nella gola di Roncisvalle (778) in un'irnboscata tesagli da predoni baschi. La leggenda, poi, trasformerà i baschi in saraceni, dato che in effetti Rolando comandava la retroguardia franca di ritorno da una infruttuosa spedizione contro i principati arabi della Spagna settentrionale.

L'evento, considerato irrilevante dagli storici, è riportato negli Annales royales e nella Vita Karoli di Eginardo, biografo e confidente di Carlo Magno, che furono la fonte della Chanson de Roland e di altre “canzoni di gesta”. Diversamente dalla fiaba, la storia è impietosa con la cavalleria di Carlo, evidenziando la futilità delle leggende fiorite intorno ad essa. Quel che conta è la realizzazione dei sogno imperiale di Carlo, connotato fin dalle origini da una insolita spirituale grandezza. “Il fatto è che l'impero non è un regime politico ma un ideale”, spiega Jean Calmette nel suo saggio sul mondo feudale. “Significa l'unità dell'Occidente sotto un sovrano che esercita i pieni poteri temporali nell'interesse della repubblica cristiana. Una duplice delega divina aleggia sui fedeli... li papa e l'imperatore sono al vertice della gerarchia che presiede ai destini dei corpi e delle anime.” L'impero è la Città di Dio.

L'imperatore, per l'unzione del papa, è l'espressione terrena della visione politica agostiniana, il difensore ufficiale della fede, l'“avvocato”, il protettore riconosciuto della Chiesa. E' il detentore, in breve, del ruolo che tre secoli dopo assumerà Goffredo di Buglione dopo la conquista di Gerusalemme, prediligendo la qualifica di “avvocato dei Santo Sepolcro” a quella di re. E fatale che, al momento stesso in cui Carlo assume un ruolo storico definito, Rolando e gli altri paladini si ritraggano nelle nebbie del mito. Se la cavalleria diventa storia, ai suoi eroi non resta che rifugiarsi nella favola.

Ed attraverso la favola sopravvivono le loro gesta, intessute di fede temeraria e di evanescente purezza, ma anche di visioni inesplicabili e di passioni tormentose. Ne danno trepida testimonianza i quattromila endecasillabi della Chanson de Roland e l'intero cielo carolingio. La morte di Rolando - e il dialogo sul campo di battaglia con Olivieri, che l'esorta a desistere dal suo inutile orgoglio ed evitare un massacro chiedendo soccorso al re - è tra le fantasie più struggenti che l'immaginario cavalleresco abbia mai prodotto in letteratura.

ORIGINI STORICHE

Le origini storiche della cavalleria sono sicuramente barbariche, riconducibili all'Europa cristiana e druidica. Non esistono nel mondo antico precedenti rapportabili allo spirito e alle funzioni della cavalleria medievale, anche se in Grecia è presente fin dal VI secolo avanti Cristo una classe politica e sociale denominata ad Atene degli eupatridi, poi detti con la costituzione di Solone ippeis, cioè cavalieri, comprensiva di quei cittadini che per le loro condizioni economiche potevano permettersi il rnantenimento di un cavallo. Erano dunque cavalieri, perché in grado di servirsi anche in guerra del cavallo, anche se principalmente come mezzo di trasporto, gli esponenti di una casta ricca, prevalente anche politicamente sui ceti meno abbienti.

Con il decadere della monarchia nella civiltà ellenica, infatti, furono appunto costoro a prendere il potere attraverso la costituzione di governi oligarchici. Anche a Roma, dove la forza dell'ìmpero è nella poderosa macchina delle legioni appiedate, l'uso militare del cavallo è sporadico, e per lo più limitato afl'azione di mercenari reclutati tra le tribù barbariche assoggettate. Sono denonúnati equites, cavalieri, i cittadini appartenenti - come in Grecia - ad una classe ricca, in grado dunque di potersi concedere il lusso del cavallo. Requisiti essenziali per essere ammessi all'Ordine equestre erano un censo non inferiore ai quattrocentomila sesterzi e l'appartenenza ad una famiglia, se non patrizia, almeno “ingenua”, cioè libera da qualsiasi vincolo di servitù. Come gli ippeis greci, dunque, gli equites romani non sono niente di più di una categoria anagrafica, con importanti prerogative sociali e anche politiche.

