Pagina iniziale
Chi siamo
Lo Statuto
Rassegna Stampa
Attività e Programma
Servizi
Sentenze
Pubblicazioni
Novità
Diritto Nobiliare
Ordini Cavallereschi
Elementi di Araldica
Esempi di Stemmi

Come Contattarci
Forum
Link

© Copyright 2006 - Tutti i diritti riservati ai legittimi proprietari.

 
:: INDICE RASSEGNA ::
:: COMUNICATI ::
 
 
 
 

MODIFICATA IN SPAGNA la legge sulla successione ai titoli con la successione femminile. E' stata recentemente modificata nel mese di maggio 2005 la legge sulla successione ai titoli nobiliari dall'ultimo governo ZAPATERO, nell'ottica dell'uguaglianza tra i due sessi.
Infatti è stata effettuata una riforma del diritto nobiliare stabilendo che il diritto alla trasmissione diretta dei titoli nobiliari, che in Spagna sono riconosciuti fin dal 1948, non è più riservato ai soli figli maschi, ma che anche la figlia femmina può succedere nell'intestazione di un titolo.
La figlia di un duca, insomma, da ora in poi può essere duchessa anche senza maritarsi, (nel medioevo veniva preferita infatti la "Virgo in Capillis.)

La GAZZETTA del SUD di Messina ha dato notizia, in un articolo dello scorso mese di settembre, dell'avvenuta cerimonia che si e' svolta presso il Salone Dell'Orfanotrofio Antoniano Sant'Annibale di Francia, sito in via Santa Cecilia a messina, dove, dopo la S.Messa alla presenza di alcuni bambini ivi ospitati,la principessa Donna Amalia Alì-capece Minutolo di Collereale ha donato una targa in memoria dello zio Don Francesco Capece Minutolo ,ultimo Principe di Collereale,il quale ha munificamente donato i suoi beni agli orfanelli,cosi' come fece il suo antanato il Generale Giovanni Minutolo di collereale che nel 1827,fondo' l'Ospizio per i poveri che tuttora porta il suo nome."-
Le perizie giurate e non, nonche' le consulenze araldico-storico-genealogiche e le certificazioni di stemmi, vengono effettuate e redatte soltanto dai Periti-esperti e dai consulenti del Tribunale in quanto liberi professionisti iscritti agli Albi, e non dall'Istituto Araldico del Due Sicilie onlus, che e' non solo una onlus ( e che puo' effettuare perizie per mandato ricevuto da enti statali), ma che svolge per statuto meramente un'attivita' didattica e culturale attraverso lo svolgimento di Seminari di storia medievale, nella citta' di Catania, Messina e Palermo, fin dall'anno accademico 2000,in collaborazione con enti ed istituzioni culturali pubbliche e private.
Il CONSIGLIO DIRETTIVO dell'ISTITUTO ARALDICO onlus, comunica che il suo Presidente Fabio SCANNAPIECO-CAPECE MINUTOLO di COLLEREALE, con Decreto del Gran Maestro il Principe Vittorio Emanuele di SAVOIA, e' stato nominato Cavaliere del nobile ed antichissimo Ordine dei SANTI MAURIZIO e LAZZARO, per meriti didattico-culturali e per le benemerenze nella pluriennale militanza per la causa monarchica ;le insegne del medievale Ordine Cavalleresco ,indetto il Capitolo,saranno consegnate durante la solenne investitura nell'Abazia di Altacomba.
A SEGUITO DELLA AFFOLLATA CONFERENZA TENUTASI A MESSINA PRESSO L'ANTICO CIRCOLO DELLA BORSA VENERDI 19 NOV. 2004 DA PARTE DEL DR. FABIO SCANNAPIECO _CAPECE MINUTOLO, CHE HA DETTAGLIATAMENTE TRATTATO SU "LA CITTADELLA DI MESSINA ED IL SUO COMANDANTE IL MARESCIALLO DI CAMPO DON GIOVANNI CAPECE MINUTOLO PRINCIPE DI COLLEREALE ", IL GIORNALE LA GAZZETTA DEL SUD DI MESSINA HA PUBBLICATO UNA INTERESSANTE ARTICOLO DI RECENSIONE SABATO 20 NOV. 2004

simbolo

 

GUIDO MONZINO: la bandiera Italiana issata per la prima volta sull’Everest nel 1973.

(di Fabio Scannapieco-Ali’ Capece Minutolo).

La fase alpinistica entra nella esistenza di Monzino come il distillato di una mente organizzatrice ,ma soprattutto come bisogno di un cuore che mira ad esprimersi in tutta la sua ricchezza di amore per la natura e di fascino per il rischio dell’avventura. In Guido Monzino la montagna è stata un richiamo irresistibile a questa sua realtà di essere; l’amicizia, il mecenatismo, la natura sono stati gli stimoli realizzatori di ogni sua conquista. In lui l’ingenuità del bambino ha saputo coesistere con l’esigenza tumultuosa del sognatore; la durezza del comandante ha incrociato armonicamente con l’affabilità dell’uomo tenero ed attento ad ogni bisogno dei suoi simili….Così guido Monzino-Ali’ si qualifica uomo per le sue caratteristiche personali, si esibisce con l’impronta del suo grande cuore, per scrivere nella storia dell’alpinismo pionieristico come Italiano degno degli intramontabili conquistatori di altezze. Per scoprirlo in questa aureola mitica basta seguirlo lungo i molteplici itinerari in ogni parte del mondo dove esiste una montagna singolare da vincere. In questa scoperta ci accompagna l’autrice del recente libro GUIDO MONZINO- l’ultimo signore di Balbianello,ALBERTI EDIZ. DI Rita Ajmone-Cat, l’impareggiabile interprete dell’attività alpinistica DELLE 21 SPEDIZIONI di Monzino. È difficile compito parlare di Guido Monzino e delle ventuno spedizioni che egli ha ideato e condotto. Chi scrive,SUO CUGINO DI SECONDO GRADO per essere la madre sorella di mio nonno, non si ritiene in grado di redigere un’opera tanto poderosa e quindi si limita a presentare un profilo del personaggio attraverso le sue imprese, anch’esse qui appena delineate nel rispetto fedele della realtà inerente ai fatti. Imprese, è utile tenerlo ben presente, che si svolgevano in un’epoca in cui i mezzi tecnici, spesso aleatori, erano alquanto lontani dai sofisticati sistemi a cui oggi siamo usi e che, attraverso il loro carattere ancora esplorativo, rappresentavano quel romanticismo eroico dei grandi viaggi d’inizio secolo. Queste brevi note con l’ultimo signore di Balbianello può forse aiutare a comprendere il messaggio che si irradia dalla punta del Làvedo su quel ramo del lago di Como: la villa di Balbianello, scoperta ed amata due secoli or sono dal cardinale Angelo Maria Durini, iniziò la sua vita  come ospitale ricetto di arte, cultura, bellezza; con Guido Monzino-Ali’-Peirce, è risorta per custodire cose nobili e forti, ed ora è stata da lui donata per testamento al FAI-Fondo italiano per l’Ambiente. Anche di cio’, il cugino Fabio Scannapieco-Ali’ è profondamente grato a Guido, che ora tenta di far conoscere nella complessità la sua poliedrica personalita’.” Gradatim conscenditur ad alta… poco a poco si conquistano le altezze”: questo motto di Guido Monzino, la cui vita è stata una continua ascesa verso i supremi valori della umana esistenza con tutto il peso e il travaglio che sempre comporta la via più difficile: tale motto araldico gli vene concesso con lo stemma  del grande capriolo rampante e con il titolo di conte , da Re Umberto II nel Novembre 1973. Nasce a Milano il 2 Marzo 1928 dal cavaliere del lavoro Franco, fondatore della Standa, e da donna Matilde –Alì-Peirce , Siciliana di Messina e sorella del console di Svezia Silio Alì, nonno dello scrivente. Trascorre parte degli anni di guerra nella villa di famiglia a Montrasio, sul lago di Como, subendo ancor più profondamente il fascino di quelle rive lariane, già tanto amate da bambino. Punta Balbianello lo avvince col proprio incanto misterioso, segnando in un certo senso il suo destino. Soltanto a quelle dilette sponde avrebbe un giorno potuto affidare le testimonianze delle sue imprese ed, in ultimo, le sue spoglie mortali. Alla sua scomparsa, avvenuta a Milano l’1 Ottobre 1988, lascia Villa del Balbianello al Fondo per l’Ambiente Italiano, erede scelto nell’intento di perpetuare la vita di questo bene, degno depositario di una pagina di storia che onora l’Italia. Appena finiti gli studi classici, inizia l’attività alla Standa, fondata dal padre Franco Monzino, impegnandosi seriamente nell’azienda paterna e divenendone direttore generale fino al 1966, anno in cui lascia questa gestione, avendo sviluppato e messo a frutto straordinarie doti organizzative ed umane, due aspetti tra i più caratteristici della sua complessa personalità e così determinanti per la riuscita delle sue imprese. In seguito si dedica a varie proprie iniziative nel campo agricolo e industriale in Italia e all’estero. Per altro lato, rispondendo a una profonda esigenza interiore, realizza ancora ventisettenne la prima di quelle ventun spedizioni che, per oltre tre lustri, condurranno, sotto l’emblema delle sue iniziali G.M., la bandiera italiana alle più ardue conquiste in terre affascinanti, dalla natura forte, sovente ostile. Perché tali imprese? Monzino, ritornando dall’Everest, tenta di chiarire, per primo a sé stesso, l’arcano dell’imperativo preponderante nell’animo suo: “Ho ricercato una spiegazione obiettiva per questa  misteriosa posizione d’incanto; senza mai approdare a nulla, soffrendone il fascino e sospinto a trasfonderlo […]. L’ideatore, l’organizzatore, il capo della spedizione…identificarvisi è tanto, tanto pesante[…]. Oppure resistere, alla vocazione, macerarla in segreto ed annullarla?[…]. Forse pochi sanno qual è l’angoscia dell’inventore[…]. E l’invenzione? Forse un’espressione artistica, lirica, acquista dall’inconscio; forse il ripudio indiretto di un “modus” e di un mondo antitetico; forse la necessità di una ricerca alternativa oppure una  sottaciuta contestazione di sé medesimi. Difficile capire, soli, certe emotività così complesse e tramutarle in azioni plausibili; nelle quali ciascuno possa confluire con la carica affettiva che porta, latente, nel proprio umano bagaglio”. Le Alpi, le Ande, l’Himalaya, le montagne d’Africa e di Groenlandia, l’implacabile banchisa popolare offrono a Monzino quelle mete che egli ha ideato di raggiungere tramite la disciplina alpinistica, campo che, “pur non potendo o volendo essere prioritario tra le altre manifestazioni dell’uomo, è comunque uno dei più esemplificativi, riuscendo tangibilmente a suscitare determinanti afflati ed a simboleggiare apertamente concetti di assoluta idealità”. Egli dedica alle guide di Valtournanche il suo programma e le invita ad andare con lui laddove il tricolore non è mai giunto, per affrontare insieme esperienze eccezionali e diffondere nel mondo il nome e l’operato della guida alpina. In ciascuna delle sue imprese lo studio approfondito, l’organizzazione formidabile e preveggente, la perizia tecnica denotano l’impronta del capo geniale e risoluto che riesce a raggiungere ogni volta l’obiettivo prefisso, senza perdere un sol uomo. “ La Provvidenza ha graziato le nostre spedizioni alpinistiche e polari, facendo sì che sempre si tornasse in patria con tutti i componenti, nonostante i mille rischi incontrati”, dirà alle guide del Breuil, riepilogando i suoi ventuno exploits. Queste vittorie, frutto di abnegazione, mai fine a sé stesse, sono un prezioso mezzo per far emergere le doti che onorano l’animo umano e per riproporre i grandi ideali alle giovani generazioni. Con il suo nobile intento Monzino raccoglie appieno l’impegnativo retaggio del Duca degli Abruzzi, che ammira profondamente, e lo persegue, conducendo le guide del Cervino con lo stesso spirito con cui Luigi di Savoia portava le guide di Courmayeur a difficili ed inedite conquiste.

