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GUIDO MONZINO: la bandiera Italiana issata per la prima volta sull’Everest nel 1973.

(di Fabio Scannapieco-Ali’ Capece Minutolo).

La fase alpinistica entra nella esistenza di Monzino come il distillato di una mente organizzatrice ,ma soprattutto come bisogno di un cuore che mira ad esprimersi in tutta la sua ricchezza di amore per la natura e di fascino per il rischio dell’avventura. In Guido Monzino la montagna è stata un richiamo irresistibile a questa sua realtà di essere; l’amicizia, il mecenatismo, la natura sono stati gli stimoli realizzatori di ogni sua conquista. In lui l’ingenuità del bambino ha saputo coesistere con l’esigenza tumultuosa del sognatore; la durezza del comandante ha incrociato armonicamente con l’affabilità dell’uomo tenero ed attento ad ogni bisogno dei suoi simili….Così guido Monzino-Ali’ si qualifica uomo per le sue caratteristiche personali, si esibisce con l’impronta del suo grande cuore, per scrivere nella storia dell’alpinismo pionieristico come Italiano degno degli intramontabili conquistatori di altezze. Per scoprirlo in questa aureola mitica basta seguirlo lungo i molteplici itinerari in ogni parte del mondo dove esiste una montagna singolare da vincere. In questa scoperta ci accompagna l’autrice del recente libro GUIDO MONZINO- l’ultimo signore di Balbianello,ALBERTI EDIZ. DI Rita Ajmone-Cat, l’impareggiabile interprete dell’attività alpinistica DELLE 21 SPEDIZIONI di Monzino. È difficile compito parlare di Guido Monzino e delle ventuno spedizioni che egli ha ideato e condotto. Chi scrive,SUO CUGINO DI SECONDO GRADO per essere la madre sorella di mio nonno, non si ritiene in grado di redigere un’opera tanto poderosa e quindi si limita a presentare un profilo del personaggio attraverso le sue imprese, anch’esse qui appena delineate nel rispetto fedele della realtà inerente ai fatti. Imprese, è utile tenerlo ben presente, che si svolgevano in un’epoca in cui i mezzi tecnici, spesso aleatori, erano alquanto lontani dai sofisticati sistemi a cui oggi siamo usi e che, attraverso il loro carattere ancora esplorativo, rappresentavano quel romanticismo eroico dei grandi viaggi d’inizio secolo. Queste brevi note con l’ultimo signore di Balbianello può forse aiutare a comprendere il messaggio che si irradia dalla punta del Làvedo su quel ramo del lago di Como: la villa di Balbianello, scoperta ed amata due secoli or sono dal cardinale Angelo Maria Durini, iniziò la sua vita  come ospitale ricetto di arte, cultura, bellezza; con Guido Monzino-Ali’-Peirce, è risorta per custodire cose nobili e forti, ed ora è stata da lui donata per testamento al FAI-Fondo italiano per l’Ambiente. Anche di cio’, il cugino Fabio Scannapieco-Ali’ è profondamente grato a Guido, che ora tenta di far conoscere nella complessità la sua poliedrica personalita’.” Gradatim conscenditur ad alta… poco a poco si conquistano le altezze”: questo motto di Guido Monzino, la cui vita è stata una continua ascesa verso i supremi valori della umana esistenza con tutto il peso e il travaglio che sempre comporta la via più difficile: tale motto araldico gli vene concesso con lo stemma  del grande capriolo rampante e con il titolo di conte , da Re Umberto II nel Novembre 1973. Nasce a Milano il 2 Marzo 1928 dal cavaliere del lavoro Franco, fondatore della Standa, e da donna Matilde –Alì-Peirce , Siciliana di Messina e sorella del console di Svezia Silio Alì, nonno dello scrivente. Trascorre parte degli anni di guerra nella villa di famiglia a Montrasio, sul lago di Como, subendo ancor più profondamente il fascino di quelle rive lariane, già tanto amate da bambino. Punta Balbianello lo avvince col proprio incanto misterioso, segnando in un certo senso il suo destino. Soltanto a quelle dilette sponde avrebbe un giorno potuto affidare le testimonianze delle sue imprese ed, in ultimo, le sue spoglie mortali. Alla sua scomparsa, avvenuta a Milano l’1 Ottobre 1988, lascia Villa del Balbianello al Fondo per l’Ambiente Italiano, erede scelto nell’intento di perpetuare la vita di questo bene, degno depositario di una pagina di storia che onora l’Italia. Appena finiti gli studi classici, inizia l’attività alla Standa, fondata dal padre Franco Monzino, impegnandosi seriamente nell’azienda paterna e divenendone direttore generale fino al 1966, anno in cui lascia questa gestione, avendo sviluppato e messo a frutto straordinarie doti organizzative ed umane, due aspetti tra i più caratteristici della sua complessa personalità e così determinanti per la riuscita delle sue imprese. In seguito si dedica a varie proprie iniziative nel campo agricolo e industriale in Italia e all’estero. Per altro lato, rispondendo a una profonda esigenza interiore, realizza ancora ventisettenne la prima di quelle ventun spedizioni che, per oltre tre lustri, condurranno, sotto l’emblema delle sue iniziali G.M., la bandiera italiana alle più ardue conquiste in terre affascinanti, dalla natura forte, sovente ostile. Perché tali imprese? Monzino, ritornando dall’Everest, tenta di chiarire, per primo a sé stesso, l’arcano dell’imperativo preponderante nell’animo suo: “Ho ricercato una spiegazione obiettiva per questa  misteriosa posizione d’incanto; senza mai approdare a nulla, soffrendone il fascino e sospinto a trasfonderlo […]. L’ideatore, l’organizzatore, il capo della spedizione…identificarvisi è tanto, tanto pesante[…]. Oppure resistere, alla vocazione, macerarla in segreto ed annullarla?[…]. Forse pochi sanno qual è l’angoscia dell’inventore[…]. E l’invenzione? Forse un’espressione artistica, lirica, acquista dall’inconscio; forse il ripudio indiretto di un “modus” e di un mondo antitetico; forse la necessità di una ricerca alternativa oppure una  sottaciuta contestazione di sé medesimi. Difficile capire, soli, certe emotività così complesse e tramutarle in azioni plausibili; nelle quali ciascuno possa confluire con la carica affettiva che porta, latente, nel proprio umano bagaglio”. Le Alpi, le Ande, l’Himalaya, le montagne d’Africa e di Groenlandia, l’implacabile banchisa popolare offrono a Monzino quelle mete che egli ha ideato di raggiungere tramite la disciplina alpinistica, campo che, “pur non potendo o volendo essere prioritario tra le altre manifestazioni dell’uomo, è comunque uno dei più esemplificativi, riuscendo tangibilmente a suscitare determinanti afflati ed a simboleggiare apertamente concetti di assoluta idealità”. Egli dedica alle guide di Valtournanche il suo programma e le invita ad andare con lui laddove il tricolore non è mai giunto, per affrontare insieme esperienze eccezionali e diffondere nel mondo il nome e l’operato della guida alpina. In ciascuna delle sue imprese lo studio approfondito, l’organizzazione formidabile e preveggente, la perizia tecnica denotano l’impronta del capo geniale e risoluto che riesce a raggiungere ogni volta l’obiettivo prefisso, senza perdere un sol uomo. “ La Provvidenza ha graziato le nostre spedizioni alpinistiche e polari, facendo sì che sempre si tornasse in patria con tutti i componenti, nonostante i mille rischi incontrati”, dirà alle guide del Breuil, riepilogando i suoi ventuno exploits. Queste vittorie, frutto di abnegazione, mai fine a sé stesse, sono un prezioso mezzo per far emergere le doti che onorano l’animo umano e per riproporre i grandi ideali alle giovani generazioni. Con il suo nobile intento Monzino raccoglie appieno l’impegnativo retaggio del Duca degli Abruzzi, che ammira profondamente, e lo persegue, conducendo le guide del Cervino con lo stesso spirito con cui Luigi di Savoia portava le guide di Courmayeur a difficili ed inedite conquiste.

( di Fabio Scannapieco-Alì Capece)

 

 

"Il Presidente dell'Istituto Araldico ha ricevuto la seguente lettera da parte della vedova del Ispettore di Polizia Filippo Raciti, caduto il 02/02/2007 a Catania, nell'adempimento del suo dovere e che, qui pubblichiamo:"

 

 IL  PRINCIPE EUGENIO:  UN GENERALE EUROPEO.