In breve, i cavalieri costituiscono a Roma una classe distinta dalla plebe ma contrapposta a quella senatore. Prevalgono tra i senatori i grandi proprietari terrieri, mentre gli equites detengono il controllo del capitale mobiliare attraverso attività commerciali e finanziarie. Gli uni e gli altri godono di speciali privilegi, hanno diritto a posti riservati a teatro, i cosiddetti proedria, e si fregiano di un anello d'oro che ne contraddistingue il rango.

L'EROE BARBARO

Solo per gradi, con il crollo dell'impero e l'incedere dei costumi barbarici, il titolo di eques o di caballatius andò distaccandosi dall'originaria connotazione anagrafica per indicare un combattente. Non venne meno, tuttavia, l'attribuzione di nobiltà che il ruolo comportava, essendo il combattimento a cavallo segno di distinzione, data la spesa che comportava il mantenimento della bestia e dello scudiero, nonché la particolarità delle armi e dell'addestramento. L'evolversi delle tecniche determinato dall'arrivo in Occidente dei ferro di cavallo, della sella e della staffa, del tutto sconosciute ai romani ed invece familiari ai popoli nomadi dell'Asia centrale, determina a partire dal IV secolo una riscoperta decisiva dei ruolo del combattimento a cavallo. Se ne hanno i primi segni con le grandi invasioni dei goti e degli alani.

Per Bisanzio l'adozione delle nuove tecniche determina una vera e propria rivoluzione nell'arte militare. Allo stesso modo gli arabi conferiscono alla cavalleria un ruolo primario nei loro schierainenti. Ma non basta essere un guerriero a cavallo per potersi chiamare cavaliere. Gli unni non hanno rivali nella razzia e nel combattimento a cavallo, ma non sono cavalieri. L'orda vive in totale promiscuità con la bestia: gli uomini mangiano, dormono, vivono in sella, tanto che un cronista dell'epoca li scambiò per centauri.

Eppure non sono cavalieri. Franchi e longobardi cominciano in qualche modo a proporre sulla scena della storia l'immagine - non l'idea, solo l'immagine - del cavaliere. Si fa avanti con essi un indefinibile guerriero che, oltre ad essere una temibile unità da guerra, è tale in ragione di certe regole inviolabili, dalle quali non può derogare. La sua intera esistenza ne è condizionata.

Questo nuovo strano soldato, che affiora da brume protostoriche, è rozzo e violento, idealmente confuso da un paganesimo ormai logoro, eppure consapevole dell'uso cui è destinata la propria spada in quanto vincolato da un rapporto di totale fedeltà verso il signore cui deve l'investitura delle armi. Al punto che “non v'è nulla di più turpe e spregevole”, riporta fin dal primo secolo Tacito nel dare conto dell'ordine tribale germanico, “che sopravvivere al proprio capo caduto in battaglia”. Ciò spiega la compattezza della conversione cristiana di interi eserciti barbari all'unisono con il proprio re, come nel caso dell'armata franca di Clodoveo dopo la vittoria sugli alamanni nel 495 a Tolbiac.

IL NUOVO SOLDATO CRISTIANO

L'accettazione del credo cristiano da parte di questi tremendi guerrieri ne ingentilisce il ruolo attraverso nuove forme d'iniziazione, che conferiscono allo stato di fatto un accredito ideale oltre che istituzionale. Attraverso le regole che impone il rituale cristiano, in altre parole, il cavaliere smette di essere strumento di un signore per diventare strumento di un'idea. Cambiano quindi i valori cui deve sottostare la spada dei cavaliere, che non sono più quelli della cieca servitù, ma di una luminosa causa che sfugge, per il suo spessore ideale, a qualsiasi parametro terreno.

In breve, il cavaliere barbarico di un tempo, spiritualmente dirozzato dalla rivelazione evangelica, diventa milite della solidarietà e della speranza, sia pure condizionato dalla rigida ipoteca dell'investitura ecclesiastica. Non lascia dubbi in tal senso il Pontificale romanum nel sancire che la benedizione alla spada del nuovo cavaliere dev'essere impartita “affinché non danneggi ingiustamente alcuno e difenda quanto vi è di giusto e di retto”. Più specificamente, nel Pontificale di sant'Albano di Magonza è previsto che la benedizione sia impartita all'arma perchè “essa si elevi a difesa delle chiese, delle vedove, degli orfani e di tutti i servi di Dio contro il flagello dei pagani”.