( di Fabio Scannapieco-Alì Capece)

 

 
 
 
Il Presidente dell'Istituto Araldico ha ricevuto la seguente lettera da parte della vedova del Ispettore di Polizia Filippo Raciti, caduto il 02/02/2007 a Catania, nell'adempimento del suo dovere e che, qui pubblichiamo
simbolo

I Savoia e la monarchia che “votò” per la Repubblica: Recensione dell’ultimo libro del professore Mola.

In questa sua più recente fatica su un argomento che gli è particolarmente familiare (Declino e crollo della Monarchia in Italia) Aldo Mola si dà alle investigazioni. Quasi che il referendum del 2 Giugno 1946 non appartenesse a un’epoca ormai lontana ma si fosse tenuto nei giorni scorsi. Mola si propone di sfatare diverse favole metropolitane. E ci riesce perfettamente. Difatti attinge da documenti che parlano chiaro. La prima favola è che la Monarchia sia uscita di scena per le compromissioni del Re con il fascismo. Orbene, Mola ribatte che il Re si comportò sempre come un monarca costituzionale. Come ripeteva spesso, i suoi occhi e le sue orecchie erano quelli del Parlamento. Quindi non era colpa sua se prima e dopo l’assassinio Matteotti le Camere accordarono sempre fiducia a Mussolini. Non solo ma se nel nostro Paese la dittatura non raggiunse i livelli di fanatismo del Nazismo e delle dittature comuniste, lo si deve alla Monarchia. Il Re tenne a bada come potè Mussolini durante il ventennio Fascista. E quando gli eventi storici volsero al peggio, approfittò della decisione del Gran Consiglio Fascista per sbarazzarsi dell’ingombrante dittatore.
D’altronde , le colpe dei padri, vere o presunte, non possono ricadere sui figli. Tanto più se si considera come la pensava il vecchio monarca, secondo il quale i Savoia regnarono uno alla volta. Infatti il Principe Umberto non ebbe mai voce negli affari di Stato. Non voleva farsi da parte, ma alla fine capì che era meglio piegarsi agli eventi per evitare che i Savoia la pagassero più cara del dovuto. Così nell’arco di due anni dovette ingoiare due rospi. Dopo la liberazione di Roma, conferì al figlio la luogotenenza generale del Regno. Figura inedita che aveva un ruolo ben preciso. Infatti il Re rimaneva tale ma conservava una titolarità formale. Poi il 9 Maggio del 1946, abdicò per fare posto al figlio Umberto, che regnò per poco più di un mese.
Un ‘altra favola che Mola ribalta è la vittoria incontestabile della Repubblica. Non poterono votare i prigionieri di guerra non ancora tornati in patria. Furono esclusi dal voto i cittadini di Bolzano, di Trieste e di Gorizia. Fu interdetto il voto a quanti non ebbero il certificato elettorale. Se si aggiungono a queste irregolarità , dei veri e propri brogli, la Repubblica probabilmente non avrebbe vinto. Insomma non mancano le zone d’ombra. Mola però non  assolve il ministro dell’Interno. Perché le calcolatrici del socialista Romita non furono incolpevoli. Tuttavia, a dispetto della leggenda, non fecero il miracolo di cambiare le carte in tavola.
simbolo

La terra di Aci da Acireale: Aspetti sociali e struttura amministrativa di una città demaniale di Sicilia.

  1. La terra di Aci si presenta nel secolo XVI, divisa in casali. Questi erano: Aquilia Vetere, Platani, Xacche, Casalotto di Sant’Antonio, Bonaccorsi e San Filippo. Agli inizi del secolo XVI la presenza della malaria costrinse (probabilmente) gli abitanti di Aquilia Vetere a trasferirsi in un luogo più elevato e a dare origine, nella zona della Cattedrale dell’odierna Acireale, al casale di Aquilia Nuova. Il casale godette subito degli effetti di una posizione privilegiata, poiché era attraversato dalla strada che congiungeva Catania a Messina. Tutto ciò corrispondeva ad una ben precisa politica della Corona diretta al ripopolamento delle coste, nella convinzione che la popolazione indigena, concentrata in quei luoghi, rappresentasse la più pronta difesa contro le incursioni saracene o nemiche.
  2. Aspetti economico-sociali: il ceto emergente. Le attività esercitate a quel tempo erano il pascolo e l’agricoltura. All’uso consuetudinario delle terre comuni, seguì lo sviluppo progressivo basato sugli appalti e sui subappalti, affitti stagionali di terre che favorì l’incremento di una certa economia, arricchendo la struttura sociale con la presenza, accanto ai semplici coloni, di un crescente numero di massari, affittuari, gabellati, parasporari ( ovvero coloro che stipulavano contratti stagionali), componenti di un ceto medio ancora in via di formazione. Le caratteristiche del terreno, di origine vulcanica, limitavano la coltivazione del frumento e degli orzi. Estese erano invece le coltivazioni di viti, olivi, gelsi per la bachicoltura, lino, canapa, cotone. Il territorio di Aci, peraltro ricco di molte acque, possedeva la forza motrice necessaria per potere procedere alla molitura, attività necessaria non soltanto agli acesi, ma anche agli abitanti delle vicine città, Catania in particolare. Nacque così tutta una rete di mulini presso la zona detta della “Reitana”, posta sulle alture di Capomolini, mentre altri mulini usufruivano delle acque del territorio di Stazio. Una spinta all’economia fu data dalla Fiera Franca di Santa Venera, che si teneva dal 19 luglio fino al 2 di agosto di ogni anno, per privilegio concesso da Alfonso il Magnanimo nel 1422 e confermato da Carlo V nel 1531. La franchezza di dogana, goduta dall’Università per tutto il periodo della Fiera, attirava i mercanti di altre località permettendo di superare lo stretto ambito del mercato locale ed agevolando l’esercizio delle attività commerciali e artigianali.
  3. Aci al demanio. Col tempo venne a configurarsi un ceto medio che, sebbene posto sotto il potere baronale, riuscì a rafforzare progressivamente il potere economico, cercando di ottenere uno spazio politico all’interno dell’amministrazione cittadina. L’amministrazione baronale però non favoriva l’espressione di queste nuove forze, ecco perché esse dichiararono sempre più la ferma volontà di appartenere stabilente al demanio. Il regime della demanialità avrebbe garantito in margine di libertà tale da permettere discrete accumulazioni di ricchezze e la Corona avrebbe avuto il suo tornaconto favorendo lo sviluppo e il mantenimento di una elitè sociale emergente contrapposta o comunque parallela a quella della classe baronale. Molti ricchi Catanesi con possedimenti su tutto il territorio, vessati continuamente dalle angherie del barone pretenzioso, vedevano nella demanialità l’unico rimedio per  tutelare il loro patrimonio perché sarebbe stato più facile inserire dei loro esponenti nel governo della città. Anche Catania ebbe benefici  dal riscatto di Aci. A quest’ultima sarebbe venuto meno il privilegio ricevuto da Alfonso il Magnanimo che di fatto attirava nelle terre acesi tutti coloro che volevano sottrarsi alla giurisdizione di Catania. Il diffuso malcontento veniva dal ceto medio che voleva essere il ceto dirigente. Fra l’altro si accusava il barone di avere ridotto l’università in un ricettacolo di delinquenti.. L’azione ideata da Geronimo Guerrieri, ambasciatore di Catania, nei confronti del vicerè Ettore Pignatelli, fù complessa. Il Vicerè emanò un’ordinanza che costringeva i baroni e i loro ufficiali ad allontanarsi dalla baronia per permettere la riunione, a Casalrosato di Sant’Antonio, del consiglio per l’elezione dei Sindaci, i quali si sarebbero occupati della reluizione, cioè il riacquisto della demanialità per la quale si sarebbero pagati 20.000 fiorini.

Si elessero i sindaci: Jacopo Grasso della contrada della Quilia, Georgi Pataria dei Patanti, Micheli de Urso di Scarpi e cubista, Ambroxo Finocharo di Casalotto, Joanni Ferranti delle Valli, Francesco Vattiati dei Bonaccursi e dei Valli Verdi. La terra di Jaci era stata reintegrata al demanio nel 1239 sotto Federico lo Svevo e poi riconosciuta da Pietro IIIil Grande di Aragona come università demaniale. Per il ceto medio fù il raggiungimento di una agognata meta, perché oltre al potere economico si aggiunse quello amministrativo –organizzativo.

  1. La tutela della demanialità.Il 5 giugno 1530 Aci otteneva il “mero e misto imperio” cioè la potestà giuridica in campo civile e penale che fornì lo scudo costituzionale per difendersi da intromissioni altrui. La corona Aragonese non portò avanti una politica anti demaniale ma pressata da bisogni finanziari fece mercimonio delle città sfruttandole al limite della resistenza. Tanto che nel 1553, gli acesi , pressati dal Re, furono costretti a pagarealtre cento onze annue.
  2. Regesto storico: casata Reggio di Aci

L’illustre  casato dei Reggio si trova con la variazione di Raggio , non solo in Sicilia ma anche
In Toscana. Il primo ad essere trovato fu un Pietro nella città di Lentini, signore e Barone  del feudo di carnito. Da lui ebbero inizio i rami di Palermo, Messina e Randazzo di Catania. Si nota un Nicolò capitano e signore del castello e del feudo di Francavilla e al servizio di gentiluomo di camera di Federico III di Aragona ed un certo Antonio che nel 1364 ebbe lo stesso incarico e il titolo di Castellano di Siracusa. Un Farinata regio miles, così come un Giuliano e Fabrizio, senatore al Senato di Palermo nel 1581. Uno Stefano pretore-sindaco di Palermo nel 1648 e Marchese della Ginestra nel 1652. Luigi Reggio o Raggio fu principe della Catena nel 1668 e Pretore-Sindaco di Palermo nel 1673. Detti titoli passeranno ad altri discendenti. Il figlio di Luigi, Stefano Reggio che nel 1671 ebbe il titolo di principe di Aci, fu cavaliere degli ordini di Calatrava (Spagna) e di San Gennaro, capitano-giustiziere di Palermo e pretore-sindaco nel 1682 e nel 1694, e gentiluomo di camera di Carlo II di Spagna nel 1689. Dopo di lui ci fu un Luigi, ambasciatore di Spagna a Venezia con il titolo di principe di Aci. Si ricordano poi uno Stefano, principe di Aci, comandante a Napoli nel 1750 e uno dei reggenti del regno nel 1751, insieme al cugino Michele. Nel 1820 un altro pretore-sindaco di Palermo fu Giuseppe Raggio di Aci, che fu ucciso durante i moti carbonari del 1820/21 a Palermo. Nel 1737 Andrea, principe di Aci è nominato barone di Catenanuova. Un Agostino Reggio fu vescovo di Cefalù nel 1752 ed un Monsignore Andrea Reggio fu vescovo di Catania.