Recentemente  a Castagneto Po, alla presenza di S.A.R. la principessa Marina di Savoia tra le autorita’ militari e civili, si è svolta la rievocazione storica della battaglia che precedette le epiche giornate dell’assedio di Torino.
Sopra a tutti i protagonisti di allora emerge una figura che vogliamo rievocare:

EUGENIO DI SAVOIA SOISSONS  PRINCIPE EUROPEO

Eugenio di Savoia- Carignano Soissons nacque nell’anno 1663 dal Principe Eugenio Maurizio, capostipite della Linea Carignano e della bellissima Olimpia Mancini, patrizia romana, nipote del cardinale Mazzarino. Egli era l’ultimo dei quattro figli. Aveva un corpo fragile, un viso lungo e sottile, un aspetto non certamente imponente. Secondo quella tradizione di disciplina del comando, base della grandezza dei Savoia(il capostitipe e solo lui governa la casa), il giovane Eugenio, figlio cadetto, fu indirizzato alla carriera religiosa.A corte già lo chiamavano “il piccolo abate” quando egli esprimendo la sua grandissima personalità, decise di abbandonare l’abito talare, contro il parere dello stesso Luigi XIV. Fu così che incominciò la storia di colui che i cronisti hanno definito uno dei più grandi condottieri di ogni tempo, paragonato ad Alessandro Magno, a Giulio Cesare, ad Adolfo di Svezia, a Federico il Grande, ammirato da Napoleone per il suo genio militare.
IL giovanissimo e gracile Eugenio si presentò al re di Francia e gli chiese di entrar a far parte del suo esercito con un grado adeguato al suo rango. Luigi XIV gli rispose con ironia, non avrebbe mai potuto diventare un uomo d’armi per il suo fisico debole e per la bassa statura. Lo invitò beffardamente a fare il prete. Si dice che in quel momento Eugenio decidesse caparbiamente per dimostrare quanto il re di Francia avesse sbagliato il suo giudizio. Andò a Vienna alla corte imperiale, ove fu accolto da Leopoldo d’Austria ed entrò a far parte dell’Armata Imperiale. Siamo alla fine del 1600; in Europa i Turchi inpervasero ed il mondo cristiano è in pericolo. Eugenio, combatte contro l’Armata Ottomana subito si mette in luce lper le sue alte doti di stratega.
A soli 24 anni viene nominato generale, da allora la sua vita è un continuo su sseguirsi di successi.
Nella memorabile battaglia di Zenta del 1697, distrugge l’esercito dell’Impero Turco salvando così la cristianità, l’Occidente tutto, e l’Impero Austro-Ungarico, giungendo quindi alla pace di CarlWiz. Questo successo gli valse il massimo grado dell’esercito, ossia quello di Maresciallo e di Comadante in capo dell’esercito Austro-Ungarico. Durante la guerra di successione spagnola del 1701, domò la rivolta ungherese; fu protagonista e vincitore delle battaglie di Hochstadt, Oudennaarde e Malplaquet. Con il cugino Vittorio Amedeo II nel 1706 combatteva contro forze sorverchianti francesi e liberava Torino assediata realizzando quel disegno strategico che è considerato un capolavoro di arte militare e che decretò l’inizio del declino della potenza francese e l’ascesa di casa Savoia. Quando i Turchi ripresero la loro offensiva contro l’Impero e contro l’Europa, egli prima li sbaragliò in campo aperto a Petervaradino e poi con l’assedio di Belgrado, conpiva forse la sua più grande impresa sconfingendoli e schiacciandoli definitivamente dal suolo europeo. Nel 1733 riprese la guerra tra l’Impero e la Francia.
Il principe Eugenio avanzò verso il Reno alla testa delle truppe Imperiali e rimase al campo sino ella pace di Vienna nel 1735; aveva 70 anni !!! Era stato ferito in battaglia 13 volte, era stato coperto di onori e di titoli, di ricchezze. Morì a Vienna il 20 Aprile del 1736. Fu Governatore di Milano, delle Fiandre, poi vicario d’Italia. Avrebbe potuto essere re di Polonia ma rifiutò la corona. Aveva dimostrato al re di Francia quanto si fosse sbagliato.
Eugenio oltre che un grande generale fu un genio politico. Si considerava un principe europeo, era colto e raffinato intellettuale. Raccolse opere d’arte, aiutò artisti, poeti e scrittori, fu amico del filosofo Leibniz con il quale trettenne un costante dialogo e fu sempre apero ad idee nuove. Nel meraviglioso palazzo Belvedere da lui fatto costruire a Vienna nell’ampio parco il re  gli donò e che egli colmò di opere d’arte, dicono gli storici egli avesse voluto esprimere quei suoi sentimenti di Bellezza, che nel vortice della tumultuosa vita di soldato erano stati repressi. –F:S:C:M:-

Doppio Cognome: la nostra identità.

È appena uscito dalla Commissione giustizia del Senato un provvedimento “ monstre” che si spera avrà vita breve ,circa il nome di famiglia ( cognome) , che ci induce a prendere posizione, ed a ripensare sul significato e sulla storia di un istituto plurisecolare strettamente legato alla nostra quotidianità.

Infatti la storia del nome di famiglia, identificativo elemento di ogno compagine familiare e della sua discendenza, è di grande impatto sociologico in quanto di grande interesse sociale.

Secpndo la proposta dei Senatori, i genitori avrebbero 4 possibilità: imporre al figlio il cognome del padre o quello della madre, o ambedue in ordine padre- madre sia in ordine madre-padre. Ma i figli ed i nipoti all’infinito potrebbero fare quindi diverse libere scelte percui il percorso genealogico diverrebbe un libirinto onomastico senza senso perché errato.

Errato perché verrebbe annullato l’antico diritto Romano dello “Iure Sanguinis” della “Gens”: è infatti sbagliato consentire la scelta del cognome in ordine madre-padre perché si perde l’identità e l’unione della famiglia, perché viene a mancare il filo genealogico del ceppo del “pater familias”. Viene così stravolto, con questa sconvolgente proposta che mina la storia di famiglia,il diritto Romano di stirpe.

Sarebbe stato più opportuno, e si spera che la Camera recepisca delle modifiche sostanziali, che si consenta la sola aggiunta del cognome materno solo della prima generazione ( onde evitare il moltiplicarsi dei cognomi), così come è in Spagna, e consentire semmai che solo le figlie femmine possano antepporre il cognome materno a quello paterno in quanto poi da sposate pur mantenendolo, non possa essere trasmesso ai figli. Si esprime pertanto contrarietà sia alla libera scelta di antepporre il cognome materno a quello paterno, nonché in caso di dissaccordo tra i coniugi di consentire di dare il doppio cognome in ordine alfabetico, ma solo di potere aggiungere il cognome materno a quello del padre,anche in caso di disaccordo, perché si potrebbe perdere l’identità genealogica se il cognome materno fosse in ordine alfabetico precedente a quello del padre.

Inoltre consentire questa libera scelta non solo è sconvolgente del diritto di famiglia tradizionale, ma causerà e sarà fonte di certi e sicuri litigi anche giudiziari tra i coniugi, anche in fase di separazione e di futuro divorzio dei genitori, e pertanto non se ne vede l’utilità sociale, anche perché dalla riforma del Diritto di Famiglia del 1974 entrambi i coniugi vedono equiparate le loro funzioni di genitori. Il cognome del padre deve quindi restare obbligatorio per l’identificazione certa di ogni nucleo familiare, cosa che non sarebbe affatto con il citato progetto.

Fin dal Medioevo il cognome è stato l’elemento caratterizzante per distinguersi nella massa della società : “cognomina sunt consequentia rerum”, vale a dire che sul depositario del cognome, che sia , tanto il cognome inventato di Onorevole Scocciammocca ( vedi Totò alias Principe Antonio De Curtis-Paleologo), che quello vero e reale , di un Onorevole del Parlamento attuale dell’Italia Repubblicana, si siano depositati i caratteri distintivi di intere generazioni ed esistenze plurisecolari, influenzate dal loro cognome tant’è vero che nella ripetizione secolare dell’appellativo Onomastico di quel cognome si sia fissato come un marchio di fabbrica, l’indizio di un indole e di una personalità, in modo che l’individuo fenomenico coincida con la sua astrazione con il potenziale significato evocato dal patronimico- cognome di famiglia.I cognomi sono pertanto un marchio, sia infamante che esaltante, un marchio ed un segno ( signum), che possono avere ascendenze antiche araldiche, altoborghesi e plebee, ricollegandosi a tutte le classi sociali, non solo economiche.