Su questo terreno si pongono le basi definitive dell'ordine cavalleresco nella sua generalità. La nuova società che il cavaliere è chiamato per disciplina a difendere è la stessa nella quale operano i grandi operai dell'Occidente, costruttori di cattedrali, monaci e copiatori di manoscritti, archivisti della conoscenza perduta. Per adempiere il compito che i nuovi scenari gli impongono, l'antico guerriero deve rinunciare all'errante solitudine delle sue saghe originarie, diventando capo o gregario, ma comunque in- serito in una rigida compagine militare.

Lo farà, senza rinunciare alla sua naturale vocazione per l'avventura, finalizzata però alla realizzazione di un progetto storico complesso, nel quale l'estro individuale dovrà sempre più coniugarsi con l'iniziativa comune. Fu così che la cavalleria divenne quel che Leone Gautier definisce “la forma cristiana della condizione militare”, traendone la conclusione che “il cavaliere è il soldato cristiano” (La Cavalleria, 1891).

L'ORDINE FEUDALE

L'inquadramento del cavaliere in un ordine sociale articolato su più componenti ed il suo impiego militare nell'ambito di eserciti organizzati non ridimensionarono il problema dei costi, già sensibile a livello individuale. Veri e propri reparti di cavalleria potevano essere allineati solo da ricchi proprietari terrieri, e questo spiega perché il cavaliere medievale trovi nel feudalesimo la sua collocazione naturale.

Ciò non impedi a molti gentiluomini, tuttavia, di scendere in campo autonomamente, investendo le proprie risorse in imprese di vasto respiro, come la crociata, senza collocarsi sotto la bandiera di una specifica nazione o casata. Si trattava per lo più di giovani dalle risorse esigue, nonostante la loro nobile origine, che si univano ad altri cavalieri di uguale condizione mediante veri e propri contratti, che li impegnavano a dividere oneri e profitti dell'impresa.

Nascevano così delle società di proporzioni assai ridotte, piccole confraternita con finalità di guerra e di ricavo economico, dotate di proprie insegne e gerar- chie. Si trattava in breve di organismi che riproducevano su scala minima fa struttura dei grandi ordini cavallereschi, nei quali l'elemento idealistico appariva strettamente connesse alle finalità pratiche da conseguire. Gli annali della cavalleria ne ricordano diversi, prevalentemente in Francia, quali il Tiercelet nel Poitou, la Pomme d'Or in Alvernia e la Compagnia di San Giorgio nel Rougemont

LE CROCIATE

Se l'Europa feudale fu la culla della cavalleria, le crociate ne furono il banco di prova. Anche se la partecipazione di contingenti a cavallo fu quantitativamente limitata - si calcola che i cavalieri sotto le insegne cristiane alla prima crociata non furono più di duemilacinquecento, forse tremila - ad essi toccò in ogni caso, per fama e grandezza delle imprese compiute, il ruolo di protagonisti delle operazioni che portarono alla nascita degli Stati latini in Terrasanta, comprensivi del regno di Gerusalernme, del principato di Antiochia, delle contee di Edessa e di Tiro, oltre ad innumerevoli altri terri- tori, variamente amministrato da signori feudali, compagnie commerciali, ordini religiosi e militari. In Terrasanta In questo contesto nacquero e raggiunsero la loro maggiore fortuna i grandi ordini cavallereschi degli ospitalieri, dei templari e dei teutonici.

La cui storia si distingue da quella degli altri ordini proliferati nel corso delle crociate - a cominciare da quello più che mai prestigioso del Santo Sepolcro, fondato da Goffredo di Buglione e tuttora esistente sotto l'autorità del Vaticano - per le loro prerogative istituzionali, che garantivano un'autonomia talmente vasta da farne dei veri e propri Stati sovrani.

GLI OSPITALIERI

Il primo dei grandi ordini cavallereschi sorti in funzione delle crociate fu quello degli ospitalieri di San Giovanni, oggi cavalieri di Malta, praticamente il solo che sia giunto fino a noi conservando intatte tutte le prerogative di sovranità, personalità giuridica internazionale, autonomia economica e guarentigie diplomatiche. Le origini dell'idea ospitaliera, sulla quale si costituiranno in seguito numerosi ordini cavallereschi, sono antecedenti alla prima crociata. Molto prima che Goffredo di Buglione mettesse piede in Terrasanta, i mercanti amalfitani erano riusciti ad ottenere dal califfo fatimita d'Egitto - pagando un tributo annuo - il permesso di edificare in Gerusalemme una chiesa e un ospedale, luogo di asilo e di assistenza per i pellegrini.