simbolo

Cento anni fa nasceva Umberto II il Re gentiluomo

Il 15 Settembre 1904 nasce Umberto II. L’atto di nascita venne redatto il 20 Settembre dal Presidente del Senato Giuseppe Saracco. Per festeggiare la nascita il Re conferì tre Collari dell’Annunziata, uno dei quali a Giovanni Giolitti allora capo del Governo. Al fonte battesimale vennero imposti i nomi di Umberto, Nicola, Tommaso, Giovanni, Maria. Gli Italiani accolsero Umberto con affetto. In qualunque frangente suscitava facilmente l’ammirazione del padre. Come erede al Trono non doveva occuparsi di politica in ossequio al principio che “ i Savoia regnano uno alla volta”. Avrebbe avuto incarichi solo nel periodo della disfatta dell’Italia nel 2° dopoguerra. Umberto tornò a Roma l’8 Giugno 1944 come Luogotenente generale del Regno. Il suo primo atto fu l’investitura del Governo Bonomi: la Corona sembrava così riacquistare la pienezza delle proprie funzioni istituzionali. Due anni dopo, a seguito dell’abdicazione di Vittorio Emanuele III, divenne re per poco più di un mese. Infatti nonostante il suo impegno per risollevare la monarchia , il referendum diede la vittoria alla Repubblica. Il Re partì in esilio il 13 Giugno lasciandosi dietro un duro messaggio di protesta contro il Governo per il “Colpo di Stato” da questo perpetrato anche grazie a ipotetici brogli elettorali. Però concluse con una nota pacificatrice e con lo sciogliere dal giuramento di fedeltà alla Corona quanti lo avevano seguito in quegli anni. Suo grande merito fu quello di avere evitato una guerra civile che avrebbe diviso l’Italia. In Portogallo Umberto trascorse il resto della sua vita, mai rinunciando alle prerogative sovrane; morì a Ginevra l’8 Marzo 1983 dopo lunghe sofferenze senza potere rivedere l’Italia. Ai suoi funerali parteciparono i Sovrani di Spagna e del Belgio.

simbolo

IL LEONE ,SIMBOLO NORMANNO, NELL'ARALDICA DELLA CITTA' DI PALERMO

Nel Palazzo Reale di Palermo che fu la reggia dei conquistatori Normanni troviamo: due leoni nella Cappella Palatina nei mosaici, nel pavimento interno del presbiterio; vi sono scolpiti  in marmo bianco sulla base delle quattro acquas antiche inoltre li troviamo nella sala del Palazzo Reale due piccoli leoni. Inoltre nel periodo Normanno i leoni appaiono nella moneta di Guglielmo II. Inoltre il mantello di Ruggero del 1133-34 oggi custodito al museo di Vienna raffigura due leoni che ardiscono due cammelli. Con l’avvento della dinastia Sveva il leone viene sostituito dall’aquila nera in campo d’argento. Con la casa d’Aragona scompare per poi riapparire con la Casa di Pastiglia dove riappare lo stemma reale dei leoni. Il leone rimarrà negli stemmi della Casa d’Austria, Spagna e Sicilia, Casa Borbone, Casa Savoia e Casa d’Austria come già detto fino al regno di Carlo V. Il leone nell’araldica siciliana è una fra le armi più ricorrenti. I blasoni delle famiglie nobili lo usarono sia nello scudo che nei supporti; citiamo per esempio lo stemma di Sandoval che si trova nel prospetto principale della Zisa sormontato da due leoni. Il leone compare nello scudo, in parte o per intero, coronato o no ed associato ad altre figure araldiche. Nello stemma di Branciforte il leone è raffigurato con le braccia mozze, la leggenda ci parla delle gesta di un tal Obizzo  valoroso cavaliere che militò sotto Carlo Magno che era con il suo esercito e nel corso della battaglia gli furono mozzate le braccia da cui il cognome Branciforte e l’immagine raffigurata nel blasone. Molto bello anche lo stemma Morizog della settecentesca Villa Ranchibile con due leoni. Quindi il leone è molto usato nell’araldica siciliana. Tornando all’architettura palermitana troviamo i leoni nella fontana di piazza Pretoria che era destinata alla villa di Don Pietro di Toledo e fu impiantata nel 1575 di fronte al Palazzo Senatorio. Nell’altra bella fontana fatta collocare nel 1634 dal vicerè Duca d’Alcalà si trovava nel piano antistante S. Maria di Gesù ed oggi è scomparsa! Nel 700 tornano i leoni a Casa Professa come motivo ornamentale nella decorazione marmorea. Due piccoli leoni realizzati in marmo giallo a Costronovo, poi nella Colonna dell’Immacolata eretta il 13/12/1721 a piazza S.Domenico dove vi sono due piccoli leoni che reggono degli scudi posti su di un basamento che si alterna a quello di due aquile. Quindi leoni ed aquile sono il simbolo dei monumenti palermitani e rappresentano il simbolo del potere della classe dirigente del tempo. Alla fine del 700 i leoni li troviamo negli ingressi dei giardini pubblici.
Infatti due leoni sormontano i pilastri  di Villa Giulia. Inoltre nell’adiacente Orto Botanico 1785 -1795 progettato dall’architetto francese Leondu Fourny troviamo due belle sfingi egizie di marmo del 1792. Inoltre sempre nell’Orto Botanico troviamo una serie di (?) con i segni dello Zodiaco fra cui il leone . Inoltre il leone come segno zodiacale lo troviamo nella meridiana realizzata nella Cattedrale su progetto di Piavi studioso e professore di Astronomia dell’Università di Paleremo. Nell’80 troviamo il leone che sorregge due pilastri di marmo grigio all’ingresso della Favorita in stile neoclassico. Inoltre il Principe  ereditario Francesco aveva acquistato un’ampia tenuta nella contrada di Boccadifalco, ed in questa tenuta borbonica fu costruito un ingresso simile a quello della Favorita con due sfingi egizie di marmo bianco che ancora oggi(?). nell’800 il leone fu il simbolo di molte attività della famiglia Florio , come il famoso Marsala e vi venne riprodotto in una bella scultura opera di Delisi posta al cimitero di S.Maria di Gesù. Infatti quando Vincenzo Florio volle rinnovare la sede della sua attività al Garraffello chiamò lo scultore Quattrocchi e gli fece realizzare una grande insegna raffigurante un leone febbricitante in legno scolpito. Nell’altro leone che si trovava nella Cappella Sepolcrale di famiglia c’è lo stemma della famiglia Lancia o Lanza, che raffigura un leone coronato. Anche la cappella dei baroni Valenti ha inserito un leone rampante che sorregge una colonna d’oro. Alla fine dell’800 troviamo due grandi leoni di bronzo nell’ampia scalinata del Teatro Massimo, quello di sinistra è di Mario Rutelli, quello di destra di (?).
Nel 1889 troviamo due leoni di marmo nella grandiosa villa di Joseph Withaker , opera di Rutelli accovacciati ai piedi della scala che porta al giardino, reggenti lo stemma della famiglia in bronzo. All’ingresso del Palazzo Comunale vi sono dei grandi candelabri di bronzo del Damiani Almeyda sorretti da quattro leoni. Inoltre nella sala di (?) vi sono dei braccioli sormontati da dieci leoni. Negli ultimi anni il leone viene declassato a figura minore e ne ritroviamo solo la testa impiegata come maniglia ornamentale nei palazzi.

simbolo

Doppio Cognome: la nostra identità.

È appena uscito dalla Commissione giustizia del Senato un provvedimento “ monstre” che si spera avrà vita breve ,circa il nome di famiglia ( cognome) , che ci induce a prendere posizione, ed a ripensare sul significato e sulla storia di un istituto plurisecolare strettamente legato alla nostra quotidianità.

Infatti la storia del nome di famiglia, identificativo elemento di ogno compagine familiare e della sua discendenza, è di grande impatto sociologico in quanto di grande interesse sociale.

Secpndo la proposta dei Senatori, i genitori avrebbero 4 possibilità: imporre al figlio il cognome del padre o quello della madre, o ambedue in ordine padre- madre sia in ordine madre-padre. Ma i figli ed i nipoti all’infinito potrebbero fare quindi diverse libere scelte percui il percorso genealogico diverrebbe un libirinto onomastico senza senso perché errato.

Errato perché verrebbe annullato l’antico diritto Romano dello “Iure Sanguinis” della “Gens”: è infatti sbagliato consentire la scelta del cognome in ordine madre-padre perché si perde l’identità e l’unione della famiglia, perché viene a mancare il filo genealogico del ceppo del “pater familias”. Viene così stravolto, con questa sconvolgente proposta che mina la storia di famiglia,il diritto Romano di stirpe.

Sarebbe stato più opportuno, e si spera che la Camera recepisca delle modifiche sostanziali, che si consenta la sola aggiunta del cognome materno solo della prima generazione ( onde evitare il moltiplicarsi dei cognomi), così come è in Spagna, e consentire semmai che solo le figlie femmine possano antepporre il cognome materno a quello paterno in quanto poi da sposate pur mantenendolo, non possa essere trasmesso ai figli. Si esprime pertanto contrarietà sia alla libera scelta di antepporre il cognome materno a quello paterno, nonché in caso di dissaccordo tra i coniugi di consentire di dare il doppio cognome in ordine alfabetico, ma solo di potere aggiungere il cognome materno a quello del padre,anche in caso di disaccordo, perché si potrebbe perdere l’identità genealogica se il cognome materno fosse in ordine alfabetico precedente a quello del padre.

Inoltre consentire questa libera scelta non solo è sconvolgente del diritto di famiglia tradizionale, ma causerà e sarà fonte di certi e sicuri litigi anche giudiziari tra i coniugi, anche in fase di separazione e di futuro divorzio dei genitori, e pertanto non se ne vede l’utilità sociale, anche perché dalla riforma del Diritto di Famiglia del 1974 entrambi i coniugi vedono equiparate le loro funzioni di genitori. Il cognome del padre deve quindi restare obbligatorio per l’identificazione certa di ogni nucleo familiare, cosa che non sarebbe affatto con il citato progetto.

Fin dal Medioevo il cognome è stato l’elemento caratterizzante per distinguersi nella massa della società : “cognomina sunt consequentia rerum”, vale a dire che sul depositario del cognome, che sia , tanto il cognome inventato di Onorevole Scocciammocca ( vedi Totò alias Principe Antonio De Curtis-Paleologo), che quello vero e reale , di un Onorevole del Parlamento attuale dell’Italia Repubblicana, si siano depositati i caratteri distintivi di intere generazioni ed esistenze plurisecolari, influenzate dal loro cognome tant’è vero che nella ripetizione secolare dell’appellativo Onomastico di quel cognome si sia fissato come un marchio di fabbrica, l’indizio di un indole e di una personalità, in modo che l’individuo fenomenico coincida con la sua astrazione con il potenziale significato evocato dal patronimico- cognome di famiglia.I cognomi sono pertanto un marchio, sia infamante che esaltante, un marchio ed un segno ( signum), che possono avere ascendenze antiche araldiche, altoborghesi e plebee, ricollegandosi a tutte le classi sociali, non solo economiche.