Nel Medioevo persa la tradizione romana di individuare con nomi diversi l’individuo e la sua “gens” di appartenenza ( vedi Giulio Cesare- gens Julia) , l’individuo era generalmente identificato con un nome imposto al momento del Battesimo , cognome identificativo di un mestiere, quello del padre ( fabbro, alias Fabbri o Calzolaio vedi Zapatero) , ovvero in società poco strutturate e con popolazioni disperse in modesti insediamenti, col cognome identificativo del luogo di origine: vedi Salemi, Pisa, Savona eccccc…questo sistema viene cambiato perché non più utile, verso l’anno 1000 quando la società cresce demograficamente nonché economicamente e culturalmente: occorre quindi identificare in maniera non ewquuivoca le persone applicando delle norme giuridiche affinchè siano certi i passaggi di proprietà e gli atti di successione e possa così funzionare l’amministrazione e siano certe le transazioni economiche e la Giustizia, ciò vale soprattutto quando le omonimie sono molto frequenti come nell’Italia post-unitaria del 1861, necessità assoluta man mano che cresce la popolazione nei centri urbani. Omonimie che sono molto diffuse anche nell’attuale società italiana.

Dal Medioevo e per tutti i secoli del’ 400-500-600-700 fino al 1806, anno dell’abolizione del Feudalesimo , un lungo processo si diffonde in modo graduale e lentamente nell’arco di un millennio: nelle classi aristocratiche si diffonde la volontà di affermare l’identità della discendenza con un cognome che sia fisso e non con una errata successione genealogica di individui non legati dallo stessso diritto di sangue ( iure sanguinis).

Questi sono identificati da un nome di Battesimo e da un cognome che convoglia l’ascendenza e si perpetui alla discendenza “ ad infinituum” in perpetuo al fine di identificare la famiglia di appartenenza per certa trasmissibilità in via ereditaria. E ciò sia in presenza del Diritto Feudale prima del 1806-1812 , dove i titoli nobiliari avevano riconoscimento legale, ma anche dopo il 1812 con le monarchie costituzionali e le repubbliche. Nell’Europa del nord l’utilizzo di un cognome patronimico stabile e permanente si afferma nel 18° secolo solamente mentre in Italia in Piemonte, nelle Venezie ed in Toscana l’uso di cognomi diventa frequente fin dall’11° secolo tra le grandi famiglie urbane di origine feudale. Prima vi fù una diffusione nei ceti elitari sia signorili che borghesi che mercantili, successivamente la diffusione si ebbe negli altri ceti, nel volgo e nei contadini, la diffusione del cognome come tante altre innovazioni sociali si ebbe prima nelle città che nelle campagne.

Con il concilio di Trento si sancisce l’obbligo della tenuta dei registri parrochiali per iscrivere i battesimi, i matrimoni e le sepolture, e ciò dette una notevole spinta alla diffusione dei cognomi anche se in cete diocesi , come a Perugia questi si affermano solo nell aseconda metà dell’1600 in epoca Napoleonica e con il nuovo codice Napoleonico il cognome ereditario stabile, diventa un obbligo in tutta Europa. In Italia a seconda delle variazioni lessicali o di processi migratori, viè una grande varietà di cognomi. Dal punta di vista genetico e genealogico i cognomi stabili sono una sorta di marcatore genetico che ha consentito importanti studi di genetica delle popolazioni. Si potrebbe oggi cinicamente affermare che tutti i neonati ricevono subito il codice fiscale dopo il primo vagito, per cui quale sarebbe la ragione di attaccarsi all’idea di un cognome quando è possibile creare oggi alcune sigle, come su Internet, ( nickname), che permette ad ognuno di identificarsi come meglio crede. Ma anche sotto quest’ottica la legge-mostro propostaci non può essere tollerata perché occorre dare un senso all’identificazione della discendenza familiare che deve essere certa per sottolinearne la continuità o affermare l’appartenenza, che con il sistema proposto così complicato, verrebbe compromessa.

Poiché oggi la legge consente alla donna sposata di conservare il suo cognome, si spera che la legge , con saggezza disponga che ai figli vengano trasmessi com’è giusto entrambi i cognomi, ma con un ordine stabile e fisso, in cui il cognome paterno preceda sempre quello materno; così com’è previsto dalle legislazioni Spagnole, dove il primo posto và sempre al cognome del pater familias com’è tradizione dei fieri Castigliani e dei bellicosi Catalani.

Fabio Scannapieco-Capece Minutolo, Perito in Genealogia ed Araldica al Tribunale di Palermo.

Comunicazione: Col presente si invitano i soci dell'Istituto dei Castelli e del Rotary Club all'inaugurazione del Corso di Scienze Araldiche dell'Istituto Araldico delle Due Sicilie, con un seminario per venerdi 26 Novembre 2004 ore 17.30, tenuto dal presidente,dal titolo: "LE FONTI DELL'ARALDICA: I CASTELLI DI SICILIA".
LISTE NOZZE: REGALA UNO STEMMA IN PERGAMENA AGLI SPOSI. Si accettano liste nozze presso il nostro Istituto per la realizzazione dello stemma sia singolo che congiunto degli sposi."
Conferenze: Società dei Francesisti: Il 5 maggio alle ore 17.30 il Presidente terrà una conferenza in lingua francese a Palazzo Isnello (Via Isnello 10, Palermo) su: "Les Bourbons de Naples: Fils de France".
Ordine Costantiniano: Il Presidente, insieme al Barone Francesco Spoto di Salacio, componenti della Commissione Araldica dell'Ordine Costantiniano di San Giorgio, terranno una Conferenza su: "La Prammatica di Carlo III e l'ordine Successorio nelle Due Sicilie, nei suoi aspetti Storico/Giuridici", presso il salone della Chiesa di San Francesco di Sales (Via Notarbartolo), sabato 08.05.2004 alle ore 17.30."
"Pubblicazione di un Albo d'Oro delle Famiglie Storiche, Nobili e Notabili Siciliane"L'Istituto Araldico delle Due Sicilie ha deliberato di voler procedere alla pubblicazione di un "Albo d'Oro delle Famiglie Storiche, Nobili e Notabili Siciliane", e pertanto è iniziata la raccolta del materiale relativo. Coloro i quali sono interessati a voler inserire la loro famiglia, il loro stemma e veder pubblicata la fotografia o il ritratto di un loro antenato illustre, sono pregati di voler inviare il materiale probante ed ogni notizia al Consiglio Direttivo, Via M.se di Villabianca, 4 - Palermo 90143, e poter avere altresì il relativo regolamento per la pubblicazione.
Dopo 35 anni si celebra a Palermo la S. Messa in Latino. - Sarà celebrata, da un Monsignore della Fraternità di S. Pio V, (con sede ad Albano), una Santa Messa secondo il rito di S. Pio V - in Latino - sabato 20 marzo 2004, alle ore 17.45, a Palazzo Isnello in Palermo. La Santa Messa avrà cadenza mensile.
Gli interessati sono invitati ad intervenire al Sacro Rito.
La prossima Messa con il prossimo incontro con tutti i simpatizzanti che sono invitati, sarà celebrata sabato 18 settembre alle ore 18.00 con rito Tridentino e le confessioni cominceranno alle 17.15".
Elena, Regina d'Italia, Principessa Reale del Montenegro
VOGLIA DI NOBILTA' Una strana "debolezza" dei nostri tempi post-moderni, divenuta quasi una mania


Nell'impazzare della "voglia di nobiltà" cui oggi s'assiste, con la nascita di pseudo-istituti e richieste di falsi diplomi, vien da chiedersi "Quando Adamo zappava ed Eva filava, chi era nobile?". Questo motto circolò a lungo durante la rivoluzione contadina inglese del 1301.