L'ospedale è in piena funzione, sotto la direzione di un monaco amalfitano, alla data della conquista e della successiva costituzione dei regno latino di Gerusalemme, retto da Goffredo di Buglione. Il monaco si chiama Gerardo de' Sasso (o di Tune, secondo altre fonti) ed è in odore di santità per essere prodigiosamente scampato alla pena capitale, avendolo i musulmani accusato di avere lanciato pane ai crociati affamati dalle mura durante l'assedio. La gente lo chiama il Beato Gerardo. Sarà lui ad istitu- zionalizzare la mansione di soccorso ai pellegrini costituendo una confraternita religiosa (1099) che chiama Ordine ospitaliero di San Giovanni in Gerusalemme.

Non basta però prendersi cura dei pellegrini; bisogna proteggerli dalla furia dei saraceni. Così, nel giro di venti anni, da uomini di carità e di fede quali erano, gli ospitalieri diventano guerrieri. E' il successore dei Beato Gerardo, fra'Raimondo du Puy, secondo gran maestro, a trasformare l'Ordine in un'organizzazione militare. Acquista consistenza storica in tal modo la figura del frate cavaliere, dei monaco soldato, anomalia cristiana che scaturisce dalle contingenze della “guerra santa” in outremer, come le genti d'Europa chiamano gli sconfinati territori che si estendono dalle coste nordafricane, oltre la Palestina e la Siria, su per il Libano e la Persia, fin dove le conoscenze geografiche consentono all'immaginazione di spaziare.

Gli ospitalieri non sono soli. Altri monaci guerrieri si costituiscono in milizia sotto le insegne templari, teutoniche, gerosolimitane dei Santo Sepolcro. Ci sarà sempre un'aspra rivalità tra loro, ma anche un'eroica solidarietà quando si tratterà di affrontare il nemico in proporzioni talvolta di uno a cento. Considerate le loro origini, i cavalieri di San Giovanni adottano come insegna la croce amalfitana ad otto punte, che simbolizzano tra l'altro le beatitudini della fede. Lo stendardo è rosso, la croce bianca. I mantelli sono neri. Ben presto gli arabi, dopo averne conosciuto l'impeto in battaglia, li chiameranno con reve renziale timore gli “uomini neri”, così come chiameranno i templari “diavoli bianchi”. La loro fama assume proporzioni leggendarie, al pari di quella dei templari.

Ed è significativo che perfino il Saladino, avversario generoso e leale, propenso a fare grazia della vita ai cristiani catturati sul campo, poneva senza esitazione a morte templari e ospitalieri. Ne diede una crudele prova ad Hattin, dopo la disastrosa sconfitta crociata del 1187, facendone impalare o trucidare in altro snodo atroce oltre duecento. Il 1187 è l'anno tragico della caduta di Gerusalemine, che segna il primo decisivo rovesciamento di una situazione favorevole ai cristiani, che aveva permesso loro d'impadronirsi di territori sconfinati e inestimabili tesori. Gli ospitalieri si sacrificheranno in massa per difendere le mura e la chiamano gli arabi. Ed anche fra' maestro dell'Ordine, cadrà combattendo contro le orde del Saladino.

Non è il primo né sarà l'ultimo dei principi ospitalieri rimasti sul campo. L'illusione del Santo Sepolcro va sgretolandosi come le pietre delle torri atterrate. Gerusalernme sarà ripresa, poi definitivamente perduta nel 1244. Restano tuttavia da difendere gli altri principati latini d'oltremare e le loro genti. Se il regno di Gerusalemme è caduto, c'è ancora quello di Antiochia, i principati di Tiro e di Edessa, la contea di Tripoli, la fiorente Giaffa e il prezioso approdo di San Giovanni d'Acri. Ospitalieri, teutonici e templari presidiano la smisurata frontiera, resistendo alla morsa musulmana mediante sanguinose sortite da munitissimi castelli che dominano i punti nevralgici dei territorio. Ma nel 1271 la più leggendaria di queste fortezze, l'immenso Krak dei cavalieri, tenuto dagli ospitalieri, cade. Per edificare l'imprendibile Krak erano state sterrate intere montagne, enormi monoliti frantumati, abbattuti e trasformati templi in cave di pietra.