Nel Medioevo persa la tradizione romana di individuare con nomi diversi l’individuo e la sua “gens” di appartenenza ( vedi Giulio Cesare- gens Julia) , l’individuo era generalmente identificato con un nome imposto al momento del Battesimo , cognome identificativo di un mestiere, quello del padre ( fabbro, alias Fabbri o Calzolaio vedi Zapatero) , ovvero in società poco strutturate e con popolazioni disperse in modesti insediamenti, col cognome identificativo del luogo di origine: vedi Salemi, Pisa, Savona eccccc…questo sistema viene cambiato perché non più utile, verso l’anno 1000 quando la società cresce demograficamente nonché economicamente e culturalmente: occorre quindi identificare in maniera non ewquuivoca le persone applicando delle norme giuridiche affinchè siano certi i passaggi di proprietà e gli atti di successione e possa così funzionare l’amministrazione e siano certe le transazioni economiche e la Giustizia, ciò vale soprattutto quando le omonimie sono molto frequenti come nell’Italia post-unitaria del 1861, necessità assoluta man mano che cresce la popolazione nei centri urbani. Omonimie che sono molto diffuse anche nell’attuale società italiana.

Dal Medioevo e per tutti i secoli del’ 400-500-600-700 fino al 1806, anno dell’abolizione del Feudalesimo , un lungo processo si diffonde in modo graduale e lentamente nell’arco di un millennio: nelle classi aristocratiche si diffonde la volontà di affermare l’identità della discendenza con un cognome che sia fisso e non con una errata successione genealogica di individui non legati dallo stessso diritto di sangue ( iure sanguinis).

Questi sono identificati da un nome di Battesimo e da un cognome che convoglia l’ascendenza e si perpetui alla discendenza “ ad infinituum” in perpetuo al fine di identificare la famiglia di appartenenza per certa trasmissibilità in via ereditaria. E ciò sia in presenza del Diritto Feudale prima del 1806-1812 , dove i titoli nobiliari avevano riconoscimento legale, ma anche dopo il 1812 con le monarchie costituzionali e le repubbliche. Nell’Europa del nord l’utilizzo di un cognome patronimico stabile e permanente si afferma nel 18° secolo solamente mentre in Italia in Piemonte, nelle Venezie ed in Toscana l’uso di cognomi diventa frequente fin dall’11° secolo tra le grandi famiglie urbane di origine feudale. Prima vi fù una diffusione nei ceti elitari sia signorili che borghesi che mercantili, successivamente la diffusione si ebbe negli altri ceti, nel volgo e nei contadini, la diffusione del cognome come tante altre innovazioni sociali si ebbe prima nelle città che nelle campagne.

Con il concilio di Trento si sancisce l’obbligo della tenuta dei registri parrochiali per iscrivere i battesimi, i matrimoni e le sepolture, e ciò dette una notevole spinta alla diffusione dei cognomi anche se in cete diocesi , come a Perugia questi si affermano solo nell aseconda metà dell’1600 in epoca Napoleonica e con il nuovo codice Napoleonico il cognome ereditario stabile, diventa un obbligo in tutta Europa. In Italia a seconda delle variazioni lessicali o di processi migratori, viè una grande varietà di cognomi. Dal punta di vista genetico e genealogico i cognomi stabili sono una sorta di marcatore genetico che ha consentito importanti studi di genetica delle popolazioni. Si potrebbe oggi cinicamente affermare che tutti i neonati ricevono subito il codice fiscale dopo il primo vagito, per cui quale sarebbe la ragione di attaccarsi all’idea di un cognome quando è possibile creare oggi alcune sigle, come su Internet, ( nickname), che permette ad ognuno di identificarsi come meglio crede. Ma anche sotto quest’ottica la legge-mostro propostaci non può essere tollerata perché occorre dare un senso all’identificazione della discendenza familiare che deve essere certa per sottolinearne la continuità o affermare l’appartenenza, che con il sistema proposto così complicato, verrebbe compromessa.

Poiché oggi la legge consente alla donna sposata di conservare il suo cognome, si spera che la legge , con saggezza disponga che ai figli vengano trasmessi com’è giusto entrambi i cognomi, ma con un ordine stabile e fisso, in cui il cognome paterno preceda sempre quello materno; così com’è previsto dalle legislazioni Spagnole, dove il primo posto và sempre al cognome del pater familias com’è tradizione dei fieri Castigliani e dei bellicosi Catalani.

Fabio Scannapieco-Capece Minutolo, Perito in Genealogia ed Araldica al Tribunale di Palermo.

Le Origini della cavalleria

Per comprendere il fenomeno della cavalleria bisogna tenere conto ch'essa, prima di essere una istituzione storicamente riscontrabile, fu un'idea, fondata sulla pratica di alcuni comportamenti essenziali, attinenti a valori quali l'amicizia, la lealtà verso i propri stessi nemici, il rispetto per la parola data, la pietà verso l'avversario battuto sul campo, la protezione dei deboli e la solidarietà verso il “popolo di Dio” - cioè l'umanità intera - nella sua globalità. Innestandosi su questo tessuto di valori la fedeltà verso un signore o una fratellanza d'armi, si ebbe l'istituzionalizzazione della cavalleria e il suo ordinamento, quindi l'inizio della fase storica.

La sovrapposizione o l'affiancamento della spiritualità religiosa a tali legami, con l'obbligo di difendere la fede contro qualsiasi nemico, completarono la sintesi di quelli che potremmo definire i caratteri essenziali della cavalleria. Ai quali se ne aggiunsero via via degli altri, determinati dalla contingenza storica e locale, man mano che gli ordini proliferarono in Europa e altrove. Per accedere alla comunità cavalleresca era richiesta una iniziazione complessa, una vera e propria investitura spirituale, che comportava il superamento di prove volte a sondare la volontà (e la capacità) di adempiere agli obblighi che la condizione di cavaliere comportava. Tale investitura poteva avvenire sul campo, da parte del signore o di un capo rappresentativo della sua autorità, di fronte a manifestazioni di generosità e di coraggio che già di per se stesse corrispondevano al superamento delle prove altrimenti previste. Avveniva però il più delle volte presso la corte del signore che il cavaliere si accingeva a servire, a conclusione - come vedremo - di un tirocinio iniziato fin dall'adolescenza.

Origini leggendarie Le origini della cavalleria sono leggendarie, ma la leggenda esprime in termini fantastici una realtà primordiale attendibile, in qualche modo riconducibile all'oscurità di un'età remota. Ne parla in questi termini il catalano Ramon Llull (Raimondo Lullo, mistico e filosofo, denominato nella società colta medievale “Doctor illuminatus”) nel suo Libro dell'Ordine della Cavalleria, trattato allegorico e dottrinale sulle idealità cavalleresche nella loro accezione spirituale più estesa. Vi fu in origine, scrive Lullo, un evo barbaro, nel corso del quale “scomparvero dal mondo la lealtà, la solidarietà, la verità e la giustizia", per cui “dilagarono slealtà, inimicizia, ingiuria e falsità, provocando errore e disordine nel popolo di Dio”.

Fu necessario allora restaurare la giustizia perduta “attraverso il timore”, e perché ciò potesse avvenire “tutto il popolo fu diviso per migliaia, e da ogni mille ne fu scelto uno che si distinguesse dagli altri per gentilezza d'animo, lealtà, saggezza e forza”. A quest'uomo così straordinario, in grado di prevalere su tutti per nobiltà, coraggio, tenacia e devozione ai suoi principi, fu dato per compagno quello che “tra tutti gli animali è il più bello, il più veloce, il più pronto ad affrontare qualsiasi sacrificio, il più adatto a servire l'uomo”, cioè il cavallo. “E per questo”, conclude Lullo, “fu detto cavaliere.”

IL “MISTERO” DELLA CAVALLERIA

Ricorre spesso nella letteratura cavalleresca, e più che altro negli studi intorno all'esoterismo della cavalleria, il cenno al “mistero” ch'essa sottintende. Non esiste tuttavia un'opera che, al di là delle più fantastiche divagazioni, spieghi in che cosa questo consista. Perché? Perché, come tutti i misteri esoterici, sostengono quanti se ne sono finora occupati, esso non è rivelabile. Non perché segreto. Non è rivelabile perché non è comprensibile a chi non lo conosce per esperienza diretta.Tentare di parlarne, da parte di chi ne ha nozione, sarebbe come voler descrivere il sapore di un'arancia a chi non l'ha mai gustato. Il mistero della cavalleria, dunque, se non lo si vuole ridurre semplicisticamente a un'asettica cognizione storica, è conoscibile soltanto attraverso una percezione naturale dei principi che esprime.

Il che appare tanto più ermetico se si considera che si tratta, come si è visto, di principi tutto sommato elementari, accessibili a chiunque per la loro rispondenza - almeno teorica - a comuni criteri di carità e amore, fedeltà, altruismo, mai divenuti desueti anche se spesso disattesi. In quest'ottica la lettura del fenomeno cavalleresco conserva una sua straordinaria attualità, dovuta alla sopravvivenza dei valori che ne caratterizzarono il decorso, e che nessuna rivoluzione, nessun sommovimento della storia ha mai rimosso, di fatto, dall'immaginario popolare. Su questo aspetto della cavalleria si è soffermato in epoca tutto sommato recente (1930) lo storico francese Victor Emile Michelet, che nel libro Il segreto della cavalleria ne rivendica appunto l'attualità. La sua tesi è che “questo mondo sprofonderebbe il giorno in cui non producesse più un cavaliere”. Completa l'assunto una digressione sul valore metaforico della Grande Avventura, con riferimento esplicito alla ricerca del Graal in quanto simbolo di tutto quello che di bene c'è al mondo, quintessenza appunto dello spirito della cavalleria. “Re Artù non è morto”, scrive Michelet. “Vive nell'isola di Avalon, sempre atteso dai Bretoni, con la spada Excalibur al fianco. Nemmeno Merlino è morto. Dorme il suo sonno nella foresta di Brocelandia, nella selva di Paimpont. La sua arpa è nascosta nella grotta di Fingal, in Scozia.

Quando verrà l'Anticristo a tentare la conquista del Santo Graal, Artù e Merlino si risveglieranno per difendere il vaso sublime.” Anche se è molto improbabile che la sacra coppa possa trovarsi ancora tra noi, conclude questo fine esegeta dell'ermetismo cavalleresco, poiché “quando nessun mortale è più degno di possederlo, il Graal abbandona la terra e risale al cielo, dove rimane sorretto dalle mani degli angeli”.

Si può capire quali divagazioni letterarie possano essere scaturite nei secoli da tali suggestioni. Si tratta con ogni evidenza delle medesime sollecitazioni sulla spinta delle quali Cervantes edifica la geniale follia di Don Chisciotte, Ariosto resuscita il mito dell'alato Ippogrifo per condurre Astolfo sulla luna, Cirano affronta da solo cento uomini armati alla Porta di Nésie. E' tuttavia sintomatico, ai fini di quanto si è detto sull'attualità dei valori cavallereschi, il modo in cui si pone nei loro confronti uno scrittore non certo sospetto di cedimenti allo spirito della fiaba, come l'americano John Steinbeck, premio Nobel per la letteratura, che così sintetizza in Gesta di re Artù e dei suoi nobili cavalieri il senso dell'iniziazione alla Tavola Rotonda: “Giurarono di non ricorrere mai alla violenza senza un giusto scopo, di non abbassarsi mai all'assassinio e al tradimento.