Ma la gloria della nobiltà, ancorché "manto che tosto raccorce", Dante conferma d'averla sentita, lui di persona, proprio in Paradiso, di fronte al trisavo Cacciaguida "O poca nostra nobiltà di sangue... là dove appetito non si torce, dico nel cielo, io me ne gloriai".

E diceva Proust, così autoindagatore e così disincantato nello stigmatizzare certe manie e certi vezzi : "Anche i più simpatici tra i nobili incontrati ad uno spettacolo si sono dati all'intelligenza che, per la gente di mondo, ahimè, è un moltiplicatore di stupidità e la porta a vette inaudite. I soli sopportabili sono quelli che hanno avuto il buon senso di rimanere sciocchi."

Lo spirito di casta della grande aristocrazia, così gustosamente, egli lo raffigura in M.me de Villeparisis; che considerava l'amore per l'arte come un accessorio della propria educazione aristocratica, tendeva a credere che i quadri più importanti fossero quelli che si ereditavano e che si riteneva autorizzata a parlare d'architettura perché aveva vissuto in un capolavoro del Rinascimento o di letteratura perché Chateaubriand e Vignj frequentavano il castello di suo padre.

Insomma a Marcel Proust al giudizio non faceva velo lo snobismo, vizietto inseparabile dell'esistenza di persone e di ambienti superiori. Nel '700 il linguista abate Cesarotti notava che "i colti, i nobili, anche senza volerlo, hanno un dialetto diverso dal volgo".

"Nobile con i colti e colto con i nobili" diceva un simpaticone di un presunto e colto nobile. E poi "la questione degli attacchi", spesso un dramma per gli aspiranti nobili... "mi manca solo un attacco", bofonchia il ricco parvenu don Calogero Sedara ne "Il Gattopardo", provocando il riso represso e la nausea del principe di Salina.

La coscienza della propria famiglia è ciò che è stato. Nel Don Chisciotte persino Sancho teme di macchiare la reputazione della sua famiglia: "Que sabe el mundo de quien fueron los Panzas, de quien yo desciendo".

"Siamo una casa, abbiamo delle attinenze", così, nei Promessi Sposi, il conte-zio nel memorabile colloquio con il padre provinciale. Ed il principe Massimo a Napoleone che, provocatoriamente "Dunque la vostra famiglia discenderebbe da Quinto Fabio Massimo il Temporeggiatore", replica: "Maestà questo si dice da mille anni".

Hidalguya. Il borbonico principe di Bisignano Luigi Sanseverino, "primo principe del Regno", maggiordomo delle Due Sicilie, a proposito degli "usurpatori" Savoia, insuperbiva: "I Savoia erano pastori quando i Sanseverino erano già principi" (vero o no che fosse!).

Un punto delicato per i titolari di "nobiltà recente" (da non confondersi con quella minore che può essere anche molto antica) è quello di occultare il più possibile questo neo, questa assoluta imperfezione; persino Michel de Montaigne, la saggezza in persona, lasciava in un indeterminato "autrefois" sull'epoca della nobilitazione della propria famiglia avvenuta, con l'acquisto del castello di Montaigne, effettuato in realtà solo una cinquantina d'anni prima da parte del nonno, negoziante di Bordeaux arricchitosi col commercio.

Certo non poteva tangere né il principe Massimo né quello di Bisignano la severa valutazione del pur gaio motteggiatore abate Galiani: "Mi meraviglio che molti maestri gridano si forte contro il lusso, prendendo tanta cura della conversazione di quelle famiglie che spesso ad altro non servono che come monumenti illustri della infelicità dei secoli passati".

Ma terminiamo in allegria. Dice Gorge Bernard Shaw: “I seni della Goulue (celebre danzatrice parigina dell’epoca) non discendono dalle Crociate, perciò sono belli: perché non discendono”. Ed Ettore Petrolini: “Ognuno discende dalle scale di casa sua”. Ed, infine, l’immortale Bertoldo, al re che gli chiede chi sono i suoi ascendenti e discendenti, risponde: “I fagioli, i quali, bollendo al fuoco, vanno ascendendo e discendendo su e giù per la pignatta”: Concludendo, “il mal di nobiltà” non è che una delle tante debolezze umane. Orsù, un po’ di compassione!

F. S. C. M.
(pubblicato nel libro "Gotha" dell'autore - Edizioni Giada Edibook)



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Maria Josè: "Potrò ritornare in Italia fin dal 1997: Gli italiani non abbiano paura di me, io non sono una Monarchica, sono soltanto una Regina."




"Nozze Reali in Spagna: L'erede al trono in Spagna, il principe delle Asturie, Don Felipe di Borbone, infante di Spagna sposerà il 22.05.2004 nella Cattedrale di Madrid, Donna Letizia Ortiz, (dopo il recente fidanzamento ufficiale). Le nozze reali saranno benedette dal Cardinale Arcivescovo di Madrid, Primate di Spagna.

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"Nozze Reali: Il 25 settembre 2003 nella Basilica Vaticana di Santa Maria degli Angeli in Roma, sono state celebrate le nozze tra S.A.R. il Principe Emanuele Filiberto di Savoia e Clotilde Coureau: Le nozze verranno benedette dal Pontefice per il tramite di un Cardinale di Santa Romana Chiesa.
Gli italiani ed i Monarchici inviano voti augurali."

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Notizie liete: Lieto evento in Casa Savoia

"Notizie Liete in Casa Savoia" - "A tre mesi dalle nozze del 25 settembre 2003 avvenute a Roma è nata nell'Ospedale Cantonale di Ginevra la figlia primogenita del Principe Emanuele Filiberto di Savoia e di Clotilde Courau. Le è stato imposto il nome di Vittoria insieme ai nonni Sabaudi di Cristina, Adelaide, Chiara e Maria, in onore della nonna Regina Maria Josè. Il padre, ancora sofferente per le fratture del recente incidente di moto, ha assistito accanto alla moglie alla nascita della figlioletta, per la quale sarà comunque richiesta in Italia la cittadinanza italiana."

Notizie Liete: Battesimo della piccola Vittoria. La piccola Vittoria Chiara di Savoia, figlia di Emanuele Filiberto di Savoia e di Clotilde, sarà battezzata nel mese di maggio nella Basilica di San
Francesco ad Assisi.

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Notizie liete: Lieto evento in Casa Borbone Due Sicilie

Il Principe S.A.R. Carlo e la Principessa Camilla di Borbone Due Sicilie, hanno dato alla luce il 23 giugno 2003 la loro erede, la futura Duchessa di Noto, titolo siciliano spettante alla nipote del Gran Maestro dell'Ordine Costantiniano ed erede della Casa Reale Napoletana. La neonata si chiama Maria Carolina, come l'Ava, la prima Regina del Regno delle Due Sicilie, (e che è stata la prima Principessa a nascere in Italia dopo il 1861). I siciliani ed tutti i Cavalieri e Dame Costantiniane inviamo voti augurali. Il Battesimo della piccola Maria Carolina avverrà a novembre a Caserta nella Cappella Reale della Reggia."


E' nata a Dicembre 2004, la figlia secondogenita del Principe Carlo di Borbone-Due Sicilie e della pr.ssa Camilla, cui e' stato imposto il nome di Maria Chiara .Auguri vivissimi dai soci dell' Istituto ARALDICO delle DUE SICILIE.

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Notizie Costantiniane

E' stata consegnata la medaglia Giubiliare di benemerenza alla Dama di Grazia dell'Ordine Costiniano di San Giorgio Donna Amalia Alì Capece Minutolo di Collereale ved. Scannapieco, per la partecipazione al grande Giubileo del 2000 in San Pietro

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Gran Ballo a Palermo

E' stato dato un ballo al Palazzo Biotos, sabato 1° marzo, dai Cavalieri Costantiniani Fabio e Donna Milly Scannapieco Capece Minutolo di Collereale, per festeggiare il loro 17° Anniversario di Matrimonio. I saloni sono stati sapientemente addobbati da Donna Milly Vanni di San Vincenzo, con magnifiche corbeilles di fiori, da alzate di frutta e da suggestive fiaccole. Gli oltre duecento invitati che provenivano anche da Roma e da Catania, si sono trattenuti fino a notte inoltrata."

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Nomine

"Il nostro Presidente Dr. Fabio Scannapieco Capece Minutolo è stato nominato, con il Barone Spoto, a capo della Commissione Araldica della Delegazione per la Sicilia Occidentale dell'Ordine Costantiniano di San Giorgio - Napoli".