La sua perdita e lo sterminio dell'intera guarnigione ospitaliera seminano il panico nella cristianità. Ma dall'Europa non giungono soccorsi. I cavalieri di Terrasanta sono sempre più soli, mentre la morsa musulmana va irrimediabilmente stringendosi. Cadono Giaffa, Tripoli, Antiochia e la roccaforte di Margat, considerata imprendibile anch'essa. A venti anni dal disastro del Krak l'annientamento dei dominio cristiano in outremer può dirsi compiuto. Poche centinaia di ospitalieri, templari e teutonici, appoggiati da evanescenti milizie genovesi, si arroccano ad Acri, sulla costa, per permettere alla popolazione superstite d'imbarcarsi per l'Europa. Resistono oltre un mese contro centosessantamila saraceni provenienti dall'Egitto e dalla Siria, respingendo l'orda fino a quando l'ultima donna cristiana è in salvo sull'ultima nave. Nessuno dei difensori di Acri cade in mano al nemico. Ridotti a poche decine, si raggruppano su di un'unica torre, che crolla sotto l'urto degli attaccanti, seppellendoli insieme.

Il gran maestro degli ospitalieri Giovanni de Villiers è tra i superstiti imbarcati sulle navi perché feriti e inabili al combattimento. Porta le sue insegne a Cipro, dove s'insedia provvisoriamente. Bastano pochi anni per riorganizzare l'Ordine e renderlo pronto, sotto il profilo sia militare che spirituale, a riprendere la sua guerra contro l'Islam. Lo scenario non è più il deserto, non più le rocce dei valichi libanesi, ma il mare. La prima conquista degli ospitalieri tornati in armi è l'isola di Rodi, dove si stabiliscono in forze. Avvalendosi poi della consulenza di esperti navigatori ed architetti navali genovesi, approntano una flotta di agili galere dall'elegante profilo di lame galleggianti, con le quali s'impossessano di Lero, Cos, Nisiro, Calchi, Limonia, Casteirosso e numerose altre isole dell'Egeo.

Le fortune dei cavalieri di San Giovanni, divenuti ora di Rodi, sono da questo momento affidate al mare, sia per quanto riguarda i commerci che per quella che rimane la loro crociata permanente, rivolta soprattutto a contrastare la marineria turca e la pirateria barbaresca. L'Ordine può a tutti gli effetti considerarsi, in questa fase della sua storia, una repubblica marinara aristocratica (ai cavalieri erano richiesti i quattro quarti di nobiltà, in certi casi i dodici quarti) su modello genovese o veneziano. Con una connotazione multinazionale in più, poiché riunisce gentiluomini provenienti da ogni paese dell'Occidente cristiano, raggruppati per evidenti ragioni di praticità in otto capitoli denominati “lingue”. Vi si parla l'italiano, il francese, l'inglese, il tedesco, il provenzale, il castigliano, l'aragonese e il portoghese.

E una ecumenica comunità militare, le cui navi battono le rotte più impraticabili, spingendosi oltre al Bosforo fino al Mar Nero. Intralciano l'azione dei corsari tunisini, ma praticano a loro volta con profitto la guerra di corsa, facendo bottino sulle rotte ottomane. Partecipano alle imprese navali più spettacolari della cristianità, quali la presa di Smirne e i frequenti sbarchi sulle coste nordafricane. La sproporzione con le forze dell'impero ottomano è però enorme. Anche Rodi è destinata a cadere. Nel 1522 Solimano II attacca l'isola con settecento navi ed un esercito di duecentomila uomini, più reparti di minatori e genieri addestrati allo scavo e alla demolizione.

Lo sbarco è preceduto da un massiccio bombardamento navale. I cavalieri cristiani sono solo trecento, più alcune migliaia di militi reclutati tra la popolazione. Resistono sei mesi, fino a quando la gente di Rodi, esausta e decimata, implora il gran maestro Villiers de l'Isle-Adam di chiedere la pace. I cavalieri ancora in vita e in grado di combattere non sono che poche decine. Ammirato di tanto valore, il sultano Solimano offre loro l'onore delle armi e la promessa che i rodioti non subiranno violenze. La popolazione, ciò nonostante, chiederà ed otterrà di seguire gli ospitalieri sulle loro navi, che fanno vela verso Candia. Segue un periodo di pena ed incertezza per gli ospitalieri, che senza ricevere alcun aiuto dai sovrani d'Europa vagano tra Candia e la Sicilia, tra Civitavecchia e Marsiglia, fino a quando Carlo V non metterà a loro disposizione Malta, chiedendo come compenso simbolico un falcone da caccia l'anno.