Giurarono sul loro onore di non negare mai misericordia a chi ne facesse richiesta, e di proteggere fanciulle, gentildonne e vedove, facendone valere i diritti senza mai sottoporle alla loro lussuria. E promisero di non battersi mai per una causa ingiusta o per vantaggi personali. Questo giuramento pronunciarono i cavalieri tutti della Tavola Rotonda, e ad ogni Pentecoste lo rinnovarono”.

LA TAVOLA ROTONDA

Al primo posto nella leggenda cavalleresca, ben lontana da qualsiasi riscontro storico, c'è la Tavola Rotonda, collocata dagli studiosi di araldica “tra gli ordini falsi o supposti” (Lucio Cappelletti, Gli ordini cavallereschi). Non sono mancati, tuttavia, tra ricercatori e cronisti d'ogni tempo, coloro che hanno tentato di dare fondamento storico alla sua esistenza. Scrive il monaco Pierre Helyot, noto anche come il Père Hippolyte, nella sua monumentale storia della cavalleria (otto volumi) che “un ordine militare chiamato della Tavola Rotonda fu istituito nell'anno 516 dal famoso Artù, re favoloso d'Inghilterra, il quale creò cavalieri di detto ordine ventiquattro signori della sua corte, che in certi dati giorni mangiavano insieme con lui ad una tavola rotonda”. Una falsa tavola rotonda, realizzata in età indefinibile, è oggi esposta al castello di Winchester come attrazione turistica. Escludendo comunque che sia mai esistito un ordine della Tavola Rotonda, resta in piedi per altri storici l'ipotesi che tale denominazione indicasse in epoca remota “una sorta di singolar tenzone, al termine della quale i partecipanti si recavano a cenare in casa di colui che aveva organizzato la pugna, assidendosi a una tavola rotonda”. Non si trattava, evidentemente, di un duello all'ultimo sangue. Ma è chiaro che i miti cavallereschi, sia pure riferiti in certi casi a un contesto storico reale, non possono essere analizzati secondo i criteri della storiografia corrente.

Che Artù e i suoi cavalieri siano realmente esistiti oppure no, che Lancillotto abbia davvero spasimato d'amore per Ginevra o che Parsifal abbia messo in gioco la propria purezza per ritrovare la sacra coppa del Graal, è dei tutto irrilevante al fine di comprendere ciò che la leggenda della Tavola Rotonda storicamente dimostra. In altre parole, la leggenda colma il vuoto storico di un'età oscura, fornendo un supporto immaginario alla carenza di dati reali, quanto basta per poter ricostruire un quadro attendibile di eventi e personaggi condizionati nei loro comportamenti da regole ben definite, corrispondenti a una precisa gerarchia di valori. A questi valori va rapportato il segreto dell'iniziazione cavalleresca, che comportava l'annientamento dell'individuo e la sua rinascita in funzione di un ruolo eroico superiore, secondo cerimoniali che rinnovavano nei loro tratti essenziali i grandi riti di ammissione all'età adulta (o all'esercizio della caccia, della guerra, della magia) nelle società primitive.

L'EDEN DEI CAVALIERI

La percezione del “mistero” significava per il nuovo cavaliere una “reintegrazione dello stato edenico primitivo”, come scrive l'antropologa Dominique Viseux nel suo saggio su L'iniziazione cavalleresca nella leggenda arturiana, o ancora più specificamente il conseguimento di “uno stato che si può qualificare come androgino, corrispondente all'unione delle due Nature”. In quest'ottica, il sirnbolismo della Dama da ricercare per completare la propria identità è indispensabile alla comprensione dell'iniziazione cavalleresca. L'accesso all'anima e al castello della Dama comporta il superamento di prove inaudite. Ma questo non è che l'inizio di un percorso spirituale, contrassegnato da ulteriori più complesse prove, a conclusione del quale c'è il compimento dell'impresa definitiva ed assoluta, identificabile per i cavalieri della Tavola Rotonda nella ricerca del Graal. Il cavaliere, dunque, nel corso di questo suo itinerario dovrà misurarsi con due ordini di misteri, che gli esoteristi distinguono in Piccoli e Grandi Misteri.

I primi sono quelli connessi all'esercizio dell'azione, per il quale è sufficiente l'investitura cavalleresca; i secondi riguardano la pratica della contemplazione, per la quale è necessaria una più elevata iniziazione sacerdotale. Ed è attraverso quest'ultimo passaggio iniziatico che si compie il destino autentico del cavaliere, ponendolo in gara con gli altri per il conseguimento della perfezione. C'è un posto vuoto alla tavola di Artù, alla sua destra, riservato a quel cavaliere che eccellerà su tutti per doti spirituali oltre che per il primato nell'azione. E detto “seggio periglioso”, ma non per i pericoli che l'impresa comporta, bensì per quelli che possono derivare dalla sua realizzazione, per orgoglio e vanità. Per questo il “seggio periglioso” è detto anche “seggio di Giuda”, esponendo chi conquistasse il diritto di sedervi al rischio di tradire le proprie idealità.

E questa la lezione più nitida che si può trarre dalla leggenda di Artù e dei suoi eroi visionari, perennemente in armi per la realizzazione di un sogno, perennemente in procinto di farcela, perennemente sconfitti alla soglia del compimento dalla loro umana imperfezione. Che nemmeno l'illusione mistica dei Graal, forse perché generata anch'essa dall'ambizione di poterlo possedere, è in grado di sanare. Quali protagonisti della cavalleria leggendaria, i gentiluomini della Tavola Rotonda per la storia non esistono se non in quanto fantasmi di un ordine “falso o supposto”. Sono presenti però, come pochi altri, questi signori della cavalleria inesistente con le loro donne, nel grande libro della poesia universale. Li definisce Francesco Petrarca “quei che le carte empion di sogni”. Nel suo Trionfo dell'amore la parola “errante” (cavaliere) fa rima con “amante”.

I PALADINI

Il passaggio dalla leggenda alla storia lo segnano i paladini di Carlo Magno. Se si volesse stabilire una data di trapasso dal mito alla realtà la si dovrebbe individuare nella notte di Natale dell'800, allorquando Carlo Magno cinge con la benedizione del pontefice Leone III la corona di sacro romano imperatore. Solo a quel punto la cavalleria esce dal sogno, e tutto quello ch'era stato retaggio di fiaba diventa materia storica.

Non ci sono più per i paladini di Francia draghi da sconfiggere, dame da proteggere, incantesimi da sciogliere, ippogrifi da cavalcare per potersi inerpicare fino ai reami della luna, ma solo città da espugnare o da difendere, territori sconfinati da controllare. In nome della “santa causa” di sempre, è vero, ma anche di interessi che ormai non hanno più niente a che fare con le originarie illusioni. Sono passati ventidue anni, alla data in cui Carlo Magno diventa imperatore, dal disastro di Roncisvalle. Le gesta di Rolando ed Olivieri non sono più che una pallida memoria, un pretesto di poesia, che non trova ragione di esistere, se non in quanto citazione marginale, nel freddo contesto storico dei fatti. La storia non è generosa quanto la fiaba.

Per la fiaba, i paladini rappresentano la gloria che onora le insegne di Carlo: Rolando ed Olivieri primi tra tutti, poi Berengario, Ottone, Gerino, Ivo, Ivorio, Gerieri, Ansegi, Sansone, Gerardo ed Engelieri sono i dodici eroi che il sovrano considera suoi pari ed ai quali affida in ogni circostanza il proprio stesso destino. Per la storia, non sono che la milizia personale del re, i cui membri vengono di volta in volta ricompensati per i propri servigi con cariche politiche e feudi. Rolando, per la storia, non è che il prefetto della Marca di Bretagna sotto Carlo Magno, destinato a morire nella gola di Roncisvalle (778) in un'irnboscata tesagli da predoni baschi. La leggenda, poi, trasformerà i baschi in saraceni, dato che in effetti Rolando comandava la retroguardia franca di ritorno da una infruttuosa spedizione contro i principati arabi della Spagna settentrionale.

L'evento, considerato irrilevante dagli storici, è riportato negli Annales royales e nella Vita Karoli di Eginardo, biografo e confidente di Carlo Magno, che furono la fonte della Chanson de Roland e di altre “canzoni di gesta”. Diversamente dalla fiaba, la storia è impietosa con la cavalleria di Carlo, evidenziando la futilità delle leggende fiorite intorno ad essa. Quel che conta è la realizzazione dei sogno imperiale di Carlo, connotato fin dalle origini da una insolita spirituale grandezza. “Il fatto è che l'impero non è un regime politico ma un ideale”, spiega Jean Calmette nel suo saggio sul mondo feudale. “Significa l'unità dell'Occidente sotto un sovrano che esercita i pieni poteri temporali nell'interesse della repubblica cristiana. Una duplice delega divina aleggia sui fedeli... li papa e l'imperatore sono al vertice della gerarchia che presiede ai destini dei corpi e delle anime.” L'impero è la Città di Dio.

L'imperatore, per l'unzione del papa, è l'espressione terrena della visione politica agostiniana, il difensore ufficiale della fede, l'“avvocato”, il protettore riconosciuto della Chiesa. E' il detentore, in breve, del ruolo che tre secoli dopo assumerà Goffredo di Buglione dopo la conquista di Gerusalemme, prediligendo la qualifica di “avvocato dei Santo Sepolcro” a quella di re. E fatale che, al momento stesso in cui Carlo assume un ruolo storico definito, Rolando e gli altri paladini si ritraggano nelle nebbie del mito. Se la cavalleria diventa storia, ai suoi eroi non resta che rifugiarsi nella favola.

Ed attraverso la favola sopravvivono le loro gesta, intessute di fede temeraria e di evanescente purezza, ma anche di visioni inesplicabili e di passioni tormentose. Ne danno trepida testimonianza i quattromila endecasillabi della Chanson de Roland e l'intero cielo carolingio. La morte di Rolando - e il dialogo sul campo di battaglia con Olivieri, che l'esorta a desistere dal suo inutile orgoglio ed evitare un massacro chiedendo soccorso al re - è tra le fantasie più struggenti che l'immaginario cavalleresco abbia mai prodotto in letteratura.

ORIGINI STORICHE

Le origini storiche della cavalleria sono sicuramente barbariche, riconducibili all'Europa cristiana e druidica. Non esistono nel mondo antico precedenti rapportabili allo spirito e alle funzioni della cavalleria medievale, anche se in Grecia è presente fin dal VI secolo avanti Cristo una classe politica e sociale denominata ad Atene degli eupatridi, poi detti con la costituzione di Solone ippeis, cioè cavalieri, comprensiva di quei cittadini che per le loro condizioni economiche potevano permettersi il rnantenimento di un cavallo. Erano dunque cavalieri, perché in grado di servirsi anche in guerra del cavallo, anche se principalmente come mezzo di trasporto, gli esponenti di una casta ricca, prevalente anche politicamente sui ceti meno abbienti.