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PREMIO “THE HERALD AWARD”

Sono aperte le iscrizioni al Premio “The Herald Award” che è stato bandito dall’Istituto Araldico delle Due Sicilie (www.araldicaduesicilie.com) i cui partecipanti dovranno inviare un elaborato Storico – Araldico Siciliano ed il migliore secondo il giudizio di una Commissione di esperti, avrà aggiudicato il Premio con il Diploma di Accademico.

Gli elaborati dovranno essere inviati alla sede dell’Istituto Araldico delle Due Sicilie, in Palermo, via M.se di Villabianca, 4 (90143), e-mail: scannapiecollereale@araldicaduesicilie.com - inviando un vaglia postale di 20 Euro per la partecipazione.

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( Ritratto di Scuola Napoletana di metà '800 è presente nell'atrio dello Ospizio Collereale di Messina )

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IL PRINCIPE BUONO

Un aristocratico Siciliano in Epoca Napoleonica

All’inizio della primavera del 1827, a Messina moriva Giovanni Capece Minutoli di Collereale. Era nobile, ricco e potente, alto ufficiale e comandante la piazzaforte della città “La Cittadella”, sotto il regime borbonico, nei primi decenni dell’Ottocento. Ma aveva anche sofferto nelle sue carni il tormento della malattia, che né la ricchezza, né la potenza possono sanare, e la sua indole, naturalmente incline a sentimenti umanitari, si era raffinata nel dolore aprendosi alla comprensione e alla generosità verso gli umili, i poveri e i sofferenti.

Appartenne a una delle più antiche e nobili famiglie messinesi di origine napoletana, si avviò alla carriera militare, attingendone con rapidità i più alti gradi. Fu così coinvolto nei moti del 1821, nei quali assunse il comando delle forze borboniche e domò la rivoluzione; fu Comandante la Cittadella di Messina e Maresciallo nonché Cav. di San Gennaro; si meritò perciò la stima e la riconoscenza anche dei suoi avversari, tra i quali lo stesso G. Rosseroll , capo dei rivoluzionari, da lui sconfitto ma anche aiutato a fuggire.

Di lui ci ha lasciato il seguente ritratto G. La Farina, noto per i suoi sentimenti antiborbonici: “Bello nella persona, piacevole ed arguto nel conversare, pronto a soccorrere gli infelici e a riprendere i malvagi, odiatore delle ingiustizie, di probità senza macchia, assoluto nei modi, e animoso sinoo all’audacia”.

Colpito da paralisi e martoriato da acerbi dolori, rammaricatasi pensando a coloro che, travagliati da simili malattie, vivono anche nell’indigenza e sono impossibilitati e procurarsi non solo i farmaci ma persino gli alimenti. Era questo l’argomento delle sue conversazioni con gli amici che andavano a visitarlo.

Con testamento del 7 luglio 1825 egli perciò costituiva suoi eredi universali gli invalidi poveri, disponendo per essi la fondazione che da lui prende il nome.

Il 20 marzo, giorno della sua morte, venne aperto e pubblicato il suo testamentoolografo, steso due anni prima, nel quale i suoi sentimenti religiosi e filantropici trovarono concreta espressione. Con esso, infatti istituì suoi eredi universali “li poveri di questa città (Messina) e suoi casali, che sono paralitici, stroppi, zoppi, e che hanno altro male, o vizio nell’organizzazione del corpo per cui non possono lavorare, o procacciarsi il pane, sino a quel numero che soffre il frutto annuale della mia eredità come infra si espressero per alimentarsi e vestirsi ad necessitatem”.

Nel destinare ai poveri la sua ricca eredità – 100.000 onze, che ora sarebbero parecchi miliardi di lire – egli diede anche precise e particolareggiate disposizioni ai suoi esecutori testamentari, per la creazione di un’opera che avrebbe dovuto essere la casa dei suoi eredi. Prendeva così il via, nella città di Messina, un’altra grande istituzione umanitaria, che ricalcava i motivi informatori e gli intendimenti di quella di Torino e come quella sarebbe poi stata nel tempo battezzata con il nome del suo fondatore e si sarebbe chiamata: il COLLEREALE.

Nello stesso anno veniva fondato a Torino il “Cottolengo” da Benedetto Cottolengo: L’uno, il Cottolengo, nell’estremo Nord d’Italia, a Torino, povero prete consacrato al Signore; l’altro, il Collereale, nell’estremo Sud d’Italia, a Messina, uomo d’arme, nobile e ricco.

Ambedue, però, pieni di fede in Dio e profondamente sensibili alle necessità dei fratelli.

Ma chi era Don Giovanni Capece Minutolo di Collereale, Maresciallo di Campo dei Reali Eserciti?

Le notizie che ci sono pervenute sul suo conto non sono molto numerose, ma sono sufficienti a darci di lui l’immagine dell’uomo aristocratico, che convalida la nobiltà dei natali con la nobiltà della vita, osservante dei doveri religiosi, devoto al trono, conservatore, ma aperto alla comprensione dei gravi problemi politici e sociali che caratterizzano il suo tempo. Soprattutto ricco di umanità.

IL GENERALE BORBONICO

Era nato il 23 aprile 1772 da Andrea e da Antonia Vianisi Porzio di Montagnareale. Dopo la prima educazione ricevuta nel real convitto delle Scuole Pie, entrò nell’Accademia e percorse con rapidità i vari gradi della carriera militare. A 25 anni è colonnello e lo si ritrova impegnato nei vari fatti d’arme che opposero i Francesi ai Borboni, prima nel Napoletano, poi nel Messinese, sulle spiagge di Mili e di Galati, dalle quali ricacciò i 3.000 uomini che Gioacchino Murat aveva fatto sbarcare agli ordini del Generale Cavaignac.

Erano quelli i tempi in cui le case regnanti d’Italia dovevano fare i conti non soltanto con le mire espansionistiche dei Francesi, ma anche con le nuove idee liberali che erano esplose dalla stessa Rivoluzione Francese, e che venivano filtrate e rese operative dalle cosiddette “Società Segrete”, specialmente dalla “Carboneria”. Nei primi decenni di quell’Ottocento Messina era diventata il centro carbonaro più importante dell’Isola; si contavano nella città sino a 35 “vendite”, e le stese forze armate ne erano largamente contaminate. Sintomi rivoluzionari serpeggiavano in mezzo al popolo, specialmente tra i giovani, e piccole congiure, con focolai di sommosse venivano scoperti qua e là, seguiti da atroci reazioni governative. Tuttavia la maggior parte della gente non aveva ancora dimenticato i considerevoli aiuti e i privilegi ottenuti dal Re Ferdinando in seguito al grande terremoto che nel 1783 aveva colpito la città, e molti restavano refrattari ai nuovi fermenti.

In questo contesto la scelta del Principe di Collereale non ebbe alcun tentennamento, ed egli si schierò accanto al suo legittimo sovrano, però senza livori e settarismi, anzi con rispetto verso gli avversari.

A questo punto noi cediamo la parola a Giuseppe La Farina, uomo politico e storico messinese, non certamente tenero verso i borbonici. Egli nella sua STORIA D’ITALIA DAL 1815 AL 1850 (Vol. 1° pag. 250), si occupa del nostro Principe, e lo fa con sentimenti di profonda ammirazione e stima, ma lasciamo a lui la parola:

“Comandava la fortissima e munitissima cittadella di Messina il Principe di Collereale. Egli aveva servito nell’esercito col grado di Colonnello; giovane ancora, colpito da paralisi alle gambe, aveva chiesto il ritiro, ed ottenutolo, s’era ridotto in Messina, sua patria, ove viveva con lo splendore rispondente alla ricchezza e alla nobiltà del casato. Lo teneva in pregio la corte, perché sapevalo a sé devoto e in quella città potentissimo; rispettavalo il popolo pel nome, e per la liberalità e beneficenze da lui esercitate.

Bello della persona, piacevole e arguto nel conversare, pronto a soccorrere gli infelici, ed a riprendere i malvagi, odiatore delle ingiustizie, di probità senza macchia, assoluto nei modi e animoso sino all’audacia, tale era l’uomo, se non per ufficio autorevole, certo potentissimo nelle cose che riguardavano quella città.