L'isola è infatti ricca di tali volatili. L'originale “contratto” darà vita alla leggenda del “falcone maltese”, dovuta allo smarrimento di un falco d'oro, tempestato di gemrne, inviato in dono dagli ospitalieri all'imperatore per ricambiare il suo gesto. E' il 1530. Sono passati otto anni dalla tragedia di Rodi quando gli ospitalieri s'insediano a Malta. Si trasferiscono con loro le famiglie superstiti della popolazione rodiota, che vengono chiamati dai maltesi Grech, cognome oggi diffusissimo nell'isola.

Con rapidità sorprendente, l'Ordine riprende il dominio del Mediterraneo, trasformando l'isola in una base inespugnabile. Resisterà al più spietato assedio che la storia navale ricordi, quando nel 1565 turchi e barbareschi tenteranno di ripetere (con cinquecento navi e cinquantamila uomini, in prevalenza giannizzeri della guardia ottomana e predoni dei feroce pirata Draghut Pascià) l'impresa di Rodi. Basteranno a respingere gli assedianti non più di sei-settecento cavalieri dell'Ordine, appoggiati da una forza di novemila uominiarmati - meno di un quinto degli attaccanti - e per lo più civili, popolani maltesi, poco avvezzi al combattimento anche se determinati a difendere le loro case.

Tramontarono definitivamente in quei giorni le illusioni musulmane di trasformare Malta in una base per il controllo dei Mediterraneo, dalla quale muovere per invadere la Sicilia e l'Europa. Molte leggende sfiorirono, molte ne nacquero. Ebbe fine, tra l'altro, il mito di Draghut, terrore dei naviganti cristiani, ucciso su di un picco dell'isola che oggi si chiama Draghut Point. Il gran maestro Jean de la Valette, che aveva urniliato la coalizione islamica, legò da quel momento all'isola il suo nome, ordinando la costruzione di una cittadella fortificata, divenuta poi capitale maltese, che porta tutt'ora il suo nome. I cavalieri terranno Malta, dopo l'assedio, per oltre due secoli. Ma non saranno le armi dell'Islam a scacciarli dall'isola.

Sarà Napoleone Bonaparte, per impossessarsi dei loro tesori, ad infrangere nel 1798 la secolare neutralità degli ospitalieri nei confronti di ogni nazione d'Europa. La repubblica francese, a quella data, non riconosceva l'Ordine. Tutti i beni ospitalieri in Francia erano già stati confiscati, e numerosi cavalieri uccisi nei massacri rivoluzionari. Napoleone giunge all'isola con una flotta che trasporta l'intero corpo d'armata destinato alla spedizione d'Egitto ed intima che Malta gli venga consegnata. Il gran maestro Ferdinand von Hompesch ordina una difesa simbolica, poi, dopo le prime cannonate, la resa. Napoleone sbarca e depreda nel giro di poche ore le case dell'Ordine. Mentre si allontana con il suo bottino di ori ed argenti, cavalieri sorpresi isolati fuori dai loro quartieri vengono linciati da popolani eccitati dalla propaganda repubblicana.

Muoiono senza difendersi, fedeli al principio che vieta loro di levare la spada contro un altro cristiano. La presa di Malta da parte di Napoleone rimane tra gli episodi meno chiari della storia dell'Ordine. Una difesa dell'isola sarebbe stata non solo possibile ma destinata probabilmente al successo. L'Ordine aveva in mare due vascelli, una fregata e tre galere. Sugli spalti della terraferma erano allineate 1400 bocche da fuoco, tra cannoni e mortai di vario calibro. La guarnigione contava infine 332 cavalieri, 1200 armigeri dei reggimento Malta e una milizia locale di 12.800 uomini, più i battaglioni da sbarco delle unità navali, 300 fanti sulle galee e 400 sui vascelli.

Era del tutto improbabile, a queste condizioni, che Napoleone potesse avere rapidamente la meglio, senza impegnarsi in un assedio prolungato che l'avrebbe distolto dall'impresa d'Egitto. Non si comprendono dunque le ragioni della resa, a meno di non vo- lerle ricondurre all'imperativo ideale di evitare spargimento di sangue tra europei. Il resto è storia recente. La diaspora degli ospitalieri scacciati da Malta si concluse nel 1827 a Roma, dove s'insediarono per concessione di Leone XII e dove tutt'ora risiedono, pur conservan- do la storica denominazione di cavalieri di Malta.