Con il decadere della monarchia nella civiltà ellenica, infatti, furono appunto costoro a prendere il potere attraverso la costituzione di governi oligarchici. Anche a Roma, dove la forza dell'ìmpero è nella poderosa macchina delle legioni appiedate, l'uso militare del cavallo è sporadico, e per lo più limitato afl'azione di mercenari reclutati tra le tribù barbariche assoggettate. Sono denonúnati equites, cavalieri, i cittadini appartenenti - come in Grecia - ad una classe ricca, in grado dunque di potersi concedere il lusso del cavallo. Requisiti essenziali per essere ammessi all'Ordine equestre erano un censo non inferiore ai quattrocentomila sesterzi e l'appartenenza ad una famiglia, se non patrizia, almeno “ingenua”, cioè libera da qualsiasi vincolo di servitù. Come gli ippeis greci, dunque, gli equites romani non sono niente di più di una categoria anagrafica, con importanti prerogative sociali e anche politiche.

In breve, i cavalieri costituiscono a Roma una classe distinta dalla plebe ma contrapposta a quella senatore. Prevalgono tra i senatori i grandi proprietari terrieri, mentre gli equites detengono il controllo del capitale mobiliare attraverso attività commerciali e finanziarie. Gli uni e gli altri godono di speciali privilegi, hanno diritto a posti riservati a teatro, i cosiddetti proedria, e si fregiano di un anello d'oro che ne contraddistingue il rango.

L'EROE BARBARO

Solo per gradi, con il crollo dell'impero e l'incedere dei costumi barbarici, il titolo di eques o di caballatius andò distaccandosi dall'originaria connotazione anagrafica per indicare un combattente. Non venne meno, tuttavia, l'attribuzione di nobiltà che il ruolo comportava, essendo il combattimento a cavallo segno di distinzione, data la spesa che comportava il mantenimento della bestia e dello scudiero, nonché la particolarità delle armi e dell'addestramento. L'evolversi delle tecniche determinato dall'arrivo in Occidente dei ferro di cavallo, della sella e della staffa, del tutto sconosciute ai romani ed invece familiari ai popoli nomadi dell'Asia centrale, determina a partire dal IV secolo una riscoperta decisiva dei ruolo del combattimento a cavallo. Se ne hanno i primi segni con le grandi invasioni dei goti e degli alani.

Per Bisanzio l'adozione delle nuove tecniche determina una vera e propria rivoluzione nell'arte militare. Allo stesso modo gli arabi conferiscono alla cavalleria un ruolo primario nei loro schierainenti. Ma non basta essere un guerriero a cavallo per potersi chiamare cavaliere. Gli unni non hanno rivali nella razzia e nel combattimento a cavallo, ma non sono cavalieri. L'orda vive in totale promiscuità con la bestia: gli uomini mangiano, dormono, vivono in sella, tanto che un cronista dell'epoca li scambiò per centauri.

Eppure non sono cavalieri. Franchi e longobardi cominciano in qualche modo a proporre sulla scena della storia l'immagine - non l'idea, solo l'immagine - del cavaliere. Si fa avanti con essi un indefinibile guerriero che, oltre ad essere una temibile unità da guerra, è tale in ragione di certe regole inviolabili, dalle quali non può derogare. La sua intera esistenza ne è condizionata.

Questo nuovo strano soldato, che affiora da brume protostoriche, è rozzo e violento, idealmente confuso da un paganesimo ormai logoro, eppure consapevole dell'uso cui è destinata la propria spada in quanto vincolato da un rapporto di totale fedeltà verso il signore cui deve l'investitura delle armi. Al punto che “non v'è nulla di più turpe e spregevole”, riporta fin dal primo secolo Tacito nel dare conto dell'ordine tribale germanico, “che sopravvivere al proprio capo caduto in battaglia”. Ciò spiega la compattezza della conversione cristiana di interi eserciti barbari all'unisono con il proprio re, come nel caso dell'armata franca di Clodoveo dopo la vittoria sugli alamanni nel 495 a Tolbiac.

IL NUOVO SOLDATO CRISTIANO

L'accettazione del credo cristiano da parte di questi tremendi guerrieri ne ingentilisce il ruolo attraverso nuove forme d'iniziazione, che conferiscono allo stato di fatto un accredito ideale oltre che istituzionale. Attraverso le regole che impone il rituale cristiano, in altre parole, il cavaliere smette di essere strumento di un signore per diventare strumento di un'idea. Cambiano quindi i valori cui deve sottostare la spada dei cavaliere, che non sono più quelli della cieca servitù, ma di una luminosa causa che sfugge, per il suo spessore ideale, a qualsiasi parametro terreno.

In breve, il cavaliere barbarico di un tempo, spiritualmente dirozzato dalla rivelazione evangelica, diventa milite della solidarietà e della speranza, sia pure condizionato dalla rigida ipoteca dell'investitura ecclesiastica. Non lascia dubbi in tal senso il Pontificale romanum nel sancire che la benedizione alla spada del nuovo cavaliere dev'essere impartita “affinché non danneggi ingiustamente alcuno e difenda quanto vi è di giusto e di retto”. Più specificamente, nel Pontificale di sant'Albano di Magonza è previsto che la benedizione sia impartita all'arma perchè “essa si elevi a difesa delle chiese, delle vedove, degli orfani e di tutti i servi di Dio contro il flagello dei pagani”.

Su questo terreno si pongono le basi definitive dell'ordine cavalleresco nella sua generalità. La nuova società che il cavaliere è chiamato per disciplina a difendere è la stessa nella quale operano i grandi operai dell'Occidente, costruttori di cattedrali, monaci e copiatori di manoscritti, archivisti della conoscenza perduta. Per adempiere il compito che i nuovi scenari gli impongono, l'antico guerriero deve rinunciare all'errante solitudine delle sue saghe originarie, diventando capo o gregario, ma comunque in- serito in una rigida compagine militare.

Lo farà, senza rinunciare alla sua naturale vocazione per l'avventura, finalizzata però alla realizzazione di un progetto storico complesso, nel quale l'estro individuale dovrà sempre più coniugarsi con l'iniziativa comune. Fu così che la cavalleria divenne quel che Leone Gautier definisce “la forma cristiana della condizione militare”, traendone la conclusione che “il cavaliere è il soldato cristiano” (La Cavalleria, 1891).

L'ORDINE FEUDALE

L'inquadramento del cavaliere in un ordine sociale articolato su più componenti ed il suo impiego militare nell'ambito di eserciti organizzati non ridimensionarono il problema dei costi, già sensibile a livello individuale. Veri e propri reparti di cavalleria potevano essere allineati solo da ricchi proprietari terrieri, e questo spiega perché il cavaliere medievale trovi nel feudalesimo la sua collocazione naturale.

Ciò non impedi a molti gentiluomini, tuttavia, di scendere in campo autonomamente, investendo le proprie risorse in imprese di vasto respiro, come la crociata, senza collocarsi sotto la bandiera di una specifica nazione o casata. Si trattava per lo più di giovani dalle risorse esigue, nonostante la loro nobile origine, che si univano ad altri cavalieri di uguale condizione mediante veri e propri contratti, che li impegnavano a dividere oneri e profitti dell'impresa.

Nascevano così delle società di proporzioni assai ridotte, piccole confraternita con finalità di guerra e di ricavo economico, dotate di proprie insegne e gerar- chie. Si trattava in breve di organismi che riproducevano su scala minima fa struttura dei grandi ordini cavallereschi, nei quali l'elemento idealistico appariva strettamente connesse alle finalità pratiche da conseguire. Gli annali della cavalleria ne ricordano diversi, prevalentemente in Francia, quali il Tiercelet nel Poitou, la Pomme d'Or in Alvernia e la Compagnia di San Giorgio nel Rougemont

LE CROCIATE

Se l'Europa feudale fu la culla della cavalleria, le crociate ne furono il banco di prova. Anche se la partecipazione di contingenti a cavallo fu quantitativamente limitata - si calcola che i cavalieri sotto le insegne cristiane alla prima crociata non furono più di duemilacinquecento, forse tremila - ad essi toccò in ogni caso, per fama e grandezza delle imprese compiute, il ruolo di protagonisti delle operazioni che portarono alla nascita degli Stati latini in Terrasanta, comprensivi del regno di Gerusalernme, del principato di Antiochia, delle contee di Edessa e di Tiro, oltre ad innumerevoli altri terri- tori, variamente amministrato da signori feudali, compagnie commerciali, ordini religiosi e militari. In Terrasanta In questo contesto nacquero e raggiunsero la loro maggiore fortuna i grandi ordini cavallereschi degli ospitalieri, dei templari e dei teutonici.

La cui storia si distingue da quella degli altri ordini proliferati nel corso delle crociate - a cominciare da quello più che mai prestigioso del Santo Sepolcro, fondato da Goffredo di Buglione e tuttora esistente sotto l'autorità del Vaticano - per le loro prerogative istituzionali, che garantivano un'autonomia talmente vasta da farne dei veri e propri Stati sovrani.

GLI OSPITALIERI

Il primo dei grandi ordini cavallereschi sorti in funzione delle crociate fu quello degli ospitalieri di San Giovanni, oggi cavalieri di Malta, praticamente il solo che sia giunto fino a noi conservando intatte tutte le prerogative di sovranità, personalità giuridica internazionale, autonomia economica e guarentigie diplomatiche. Le origini dell'idea ospitaliera, sulla quale si costituiranno in seguito numerosi ordini cavallereschi, sono antecedenti alla prima crociata. Molto prima che Goffredo di Buglione mettesse piede in Terrasanta, i mercanti amalfitani erano riusciti ad ottenere dal califfo fatimita d'Egitto - pagando un tributo annuo - il permesso di edificare in Gerusalemme una chiesa e un ospedale, luogo di asilo e di assistenza per i pellegrini.

L'ospedale è in piena funzione, sotto la direzione di un monaco amalfitano, alla data della conquista e della successiva costituzione dei regno latino di Gerusalemme, retto da Goffredo di Buglione. Il monaco si chiama Gerardo de' Sasso (o di Tune, secondo altre fonti) ed è in odore di santità per essere prodigiosamente scampato alla pena capitale, avendolo i musulmani accusato di avere lanciato pane ai crociati affamati dalle mura durante l'assedio. La gente lo chiama il Beato Gerardo. Sarà lui ad istitu- zionalizzare la mansione di soccorso ai pellegrini costituendo una confraternita religiosa (1099) che chiama Ordine ospitaliero di San Giovanni in Gerusalemme.

Non basta però prendersi cura dei pellegrini; bisogna proteggerli dalla furia dei saraceni. Così, nel giro di venti anni, da uomini di carità e di fede quali erano, gli ospitalieri diventano guerrieri. E' il successore dei Beato Gerardo, fra'Raimondo du Puy, secondo gran maestro, a trasformare l'Ordine in un'organizzazione militare. Acquista consistenza storica in tal modo la figura del frate cavaliere, dei monaco soldato, anomalia cristiana che scaturisce dalle contingenze della “guerra santa” in outremer, come le genti d'Europa chiamano gli sconfinati territori che si estendono dalle coste nordafricane, oltre la Palestina e la Siria, su per il Libano e la Persia, fin dove le conoscenze geografiche consentono all'immaginazione di spaziare.

Gli ospitalieri non sono soli. Altri monaci guerrieri si costituiscono in milizia sotto le insegne templari, teutoniche, gerosolimitane dei Santo Sepolcro. Ci sarà sempre un'aspra rivalità tra loro, ma anche un'eroica solidarietà quando si tratterà di affrontare il nemico in proporzioni talvolta di uno a cento. Considerate le loro origini, i cavalieri di San Giovanni adottano come insegna la croce amalfitana ad otto punte, che simbolizzano tra l'altro le beatitudini della fede. Lo stendardo è rosso, la croce bianca. I mantelli sono neri. Ben presto gli arabi, dopo averne conosciuto l'impeto in battaglia, li chiameranno con reve renziale timore gli “uomini neri”, così come chiameranno i templari “diavoli bianchi”. La loro fama assume proporzioni leggendarie, al pari di quella dei templari.