Le provvigioni, i comandamenti e gli ordini agli ufficiali e magistrati il re quasi tutti con lui pria consultava, il qual favore fu cagione che egli acquistasse reputazione grandissima presso i magistrati, che di lui forte temevano, perché non vi era loro colpa od errore ch’ei non iscoprisse e motteggiando non vituperasse. Se congiure ordivansi contro il governo, egli usava chiamare a sé i congiurati e cortesemente invitarli smettessero e le vaghezze o scapataggini giovanili non meritevoli di castigo. Grande era quindi il rispetto che gli era portato da’ Messinesi, perciocché tutti come loro difensore e sostegno l’osservavano.

Lo stesso La Farina, dopo questo elogio sente il bisogno di dire: Non mai gli scrittori servili delle Due Sicilie han tributato onore alla memoria del Principe di Collereale; sia resa questa giustizia a lui, che fu fedelissimo ai Borboni da scrittore che la dominazione dei Borboni aborre e detesta.”

In realtà la fedeltà ai Borboni non impediva al Principe di Collereale di prendere delle iniziative e di assumere degli atteggiamenti che , quanto meno, dovevano apparire inspiegabili agli intransigenti.

Il 25 marzo 1821, il comandante della piazzaforte di Messina, Generale Giuseppe Rosseroll, ruppe gli indugi, si mise egli stesso a capo dei costituzionalisti e, dopo avere abbattuto la statua e gli stemmi del Re in Piazza Duomo, proclamò la rivoluzione. Ma non tutti gli ufficiali lo seguirono nel suo disegno rivoluzionario e quelli rimasti fedeli al Re posero la loro fiducia nel Principe di Collereale, che era allora il vice-comandante. Questi prese in pugno la situazione e, acclamato comandante generale della piazzaforte al posto del Rosseroll, pervenne lo scoppio della sommossa, risparmiando ai cittadini giornate di violenza fratricida. Egli stesso, però, dopo aver tolto il comando al Rosseroll, si incontrò segretamente con lui e, conoscendo la sua onorata povertà, gli fornì i mezzi per mettersi in salvo, prima che la ferocia borbonica cominciasse a esercitare le sue vendette. Dal suo proclama alla città, traspare chiaramente come oggetto principale delle sue preoccupazioni fosse, nel prendere il comando, il desiderio di assicurare ai cittadini una vita tranquilla.

“Ottimi e leali Messinesi – si legge nel proclama – rasserenate pure i vostri cuori, ritornate tranquilli alle vostre case, in mezzo alle vostre care famiglie, riprendete le vostre giornaliere occupazioni. L’intera tranquillità vi è alla fine da tutti i lati assicurata. Le truppe, la flottiglia, la cittadella, le fortezze e le armi tutte sono rivolte al mantenimento dell’ordine e della pubblica quiete oggetto sacro per il cui conseguimento si sono sin’oggi i bravi Messinesi distinti (L’intero proclama del Maresciallo di campo Principe di Collereale ai Messinesi al momento di pigliar possesso del comando della piazzaforte di Messina si può leggere per intero in “Annali della Città di Messina” continuazione dell’Opera di C.D. Gallo per G. Oliva, Vol. VI pag. 185). Certamente non si intende qui sopravvalutare il significato del proclama, che come tutti i documenti del genere, sono intesi soltanto a conquistare le simpatie popolari e scoraggiare le inimicizie evidenziando gli aspetti che convengono allo scopo; ma, nel contesto di una vita nella quale, per altro verso, si riscontrano motivi umanitari, così eccellenti da spingere a dare credito a queste parole, crediamo che il proclama sia citato a giusto proposito.

Le imprese militari, del resto, non erano le uniche per le quali egli era conosciuto e amato. Gli “Annali di Messina” continuazione dell’opera di Caio Domenico Gallo non gli risparmiano elogi, e ci fanno sapere che nel 1823, una grave alluvione si abbattè sulle terre messinesi, sommergendo villaggi e facendo perire uomini e molto bestiame. Particolarmente danneggiato il villaggio S. Stefano. Fu allora il Principe di Collereale che per primo corse in aiuto degli alluvionati e organizzò i soccorsi, ed egli stesso fu poi nominato presidente del comitato di solidarietà.

Gli stessi “Annali” (o.c. Vol. VI, pag. 237-238) ci fanno sapere che egli fu tesoriere del Grande Ospedale Civico di Messina denominato S. Maria della Pietà, e in tale qualità seppe talmente migliorare le entrate e i servizi della pia istituzione che “per suo mezzo parve ne sorgesse un’altra sull’antica”.

Il ricordo e la riconoscenza che la città di Messina serba verso quest’uomo non traggono, però motivo dalle sue imprese militari o dai suoi occasionali, e talora provvidenziali interventi a favore dei concittadini. Ricordo e riconoscenza sono invece legati alla benefica istituzione da lui voluta e che da lui prende il nome. Essa, a distanza di un secolo e mezzo continua ad avere il merito di risolvere ogni giorno, in umiltà, innumerevoli problemi che angustiano le singole famiglie, tra le meno provvedute della città: Vogliamo dire la “CASA DI OSPITALITA’ COLLEREALE”.

Il gagliardo ufficiale borbonico ebbe la sventura di vivere gli ultimi anni della sua esistenza nella immobilità. Una grave e incurabile malattia lo colse, non ancora cinquantenne, paralizzandogli gli arti inferiori e riducendolo progressivamente all’inerzia. A nulla valsero le cure mediche, che le larghe possibilità finanziarie gli consentivano, e fu perciò costretto a trascorrere il resto della sua vita relegato in casa, a letto o su di una poltrona, visitato e confortato dagli amici e apprezzato da tutti coloro che conoscevano i suoi nobili sentimenti umanitari e la naturale tendenza ad aiutare chi soffre. Ed è proprio tra queste sofferenze che gli venne maturando il suo progetto: Egli compiva il grande disegno col suo Testamento olografo del 1827 ai rogiti del Notaro S. Cacòpardo: Nomina così eredi universali “li poveri di questa città e suoi casali”.

Ce ne parla il REGOLAMENTO DEL PIO STABILIMENTO DEGLI STORPI stampato a Messina coi tipi dei fratelli Oliva nel 1875, nella prefazione storica: “Incessantemente travagliato da acerbi e inesplicabili dolori gottosi, e da tutte quelle privazioni, che tanto rendono maggiore e insoffribile l’infermità, per quanto sono le ricchezze, rammaricatasi al pensare coloro, che travagliati da simili malattie, mancano dei mezzi necessari, onde lenire il proprio soffrire non solo coi ritrovati dell’arte medica, ma sì ancora di tutto quanto è indispensabile per alimentare e sostenere il proprio individuo. Era questo il suo tema prediletto su del quale piacevasi intertenere lo amichevole convegno delle persone più a lui care, confidando alle medesime i suoi desideri e le sue intenzioni, e da esse ne riceveva di buon grado suggerimenti e consigli”.

Quali poi fossero questi suoi desideri e queste sue intenzioni lo rivela il testamento olografo da lui redatto il 7 luglio 1825, poi ai rogiti del Notaio Salvatore Cacòpardo il 18 marzo 1827, due giorni prima che lo cogliesse la morte, nella sua abitazione del Palazzo di via Austria n. 19. Con questo testamento egli destinò infatti il suo cospicuo patrimonio alla fondazione di un’opera che servisse ad alleviare le altrui sofferenze.

Alla sua morte la città fu immersa in profondo lutto. Giuseppe La Farina annota: “la sua morte fu pianta in Messina come pubblica calamità: si chiusero le botteghe e quel segno di mestizia, nelle vie più vicine al suo Palazzo durò tre giorni” (G. La Farina. o.c. pag. 253).

Secondo il desiderio da lui stesso espresso nel testamento, fu seppellito nella Chiesa dei Cappuccini, vestito col saio francescano, e sulla sua tomba fu posta un’epigrafe


(1*) P.S. La famiglia Capece Minutolo è citata sia nell'Enciclopedia Treccani nelle Edizioni del 1939, che nella "Piccola Treccani" Edizioni del 2000, in cui è citato anche il ramo siciliano di "Collereale".