Famiglie Feudali Napoletane iscritte alla R. Monte di Pietà

 

I TITOLI NOBILIARI

SICILIANI E NAPOLETANI

RIPRISTINATA LA SUCCESSIONE SICILIANA

 La Sicilia ha mantenuto e sempre difeso il suo singolarissimo diritto nobiliare, e nella fattispecie, la successione ereditaria circa i titoli di nobiltà, i quali sono quasi tutti, sia quelli più antichi – i titoli spagnoli-aragonesi – che quelli concessi dai Re di Napoli, a successione “siciliana”, la quale come quella “napoletana”, prevede che la femmina succeda al titolo quando il possessore non ebbe figli maschi.

Invero, i titoli siciliani più antichi, quelli relativi al dominio aragonese, nonché quelli concessi dai Re di Spagna nel Seicento come Re di Sicilia, seguono di norma la successione di quel paese, che prevede la successione in linea femminile, essendo titoli perpetui, ed è notorio che oggigiorno in Spagna i più importanti titoli sono posseduti in capo a donne (come la Duchessa d’Alba, di Medinaceli, di Medinasidonia etc.).

Sono la Costituzione “IN ALIQUIBUS” e la prammatica “UT DE SUCCESSIONIBUS” di Re Federico II che sancivano le norme successorie in Sicilia, dove in particolare si afferma che dopo la morte del feudatario debbano succedere nel feudo i di lui figli maschi, ed in difetto debbano succedere le figlie femmine.

Nella Prammatica “Ut de Successionibus” detto Imperatore ordinò che la successione dei feudatari debba aprirsi a tutti i discendenti del sangue dell’ultimo possessore; che tra questi fosse data preferenza ai maschi controre femmine e che nei feudi franchi fosse preferito il maschio primogenito e la vergine “in capillis” tra le femmine; che in mancanza di discendenti non avessero alcun diritto gli ascendenti, ma che succedessero i fratelli collaterali e le sorelle ed i figli dei fratelli o delle sorelle; ed infine, in mancanza di tali eredi, il feudo dovesse essere devoluto alla Corona per diritto di riversione. Alcune modifiche furono poi apportate a tale regolamento, come il Capitolo “Si aliquem” di Re Giacomo di Sicilia che estese, in mancanza di eredi, la successione ai trinipoti figli del defunto intestatario, anche se non discendente dal primo quesitore, ciò che vuol dire sino al sesto grado, dovendosi ammettere alla successione tutte le persone congiunte in simile grado all’intestario defunto e venne riconfermata la preferenza, in caso di successione in linea femminile, verso la figlia nubile nei confronti di quella maritata.

Come nuovo regolamento si ha poi soltanto la XXXVIII Prammatica dell’Imperatore Carlo VI che chiama alla successione il maschio remoziore purché nei gradi successibili. I titoli siciliani e napoletani seguono le norme di trasmissione dei titoli spagnoli e pertanto sono detti a “collazione spagnola” se il privilegio originario promanava direttamente dal Re di Spagna che si rivolgeva alla Cancelleria di Castiglia, ed a “collazione siciliana”se esso era sottoscritto dal vice-Rè di Sicilia a Palermo, con privilegio vicereale, di cui era investito il Consiglio collaterale in Sicilia.

Inoltre con lo Statuto Costituzionale di Sicilia, sanzionato con Reale Dispaccio del 25-11-1812, si è mantenuto per i titoli di nobiltà l’ordine successorio preesistente.

All’abolizione della feudalità in Sicilia, avvenuta nel 1812 ossia sei anni dopo quella proclamata a Napoli, non si diede norma alcuna per la conservata trasmissione dei titoli di nobiltà e pertanto con Regio Rescritto del 13-2-1856 si dichiarò che la legge del 2-8-1806 che aboliva la feudalità nel Regno di Napoli non è applicabile in Sicilia ove essa fu abolita posteriormente, senza modificare l’ordine successorio predetto; e quindi per quella parte del Regno si debba ricorrere interamente alle antiche norme esistenti (v. Galluppi, “Il Nobiliario di Messina”).

Stante ai nostri giorni, essendo stata abolita la Consulta Araldica del Regno, avendo la Corte Costituzionale soppresso tutta la legislazione nobiliare-araldica del Regno d’Italia (con sentenza dell’8-7-1967 numero 101) dal 1922 al 1946 e negato ogni organo giudiziario dello Stato circa la competenza in materia di diritto nobiliare, abrogando tutti i Decreti di successione ai titoli ossia quelli del 1926 e quello del 1943. Infatti la Corte Suprema, con la sentenza del luglio 1967 n. 101, così recita: “Sono abrogati tutti gli Ordinamenti (ossia i Decreti) sulle successioni ai titoli nobiliari…” etc. Riteniamo , quindi, debbano ritornare le antiche regole successorie vigenti al momento della primitiva concessione del titolo. I titoli siciliani e napoletani dovrebbero, praticamente seguire le norme di successione relative all’originaria concessione, norme d’altronde annotate sui diplomi d’investitura, con la formula che li rende perpetui: “heredibus et successoribus ad infinituum”, e pertanto si dovrebbe ripristinare la situazione “quo ante”.