Ed è significativo che perfino il Saladino, avversario generoso e leale, propenso a fare grazia della vita ai cristiani catturati sul campo, poneva senza esitazione a morte templari e ospitalieri. Ne diede una crudele prova ad Hattin, dopo la disastrosa sconfitta crociata del 1187, facendone impalare o trucidare in altro snodo atroce oltre duecento. Il 1187 è l'anno tragico della caduta di Gerusalemine, che segna il primo decisivo rovesciamento di una situazione favorevole ai cristiani, che aveva permesso loro d'impadronirsi di territori sconfinati e inestimabili tesori. Gli ospitalieri si sacrificheranno in massa per difendere le mura e la chiamano gli arabi. Ed anche fra' maestro dell'Ordine, cadrà combattendo contro le orde del Saladino.

Non è il primo né sarà l'ultimo dei principi ospitalieri rimasti sul campo. L'illusione del Santo Sepolcro va sgretolandosi come le pietre delle torri atterrate. Gerusalernme sarà ripresa, poi definitivamente perduta nel 1244. Restano tuttavia da difendere gli altri principati latini d'oltremare e le loro genti. Se il regno di Gerusalemme è caduto, c'è ancora quello di Antiochia, i principati di Tiro e di Edessa, la contea di Tripoli, la fiorente Giaffa e il prezioso approdo di San Giovanni d'Acri. Ospitalieri, teutonici e templari presidiano la smisurata frontiera, resistendo alla morsa musulmana mediante sanguinose sortite da munitissimi castelli che dominano i punti nevralgici dei territorio. Ma nel 1271 la più leggendaria di queste fortezze, l'immenso Krak dei cavalieri, tenuto dagli ospitalieri, cade. Per edificare l'imprendibile Krak erano state sterrate intere montagne, enormi monoliti frantumati, abbattuti e trasformati templi in cave di pietra.

La sua perdita e lo sterminio dell'intera guarnigione ospitaliera seminano il panico nella cristianità. Ma dall'Europa non giungono soccorsi. I cavalieri di Terrasanta sono sempre più soli, mentre la morsa musulmana va irrimediabilmente stringendosi. Cadono Giaffa, Tripoli, Antiochia e la roccaforte di Margat, considerata imprendibile anch'essa. A venti anni dal disastro del Krak l'annientamento dei dominio cristiano in outremer può dirsi compiuto. Poche centinaia di ospitalieri, templari e teutonici, appoggiati da evanescenti milizie genovesi, si arroccano ad Acri, sulla costa, per permettere alla popolazione superstite d'imbarcarsi per l'Europa. Resistono oltre un mese contro centosessantamila saraceni provenienti dall'Egitto e dalla Siria, respingendo l'orda fino a quando l'ultima donna cristiana è in salvo sull'ultima nave. Nessuno dei difensori di Acri cade in mano al nemico. Ridotti a poche decine, si raggruppano su di un'unica torre, che crolla sotto l'urto degli attaccanti, seppellendoli insieme.

Il gran maestro degli ospitalieri Giovanni de Villiers è tra i superstiti imbarcati sulle navi perché feriti e inabili al combattimento. Porta le sue insegne a Cipro, dove s'insedia provvisoriamente. Bastano pochi anni per riorganizzare l'Ordine e renderlo pronto, sotto il profilo sia militare che spirituale, a riprendere la sua guerra contro l'Islam. Lo scenario non è più il deserto, non più le rocce dei valichi libanesi, ma il mare. La prima conquista degli ospitalieri tornati in armi è l'isola di Rodi, dove si stabiliscono in forze. Avvalendosi poi della consulenza di esperti navigatori ed architetti navali genovesi, approntano una flotta di agili galere dall'elegante profilo di lame galleggianti, con le quali s'impossessano di Lero, Cos, Nisiro, Calchi, Limonia, Casteirosso e numerose altre isole dell'Egeo.

Le fortune dei cavalieri di San Giovanni, divenuti ora di Rodi, sono da questo momento affidate al mare, sia per quanto riguarda i commerci che per quella che rimane la loro crociata permanente, rivolta soprattutto a contrastare la marineria turca e la pirateria barbaresca. L'Ordine può a tutti gli effetti considerarsi, in questa fase della sua storia, una repubblica marinara aristocratica (ai cavalieri erano richiesti i quattro quarti di nobiltà, in certi casi i dodici quarti) su modello genovese o veneziano. Con una connotazione multinazionale in più, poiché riunisce gentiluomini provenienti da ogni paese dell'Occidente cristiano, raggruppati per evidenti ragioni di praticità in otto capitoli denominati “lingue”. Vi si parla l'italiano, il francese, l'inglese, il tedesco, il provenzale, il castigliano, l'aragonese e il portoghese.

E una ecumenica comunità militare, le cui navi battono le rotte più impraticabili, spingendosi oltre al Bosforo fino al Mar Nero. Intralciano l'azione dei corsari tunisini, ma praticano a loro volta con profitto la guerra di corsa, facendo bottino sulle rotte ottomane. Partecipano alle imprese navali più spettacolari della cristianità, quali la presa di Smirne e i frequenti sbarchi sulle coste nordafricane. La sproporzione con le forze dell'impero ottomano è però enorme. Anche Rodi è destinata a cadere. Nel 1522 Solimano II attacca l'isola con settecento navi ed un esercito di duecentomila uomini, più reparti di minatori e genieri addestrati allo scavo e alla demolizione.

Lo sbarco è preceduto da un massiccio bombardamento navale. I cavalieri cristiani sono solo trecento, più alcune migliaia di militi reclutati tra la popolazione. Resistono sei mesi, fino a quando la gente di Rodi, esausta e decimata, implora il gran maestro Villiers de l'Isle-Adam di chiedere la pace. I cavalieri ancora in vita e in grado di combattere non sono che poche decine. Ammirato di tanto valore, il sultano Solimano offre loro l'onore delle armi e la promessa che i rodioti non subiranno violenze. La popolazione, ciò nonostante, chiederà ed otterrà di seguire gli ospitalieri sulle loro navi, che fanno vela verso Candia. Segue un periodo di pena ed incertezza per gli ospitalieri, che senza ricevere alcun aiuto dai sovrani d'Europa vagano tra Candia e la Sicilia, tra Civitavecchia e Marsiglia, fino a quando Carlo V non metterà a loro disposizione Malta, chiedendo come compenso simbolico un falcone da caccia l'anno.

L'isola è infatti ricca di tali volatili. L'originale “contratto” darà vita alla leggenda del “falcone maltese”, dovuta allo smarrimento di un falco d'oro, tempestato di gemrne, inviato in dono dagli ospitalieri all'imperatore per ricambiare il suo gesto. E' il 1530. Sono passati otto anni dalla tragedia di Rodi quando gli ospitalieri s'insediano a Malta. Si trasferiscono con loro le famiglie superstiti della popolazione rodiota, che vengono chiamati dai maltesi Grech, cognome oggi diffusissimo nell'isola.

Con rapidità sorprendente, l'Ordine riprende il dominio del Mediterraneo, trasformando l'isola in una base inespugnabile. Resisterà al più spietato assedio che la storia navale ricordi, quando nel 1565 turchi e barbareschi tenteranno di ripetere (con cinquecento navi e cinquantamila uomini, in prevalenza giannizzeri della guardia ottomana e predoni dei feroce pirata Draghut Pascià) l'impresa di Rodi. Basteranno a respingere gli assedianti non più di sei-settecento cavalieri dell'Ordine, appoggiati da una forza di novemila uominiarmati - meno di un quinto degli attaccanti - e per lo più civili, popolani maltesi, poco avvezzi al combattimento anche se determinati a difendere le loro case.

Tramontarono definitivamente in quei giorni le illusioni musulmane di trasformare Malta in una base per il controllo dei Mediterraneo, dalla quale muovere per invadere la Sicilia e l'Europa. Molte leggende sfiorirono, molte ne nacquero. Ebbe fine, tra l'altro, il mito di Draghut, terrore dei naviganti cristiani, ucciso su di un picco dell'isola che oggi si chiama Draghut Point. Il gran maestro Jean de la Valette, che aveva urniliato la coalizione islamica, legò da quel momento all'isola il suo nome, ordinando la costruzione di una cittadella fortificata, divenuta poi capitale maltese, che porta tutt'ora il suo nome. I cavalieri terranno Malta, dopo l'assedio, per oltre due secoli. Ma non saranno le armi dell'Islam a scacciarli dall'isola.

Sarà Napoleone Bonaparte, per impossessarsi dei loro tesori, ad infrangere nel 1798 la secolare neutralità degli ospitalieri nei confronti di ogni nazione d'Europa. La repubblica francese, a quella data, non riconosceva l'Ordine. Tutti i beni ospitalieri in Francia erano già stati confiscati, e numerosi cavalieri uccisi nei massacri rivoluzionari. Napoleone giunge all'isola con una flotta che trasporta l'intero corpo d'armata destinato alla spedizione d'Egitto ed intima che Malta gli venga consegnata. Il gran maestro Ferdinand von Hompesch ordina una difesa simbolica, poi, dopo le prime cannonate, la resa. Napoleone sbarca e depreda nel giro di poche ore le case dell'Ordine. Mentre si allontana con il suo bottino di ori ed argenti, cavalieri sorpresi isolati fuori dai loro quartieri vengono linciati da popolani eccitati dalla propaganda repubblicana.

Muoiono senza difendersi, fedeli al principio che vieta loro di levare la spada contro un altro cristiano. La presa di Malta da parte di Napoleone rimane tra gli episodi meno chiari della storia dell'Ordine. Una difesa dell'isola sarebbe stata non solo possibile ma destinata probabilmente al successo. L'Ordine aveva in mare due vascelli, una fregata e tre galere. Sugli spalti della terraferma erano allineate 1400 bocche da fuoco, tra cannoni e mortai di vario calibro. La guarnigione contava infine 332 cavalieri, 1200 armigeri dei reggimento Malta e una milizia locale di 12.800 uomini, più i battaglioni da sbarco delle unità navali, 300 fanti sulle galee e 400 sui vascelli.

Era del tutto improbabile, a queste condizioni, che Napoleone potesse avere rapidamente la meglio, senza impegnarsi in un assedio prolungato che l'avrebbe distolto dall'impresa d'Egitto. Non si comprendono dunque le ragioni della resa, a meno di non vo- lerle ricondurre all'imperativo ideale di evitare spargimento di sangue tra europei. Il resto è storia recente. La diaspora degli ospitalieri scacciati da Malta si concluse nel 1827 a Roma, dove s'insediarono per concessione di Leone XII e dove tutt'ora risiedono, pur conservan- do la storica denominazione di cavalieri di Malta.

 

ANATOMIA DEL BLASONE

“Policromia nell’Araldica”
Smalti e metalli, emblemi e figure chimeriche;
Dalla Mitologia alla Storia, dall’Archeologia
al costume dei popoli.
Il Fantastico dell’Arte degli Stemmi.