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L'ultimo Principe di Collereale: Un Gattopardo a Messina

"Nel 1983 si estingueva il ramo siciliano dei Capece Minutolo con la morte dell'ultimo Principe di Collereale avvenuta in Messina il 07 gennaio di quell'anno, due mesi prima della scomparsa di Umberto II, che avverrà il 19 marzo 1983. Egli del Gattopardo possedeva tutti i tratti e forse ancora di più: Uomo colto e raffinato, era esperto di esoterismo ed occultismo ed amava riunire alcuni suoi amici nella villa di Castanea delle Furìe."; Il Re era molto amico di Don Francesco Capece Minutolo di Collereale, Barone di Callari, Barone di Baccarati, Barone di Ogliastro e Barone delle Masserie di Patti e Critti, che, insieme alla consorte Donna Teresa si recavano spesso in visita a Cascais in Portogallo. E' di questi giorni la esecutività della definitiva sentenza della Cassazione che devolve l'eredità patrimoniale dell'ultimo Principe di Collereale Don Francesco a favore degli orfani dell'Orfanotrofio di Santa Cecilia in Messina (mentre del patrimonio storico/culturale della famiglia sono chiamati alla successione i nipoti).
Si rinnova con questo ulteriore lascito la tradizione munifica dei principi di Collereale, infatti come l'avo il Maresciallo Don Giovanni che aveva fondato nel 1827 l'omonimo ospizio in Messina, sito in Via Catania, così l'ultimo Principe di Collereale Don Francesco donerà i suoi beni terreni ai poveri orfanelli del Santa Cecilia. Si auspica che l'Orfanotrofio vorrà apporre una targa in sua memoria, all'interno della struttura e che il Comune di Messina (di cui la città non ha alcun ricordo della famiglia nella sua toponomastica), potrà intestargli una strada cittadina."

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LA CITTADELLA DI MESSINA

Come una delle più importanti opere di architettura militare del XVII secolo è stata ridotta in rovine da politici ciechi.


Tutto era iniziato dalle sanguinose lotte di fazioni all’interno della città di Messina.

Il partito militare dei MERLI e il partito dei MALVIZZI (Tordi), che rappresentava i nobili e la classe dei mercanti arricchiti, si scontravano ormai da mesi manovrati sottilmente e abilmente dall’astuta Spagna, memore sempre del detto “dividi et impera”. Ma le cose non andarono, per la direzione che essa avrebbe voluta; il 7/7/1647 iniziò una rivolta che si mutò in diretta ostilità contro il governo spagnolo.

Nel contempo Messina invitò il monarca di Francia, Luigi XIV, il Re Sole, ad aiutare la città e sostituire eventualmente gli spagnoli nel dominio dell’isola.

Messina ed il suo territorio restarono però isolati, perché Palermo, sempre eterna “sorellastra”non volle prendere parte all’azione, anzi apoggiò la Spagna nella lotta contro i francesi e Messina.

La lotta durò fino al 16/3/1678; quel giorno le navi della flotta francese al comando del Maresciallo d’Aubusson de la Feuillade a seguito del trattato di Nimega, con il quale vennero composte le divergenze fra le due nazioni belligeranti, si ritirava dalla lotta abbandonando la città alla vendetta spagnola.

Il 5/1/1679 giungeva a Messina il nuovo Viceré Don Francesco Bonavides, conte di Santo Stefano, spagnolo violento, rapace ed estremamente crudele. Fra le tante cose che intraprese affinché i messinesi non potessero più nuocere alla monarchia di Spagna, ma anche perché faceva parte di un piano generale per migliorare le fortificazioni di tutta l’isola (alla luce delle nuove esperienze acquisite durante gli anni di guerra contro la Francia) fu quella di progettare una cittadella a Messina.

I lavori incominciarono nel 1679 ed il luogo scelto fu l’inizio della piccola penisola di S. Rainieri: la famosa “falce” del porto di Messina. Fu progettata e diretta dall’architetto fiammingo Carlo di Nuremberg, e fu inaugurata il 6/11/1683 con manifestazioni solennissime e in quell’occasione venne issato lo stendardo reale seguito dagli spari dei numerosi cannoni di cui la nuova fortezza era già fornita.

Per la sua costruzione furono spesi 673.937 scudi ed un intero quartiere esistente da secoli, con circa 8.000 persone residenti e composto da grandi e piccoli fabbricati, chiese e conventi venne demolito per far posto alla nuova struttura militare.

La pianta a forma di pentagono regolare bastionato agli angoli era, per quell’epoca, di tipo canonico ma presentava anche molti spunti nuovi e originali.

Come era d’uso l’opera militare fu arricchita da molte preziose sculture barocche, in maggioranza realizzate dai maestri “lapidarum incisores messanenses” fra i quali gli Amato, Viola ed il maestro Biundo.

La Cittadella di Messina negli anni 1820/21 fu comandata dal Gen. Mar. Di Campo il Principe Giovanni Capece Minutolo di Collereale, che venne stimato e fu lodato dal La Farina per le sue doti umane.

La formidabile cittadella poteva considerarsi tra le più importanti opere di ingegneria militare ed annoverarsi fra quelle famose come Outreau (1542) Nancy (1556) Torino (1560) Pamplona (1560) Anversa (1566) etc. girava intorno per circa tre chilometri, capace di ospitare nel suo interno una guarnigione di 6000 uomini, era munita di oltre 300 pezzi di artiglieria (cannoni ed obici).

Tutto serve a nascondere uno dei monumenti più importanti di Messina, visto che i vari terremoti ne hanno risparmiati ben pochi e questo era quello più integro ed originale, e sicuramente parte importante per ritenere la “Memoria della città”.

Abbattuti dopo il 1930 circa, 3 dei 5 bastioni (S. Carlo, S. Diego e di Norimberga) per fare posto all’omonimo molo (inizio di un porto franco abortito sul nascere), alla stazione marittima delle FF.SS. e alla strada attuale che porta all’Arsenale della Marina Militare, non stanchi di questo si continuò ancora con le demolizioni nel secondo dopoguerra per creare spazio ad un cantiere navale che puntualmente dopo pochi anni chiuse per mancanza di commesse.

 
Maresciallo di Campo in "Gran Tenuta": Principe Don Giovanni Capece Minutolo di Collereale - Messina, 1820



I SINIBALDI:

Storia familiare e Stemma di Santa Rosalia



In premessa occorre sottolineare che gli stemmi innalzati sugli edifici sacri e sugli edifici civili e profani hanno una funzione di fonte storica oltre che una funzione ornamentale ed architettonica e tale funzione trova oggigiorno un preciso riconoscimento nel nuovo testo unico sui beni culturali del 1999 (n. 490), che ne dispone il divieto di manometterli e di asportarli. Ciò si ricollega alla distinzione esistente tra scienze araldiche e scienze genealogiche: Mentre l’araldica, intesa come scienza ausiliaria della storia medievale, studia la simbologia degli scudi non solo familiari ma di enti, corporazioni, municipalità, università, simbologia pontificia e della gerarchia ecclesiastica nonché gli scudi degli eserciti e dei reggimenti, la genealogia studia esclusivamente l’ascendenza e la discendenza familiare, da un ceppo comune individuabile o da individuare talchè essa in medicina prende il nome di genetica e concerne la familiarità e quindi la discendenza delle malattie ereditarie, ossia familiari.

Ci soffermeremo non tanto sulla genealogia di Santa Rosalia, che apparteneva alla nobile famiglia toscana dei Sinibaldi, genealogia che peraltro si ritrova in un albero genealogico situato all’ingresso della grotta su Monte Pellegrino, che nella sua redazione riporta dal 1183, anno della morte della Santa Patrona di Palermo, i suoi ascendenti fino al secolo ‘800 del pre-mille; ma verrà esaminato esclusivamente l’aspetto araldico, ossia la blasonatura dello stemma dei Sinibaldi.

La devozione di Palermo per Santa Rosalia è legata storicamente alla liberazione della città dalla peste del 1624-25, quando la città era sotto il dominio spagnolo. Un evento che tra realtà storica e alone di leggenda, non basta tuttavia a spiegare come nel tempo questa devozione sia divenuta qualcosa di più: un sentimento di vicinanza, una specie di confidenza quotidiana quasi un’identità: “Palermo e Santa Rosalia, Santa Rosalia e Palermo” grida il popolo e ce lo ricordano i cronisti nel corso dei secoli passati.