E ciò al fine di non far cadere storicamente nel nulla la materia concernente i titoli di nobiltà e per riportare d’attualità l’ordine successorio delle province meridionali d’Italia, del tutto atipico ed originale, e da sempre esistito e difeso.

Le norme di successione dei titoli feudali sono annotate sui cosiddetti "Privilegi" ossia sui Decreti di concessione originaria concessi dal Sovrano Spagnolo ed archiviati all'archivio Reale di Simancas, città della Spagna, e contemporaneamente in Palermo alla Conservatoria delle Mercedi a firma del Vicerè.
Queste norme sono a "forma stretta" ovvero a forma ampia nella maggior parte, recanti la dizione "Heredibus et successoribus ad infinituum" cioè si estende la successione non solo agli eredi ma ai successori all'infinito poi limitato fino al sesto grado, sia per maschi che per femmine.
Queste sono, in diritto feudale, le cosiddette successioni "siciliane e napoletane".
Per quanto concerne l'attuale Giurisprudenza, la recente sentenza dell'Autorità Giudiziaria di Lodo Arbitrale Esecutivo del Pretore di Palermo "Pecoraro/Collereale" del dicembre 1999 (vedi allegato in rubrica "Servizi e Sentenze") si afferma ivi che l'unico Decreto sui titoli e le successioni restante valido è quello del 1896 che regola la Consulta Araldica presso il Ministero dell'Interno in quanto la Corte Costituzionale con la predetta sentenza n. 101 del luglio 1967 ha abrogato tutta la Legislazione Araldica dal 1922 al 1946. Il predetto Decreto del 1896, nel regolare le norme di successione, recepiva quanto stabilito dallo Statuto Albertino, ossia che sono valide in Italia le norme vigenti negli antichi Stati pre-unitari. E non valgono le contro argomentazioni che la citata sentenza della Corte Costituzionale del 1967 voleva riferirsi esclusivamente alle cognomizzazioni predicati concessi prima del 1922 e non per quelli concessi dopo il '22 (post-fascismo).
Questo divieto è ben specificato nel dispositivo del '67 che si rifà alle Norme Costituzionali del '48. Ma si menziona chiaramente nella sentenza n. 101/67 della Corte Costituzionale che così recita: "Sono abrogati tutti gli Ordinamenti sui titoli nobiliari a partire dal 1922...".
Dunque vengono aboliti sia il Decreto del 1926 che cancellava le norme vigenti negli Stati pre-unitari, ma viene abolito anche il Decreto del 1943 relativo alle nuove norme per la Consulta Araldica e per le successioni ai titoli. Quest'ultimo Decreto del '43 seppur abrogato continua ad essere inspiegabilmente dato per buono come fosse attualmente vigente sia dal Corpo della nobiltà italiana (associazione privatistica di diritto privato) ma anche dal Sovrano Ordine di Malta, che sembrano non voler applicare una sentenza della Suprema Corte Costituzionale Italiana ossia quella di un altro Stato Sovrano. Inoltre in Spagna nel luglio del 2001 (come riportato dall'autorevole Quotidiano Madrileno "El Pais"), sono state presentate due istanze all'Organizzazione delle Nazioni Unite O.N.U., da parte di due nobildonne che contestavano la successione nobiliare maschile di alcuni titoli spagnoli, nei confronti e contro alcuni loro congiunti maschi perchè in contrasto con i principi di uguaglianza di entrambi i sessi, sanciti dalla Costituzione Spagnola: ciò è significativo ancor più in un paese che riconosce valore legale ai titoli nobiliari e la cui successione avviene anche in taluni casi per linea femminile.
 

F.S.C.M.

(pubblicato su "Re d'Armi" di F. Scannapieco Capece, Ed. Bottega di Hefesto - Palermo 1991).
 

 
 

 
 

GIUBILEO DELL'ORDINE COSTANTINIANO 

 

Re Ferdinando IV di Napoli, fondatore degli Ordini della Riunione e di San Ferdinando,ritratto da Angelica Kaufmann nel 1782 - Museo di Breghenza