Araldica, la scienza del blasone: ovvero individuare provenienza, natali, storia e prestigio di una Casata attraverso i simboli ed i colori di uno stemma familiare o dinastico. Derivato etimologicamente dal tedesco blazer, “suono di corno” (richiamo adoperato nei tornei per radunare i partecipanti durante i preliminari), il blasone costituisce un vero e proprio marchio d.o.c. delle famiglie nobiliari.

Documento d’identità del cavaliere impegnato in tornei e battaglie, nacque più per necessità che per mera dimostrazione di potere. Nella confusione degli scontri cavallereschi, fossero essi sportivi o bellici, occorreva un mezzo di identificazione il più rapido possibile, affinché un amico non trafiggesse l’amico. Venne creata – di conseguenza – la figura scelta dell’araldo, esperto in stemmi, al di sopra delle parti; arbitro, che dalle insegne effigiate su drappi, bandiere ed elmi, riconosce i contendenti e la loro appartenenza agli schieramenti compositi nel tempo feudale (esiste una suddivisione della storia araldica in 5 periodi distinti: I, origine delle armi – da Enrico l’Uccellatore alla I Crociata – II, le Crociate; III, le Fazioni – XIII – XVI sec.; IV, Moderno – XVI – XVIII sec.; V, contemporaneo).

Lo scudo è un’arma difensiva. Comincerà a raccontare qualcosa del cavaliere che l’indossa, quando – di rientro dalle frequenti spedizioni in Terra Santa – sarà decorato da immagini e colori, stilizzati e allusivi, di battaglie e ricordi inerenti al guerriero. Duranti il XIII secolo, gli araldi intraprendono il compito di sistematizzare la materia, catalogare i blasoni esistenti, fissarne il linguaggio: è in terra di Francia che vede la luce questa mobilissima armorum scientia, amabile et heroica. Per alcuni, un inutile esempio di retorica nobiliare; per gli altri, scienza principe d’eccellenza, arte sapiente che – sotto un linguaggio a volte complicato – mostra di saperla lunga, coniugando abilmente simboli, miti e conoscenze esoteriche.

Decifrare il significato di uno stemma e districarsi fra colori, partizioni e figure, non è cosa facile. A chi si addentra, però, nel mondo di queste originali carte da visita, può capitare di scoprire – tra le righe – molto di più che la storia di una frondosa prosapia e le sue avventure parentali. Sull’origine del blasone, però, non tutti concordano: addirittura c’è chi ne data la nascita a Noé (vedendo nella colomba col ramo d’olivo un emblema specifico); altri a Osiride, e altri ancora pescano a piene mani nella storia vetero-testamentaria delle tribù ebraiche (Riferendosi ai 4 Vessilli delle Genti di Giuda - verde con leone -, Ruben – rosso con Uomo – e Dan – bianco/rosso con un’Aquila artigliante una serpe - ); e c’è chi invece ritiene antenati dei simboli blasonaci i geroglifici egizi.

Di certo, qualunque ne sia la genesi, lo stemma – dapprima personale, poi gentilizio – per la sua complessità emblematica, per i colori, le forme, i richiamo storico-mitologici, è una sorta di “lama di Tarocco”, dove l’allegoria è in parte facilmente smascherabile, in quanto regolata da leggi ben precise. E, in virtù di queste leggi, noi andremo a sezionare alcuni stemmi, soffermandoci sui più ricorrenti e significativi aspetti grafici e cromatici, su simboli e idee di ciò che il Cellonese a ragione definisce “Specchio Simbolico”.

Lo stemma può essere partito in più campi, attraversato da pezze onorevoli di varie categorie, che suddividono l’area in parti molteplici; il tutto fornendo al blasone significati accessori, dinamicità, ed i vari innesti del ceppo genealogico. Così n’arma può tanto mostrarsi semplice senza molte suddivisioni, ma anche complicata, frazionata ripetutamente fra gli antenati e i possedimenti conquistati. Proprio il blasone si mostra un forte strumento vibratorio, per la presenza in esso dell’iridescenza e delle radiazioni colorate, ove l’elemento psichico viene confermato dalla scienza fisica, al di là di preferenze e scelte personali. Il colore, dunque, è elemento essenziale della sapienza araldica; esaminiamolo subito.

Si differenziano dagli altri il giallo e il bianco, in quanto espressioni dei due nobilissimi metalli: oro e argento. “Sicché l’Oro è ne’ Corpi, sì come il Sole tra le Stelle” (A. Cellonese, specchio simbolico, Napoli 1667): esso india splendore e gloria, adolescenza, prudenza, fede, sapienza, giustizia, carità, temperanza, clemenza, non disgiunte dalla Potenza. Basti pensare all’Oro “da’ Re Magi a Christo figliuol di Dio donato. In Auro, ut ostendatur Regis potentia” (Ibidem), al Re coronato cui tende il Magistero alchemico. Al giallo-oro, che i Santi Padri attribuirono ai Divini Misteri si contrappone il bianco-argento, la luce della Luna, la lucentezza di conchiglie e perle, la retorica e la scienza naturale. Non a caso – afferma Plinio – è quest’ultimo il più congeniale per gli scudi di guerra, proprio per la sua intrinseca capacità riflettente. Il bianco è il colore di passaggio nei riti, attraverso cui l’essere trasmuta nella sua iniziazione, introducendosi nel mondo lunare femminile, prima di assurgere in quello solare maschile. Esempio ne è il passo finale di S. Matteo, in cui Cristo risorge, puro, innocente e vittorioso, in bianche vesti.

Questo geroglifico di luce vien posto nel I grado di nobiltà, tanto che gli Imperatori romani solevano portare una fascia bianca come diadema. Prevalenza completa di giallo nell’area, la troviamo ad esempio negli stemmi di Bonifacio VIII e di Innocenzo XII; di argento, con Niccolò V e Innocenzo IX. Il Cardinale Richelieu, per restare fra porporati, sovrapponeva ad un campo d’argento tre scaglioni (Scaglione o capriolo = fascia araldica che s’apre a forma di compasso ed ha la punta nel cuore dello scudo) di rosso; un bell’accoppiamento che unisce – in questo significativo destino – all’acutezza d’ingegno la bramosia del dominio. Di certo, il rosso è il colore del più nobile elemento, il Fuoco, simbolo di Marte, della crudeltà, dell’omicidio e dell’ambizione, vizi che ben s’addicono alla figura del primo Ministro francese. Vorremmo, però, anche riscattare il rosso nel simbolismo delle virtù morali: pietas verso Dio e il prossimo, giustizia, verecondia ed allegrezza.

Lo stemma di Raimondo de Sangro Principe di Sansevero (Cfr. C. Miccinelli, Il Principe di Sansevero-Verità e Riabilitazione, Ecig, Genova 1985. C. Miccinelli, Il Tesoro del Principe di Sansevero-Luce nei Sotterranei, Ecig, Genova 1985. C. Miccinelli, E Dio Creò l’Uomo e la Massoneria – I Documenti segreti, la Superloggia inquietante e tutti gli Arcani del Tempio di Raimondo de Sangro Principe di Sansevero, Ecig, Genova 1985), d’azzurro con tre bande d’oro, contiene l’emblema del secondo elemento nobile: l’Aria nella sua diafana trasparenza, disposta a ricever luce, oltre al terzo elemento, l’Acqua. L’azzurro simboleggia cultura, valore, giustizia, fedeltà, bellezza, vigilanza, vittoria, perseveranza, amore per la patria. Il connubio azzurro-oro (valore femminile e maschile sta “all’uranio come Sinopia e Rosso al ctonio”) (Chevalier-Gheerbrant, Dizionario dei Simboli, Milano 1986).

Il verde fu caro ai Ghibellini e ai nobili dei Paesi Bassi; simboleggia la Terra fiorita nel suo rigoglio, la virtù, l’onore, la cortesia, l’abbondanza, l’amicizia. Il nero merita un’attenzione particolare; nonostante il significato ovvio di lutto e tristezza, esso trasmuta in sé tutti chi altri colori, li confonde, li cancella: palese è la forza che assomma così come la “calamita-diamante” (cui vien paragonato) attira subito il ferro. Simboleggia la Terra e tutte le azioni che su di essa si devono compiere, invitando alla costanza, alla prudenza e alla fermezza nei propositi. I Guelfi Neri si distinsero dai Bianchi appunto contrassegnando le loro insegne con il nero. Esaminato l’aspetto cromatico del blasone, vediamo ora i principali simboli specifici dello stile araldico, tra i più interessanti emblematicamente e tra quelli maggiormente ricorrenti.

Per comodità li catalogheremo in 8 famiglie:

I) Corpi celesti: Sole (grazia divina, provvidenza, magnificenza); Luna (benignità, fama, gloria, amicizia); Stelle (persona illustre in armi e in lettere, finezza d’amino, mente rivolta a Dio, grandi azioni).

II) Animali terrestri: Leone (forza, audacia, generosià, principato, dominio); Orso (iracondia, ferocia, fierezza in guerra, libidine); Tigre (ingegnosità, gran coraggio, rapidità nel combattimento, animo indomito, ferocia); Cavallo (magnanimità, ardore, obbedienza, generosità); Gatto (libertà dominante con pensieri alti e sublimi, indipendenza, vigilanza, destrezza); Armellino (incorruttibilità, purezza, dignità, preminenza di onori); Lupo (vigilanza, ardimento, bellicosità, famelicità); Cane (amicizia, amore, fedeltà).

III) Volatili: Aquila (potenza, animo eccelso, disprezzo della bassezza, vittoria, impero); Pappagallo (loquacità, docilità); Pavone (amor proprio, ricchezza splendida, prodigalità, concordia); Gallo (fortezza, generosità, guerriero prode); Ape (industriosità, fatica virtuosa, dolcezza); Gazza (eloquenza);

Rettili: Serpente (eternità, astuzia, perfidia, tradimento, vizio, nemico, arroganza);

Figure chimeriche: Liocorno (fortezza, continenza, onesto amore); Centauro (rustica barbarie, ira); Cavallo marino (iperbole dei Figli del Vento); Sirena (beltà lusinghiera, seduzione, perdizione, eloquenza, persuasione); Sfinge (impenetrabilità, segretezza, acutezza d’ingegno); Salamandra (costanza, resistenza al male ed ai nemici, valore militare); Fenice (longevità, fama imperitura, nome senza macchia, resurrezione); Drago (vigilanza, custodia, fedeltà, valore militare); Arpia (rapacità, distruzione); Basilisco (uccisore della falsa calunnia).

IV) Pesci: Delfino (abilità nei combattimenti navali, protezione sincera, fedeltà); Gambero (umiltà esaltata).

V) Flora: Albero in generale (concordia, malinconia); Quercia (nobiltà cospicua, merito conosciuto, fortezza guerriera); Alloro (intrepidezza, animo nobile e guerriero, ardimento); Melograno (sincerità, liberalità, concordia, unione); Rosa (bontà tra le avversità, pertinacia, onore incontaminato, silenzio); Giglio (speranza, purezza, fama chiara); Girasole (volontà al bene, fedeltà, aspirazioni alte).

VI) Minerali: Diamante (costanza, incorruttibilità, fortezza); Smeraldo (bellezza, cortesia, forza gioventù); Rubino (amore, fede); Carbonchio (carità, saggezza, virtù illustre).

VII) Cose inanimate: Montagna (grandezza, sapienza, dignità sublime); Anello (fede, perseveranza, amore perfett