Non a caso la nostra Santa è chiamata confidenzialmente “Santuzza” dai palermitani devoti.

Dal primo festino del 1625, a oggi sono passati più di trecentosettantanove anni e Palermo è sempre puntuale all’appuntamento con la sua Santa Patrona.

C’è un vuoto di cinque secoli fra l’esistenza terrena di Santa Rosalia e l’inizio del suo protagonismo nelle vicende della città, incerte e confuse e comunque rare sono le notizie della sua vita.

Il cronista, il padre gesuita, Ottavio Gaetani, della metà del ‘500, ci dice che era nata a Palermo in epoca normanna ed era stata “Ancella” alla corte della Regina Margherita di Navarra, moglie di Re Guglielmo I “il Malo”, figlio di Ruggero II, e che si era ritirata in una grotta su Monte Pellegrino sino alla morte nel 1183.

Tutti gli storici sono concordi che la Santa visse nel XII secolo, ma invano si può essere precisi sulla data di nascita e su quella di morte, sia perché nei secoli bui dell’alto medioevo, gli eventuali documenti parrocchiali possono essere spesso andati distrutti per eventi bellici o naturali.

Secondo i più autorevoli agiografici, lo storico Valerio Rossi, il Gaetani, nell’opera “Vitae Santorum Seculorum” del 1657, e Filippo Paruta, Regio Notaro del Senato Palermitano, nei suoi scritti del 1609, Rosalia era figlia del Duca Sinibaldo dei Sinibaldi della Quisquina e delle Rose, località fra Bidona e Prizzi, nipote per parte di madre di Re Ruggero di Altavilla, normanno, e pertanto cresciuta nel XII secolo alla Corte Normanna di Palermo.

Le divergenze degli storici si estendono anche al nome ed alle radici dello stesso, perché trattasi di nome insolito per una fanciulla: Alcuni lo dissero un composto di Rosa e Lia: “Rosalea”, altri “Rosolia”, per errore degli amanuensi, ovvero in volgare, ossia in lingua siciliana “Rusolia”. Prevalse su tutti “Rosalia”, come una forma contratta di Rosa e Lia, cioè di rosa e gigli, come trovansi nella Liturgia nel bellissimo inno dei Primi Vespri.

Durante una battuta di caccia su Monte Pellegrino, Ruggero fu salvato dall’aggressione di un leone dal principe Baldovino: in premio, quest’ultimo chiese al Re la mano di Rosalia. Sentendosi consacrata al Signore, la fanciulla fuggì dal Palazzo Reale, vivendo da eremita prima sul monte Quisquina, dove trascorse dodici anni, e poi, fino alla morte, in una grotta su Monte Pellegrino.

Rosalia appartenne, molto probabilmente, al gruppo etnico principale della Palermo normanna, che era di lingua e rito greci: è anche possibile che sia stata monaca basiliana, in quanto proviene dalla chiesa di Santa Maria dell’Ammiraglio, e dall’annesso monastero basiliano femminile, la più antica pala d’altare che la raffigura con quel caratteristico abito monacale; e anche perchè tipica della spiritualità monastica greca era la ricerca della solitudine e della pace contemplativa.

Ma esso ebbe straordinario e decisivo impulso quando una terribile epidemia di peste sconvolse Palermo nella prima metà del ‘600. Fra giugno 1624 e febbraio 1626, secondo alcune stime, in città morirono quasi 30 mila persone, su una popolazione di circa 120 mila abitanti. Il 7 maggio 1624 attraccò nel porto di Palermo un veliero proveniente da Tunisi, guidato dal Comandante moro Maometto Cavalà; recava un carico di lana, lino, pelli conciate, gioielli e altri ricchi doni inviati dal Bey di Tunisi al viceré, principe Filiberto di Savoia, oltre ad un gruppo di prigionieri cristiani riscattati ai pirati barbareschi. Il vascello, in precedenza, aveva fatto sosta a Trapani, ma lì non era stato fatto scendere a terra nessuno, perché l’equipaggio era sospettato di essere contagiato dal morbo.

In un primo momento, il Pretore di Palermo, don Vincenzo Del Bosco, Duca di Misilmeri e principe della Cattolica, si oppose allo sbarco del carico, ma successivamente si lasciò convincere diversamente dal viceré, a sua volta mal consigliato, oltre che avido di ricevere i doni inviatigli.

Quasi subito si manifestarono i primi casi di peste e i primi decessi, non risparmiando sia il popolo, sia nobili e cavalieri, giungendo fino al Palazzo Reale. Sorsero numerosi lazzaretti, il primo dei quali venne allestito allo Spasimo; si bruciava tutto quanto era sospetto di contagio; le case venivano barricate e piantonate dai soldati.

La città era in ginocchio. Intanto, su Monte Pellegrino si scavava. Secondo testimonianze storiche, infatti, qualche tempo prima, una donna del popolo, Geronima La Gattuta, inferma per una grave malattia, aveva sognato una fanciulla in abito monacale che le aveva promesso la guarigione, se si fosse recata in penitenza su Monte Pellegrino; qui giunta a sciogliere il voto, la fanciulla le era apparsa nuovamente in sogno, indicandole una grotta in cui scavare per ritrovare il suo sepolcro. Uomini e donne, amici della La Gattuta, si misero all’opea: Il 15 luglio, il marinaio Vito Amodeo, fu il primo a rinvenire un teschio e numerose ossa incastrate in un grande masso di pietra. Per tutti, fu immediato il suggestivo collegamento con Santa Rosalia: Il suo culto in città era finora piuttosto marginale, ma a quel punto si rinsaldò quel filo sottile della memoria popolare che ricordava la normanna vergine romita sul monte della città.

Lo stesso giorno a Palermo, devastata dalla peste, era in corsola prima processione aperta al popolo che le autorità ecclesiastiche avevano organizzato. Si supplicavano le sante patrone della città, Cristina, Agata, Ninfa e Olivia, oltre a San Rocco, cui si attribuiva la scomparsa dell’epidemia del 1575; e qualcuno, fra le litanie, implorava anche Santa Rosalia. Diffusasi subito in città la notizia del ritrovamento delle ossa, il cardinale Giannettino Doria si mosse con estrema cautela: dispose che esse, con tutta la pietra, venissero trasportate e custodite nel Palazzo Arcivescovile in attesa di un attento esame per accertarne l’autenticità.

Al contrario, esplose l’entusiasmo dei palermitani, che videro in quel ritrovamento il segno di una speranza. Ogni preghiera, adesso, si rivolgeva a Santa Rosalia, alimentata da vere o presunte voci di miracoli. Chi era stato testimone dello scavo su Monte Pellegrino aveva raccolto delle pietre, la terra intorno e l’acqua dove le ossa erano state ripulite: tutto era passato di mano in mano, somministrato agli infermi, ed in taluni casi di parlò di guarigioni improvvise e inspiegabili. Il 27 luglio 1624 – tutto sommato prematuramente – il pubblico Consiglio stabiliva di onorare Santa Rosalia col titolo di Patrona di Palermo. Ma dopo un leggero declino, la peste era tornata ad infuriare. Il 3 agosto ne rimaneva vittima anche il viceré Filiberto, al quale subentrava il cardinale Giannettino Doria, che diventava, così, anche presidente del Regno.

Le autorità cittadine sembravano volersi impossessare di questo culto sorto improvvisamente, per evitare che la devozione popolare, sull’onda della eccitazione, prendesse strade autonome, e inclini alla superstizione, o venisse strumentalizzata o monopolizzata da altri ordini religiosi. I primi esami delle ossa, affidati ai medici e ai teologi, sollevarono, però, soltanto dubbi sulla loro natura umana.

E mentre il contagio continuava ad imperversare, si allestivano processioni penitenziali, la cui furia parossistica – descrittaci da un autorevole testimone, il gesuita Giordano Cascini – sembrava uno strumento di pressione nei confronti del collegio indeciso sul riconoscimento delle reliquie.

Il 13 febbraio 1625, il giovane Vincenzo Bonello, saponaio di via dei Panieri, che aveva appena perso la moglie per il contagio, s’inoltrò su Monte Pellegrino per farla finita (secondo alcuni, invece, per una battuta di caccia). Qui – in base alla sua testimonianza giurata che risulta nell’Originale delli testimonij